Fiducia e paura della città


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di Zygmunt Bauman
Bruno Mondadori editore
Recensione a cura di Romina Toscano

Ancora una volta Bauman, ancora il sociologo polacco alle prese con lo studio dei fenomeni e degli effetti della società nella modernità liquida. Questa volta è la città il soggetto attorno a cui ruota la riflessione dello studioso.



Una città che nella sua globalità diventa il centro produttore di ansie e paure, luogo di esclusione e condivisione, ma anche di fiducie e speranze,  promotrice di individualità e socialità, tutte coppie in delicato e precario equilibrio, che si alternano in fasi positive e morbide e altre più negative e rigide, un vaso di pandora scoperto in grado di coinvolgere più strutture sociali.
Bauman si muove lungo coppie dicotomiche che caratterizzano l’anomia dondolante del vivere cittadino. Mixofilia VS Mixofobia, Inclusi VS Esclusi, Upperclass VS Underclass, Centro VS Periferia, Città VS Campagna..

La città amplifica il sentir comune della mixofobia, quella tendenza a sfuggire dalla necessità di guardare profondamente l’uno dentro l’altro, nella continua lotta in difesa del bene individuale e della proprietà privata (si può estendere questo approccio individuale al più generico contrasto tra l’ingroup di una città nei confronti dell’outgroup delle altre città),  riuscendo tuttavia a lavorare nell’ottica della mixofilia, ad incoraggiare il piacere alla conoscenza di situazioni nuove, nuovi modi di vivere e agire, moltiplicando gli spazi di condivisione, gli spazi pubblici e sociali. «Mixofobia e mixofilia coesistono» si legge nel libro «non solo in ogni città ma anche in ogni cittadino. Chiaramente si tratta di una coesistenza scomoda, piena di frastuono, di collera, e non dimeno molto significativa per la gente che si trova a subire l’ambivalenza della modernità liquida».

L’insicurezza e la paura degli individui che vivono, loro malgrado, nella jungla cittadina derivano da una condizione sociale che scinde gli elementi utili alla società (coloro i quali hanno una collocazione definita, un lavoro, appartengono a organi, istituti, aziende et simili ben determinati) da quegli elementi considerati superflui, esclusi, di cui la società farebbe volentieri a meno (criminali, scansafatiche, perditempo, tra questi elementi tuttavia vengono considerati anche i non occupati, la cui condizione è concepita non come momentanea e passeggera, ma come definitiva), e per questo pericolosi. La condizione di superfluità dal lavoro fa ritenere gli esclusi scarti del progresso economico, generando distacco, distinzione sociale e infine criminalità.
Nelle città risulta ben evidente questa tendenza ad evidenziare zone, non solo virtuali, in cui il distacco personale tra gli individui della scala gerarchico-sociale si riflette nella organizzazione logistica dei quartieri: persone fisicamente vicine, ma smaccatamente divise socialmente ed economicamente, tendono a essere ormai sporadiche coincidenze.
La stessa tecnologia interviene ad alimentare il senso di insicurezza e la tendenza alla difesa della proprietà privata, attraverso meccanismo di allarmi, antifurti, casseforti, armi e tutto l’armamentario per la protezione e la salvaguardia dei nostri tesori privati.
E, infine, Bauman osserva la tendenza a sfuggire dalla città, un luogo in passato simbolo di progresso, crescita, sviluppo, ora centro di paure e luoghi proibitivi per condizioni materiali, luogo dove scricchiola ed è messa in discussione la stessa vita quotidiana delle persone per rifugiarsi nelle Province, meno affollate, più sicure delle metropoli e più disposte ad un ritmo di vita socialmente coinvolgente.

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