Bruno Vespa e il comizio anti-web
Pubblicato da Redazione a aprile 1, 2008 · Lascia un Commento
Profili distorti di una generazione di bloggers?
di Alessio Di Lella
L’ombra di Vespa sull’eterna battaglia tra Internet e Media generalisti. All’ultimo Comizio Populista del 21 febbraio 2008, comunicato via etere al Partito-dei-non-Argonauti, la Fazione Nemica dei navigatori del web (tra le cui componenti più pericolosamente attive ci sono, ricordiamo, i bloggers ed i pubblicatori su youtube) è stata messa a soqquadro in seguito ad un vivace dibattito sui giovani, così come continuava dal Discorso Generale sulla Morte della Giovane Meredith.
La Fazione Nemica è stata accusata di: esposizione e perversione sessuale, militanza criminale, distorsione del ruolo ascritto per giovani soggetti sociali, affabulazione violenta, discredito politico, diffamazione, iniziazione a droga e prostituzione. In quanto non conforme al Programma sul Modello Informativo Generalista, la Fazione Nemica è stata accusata infine di distogliere i soggetti sociali dalle loro esistenze principali, affinché, attraverso una macabra doppia esistenza, potessero condurre pericolosamente la propria Politica Informativa verso nuove finalità non preventivate né condivise dal Comizio Populista dell’Ordine dei MassMedia.
Per dirla in due parole: siamo ancora lontani da una sorta di riconciliazione comunicativa tra la rete ed i mass media. Nel corso di un mese circa, a partire da quella puntata di Porta a Porta del 21 febbraio, il polso dei bloggers si è scaldato non poco, e tastarlo è stato facile nonché palesemente unanime. C’è stata dis-informazione nei confronti di uno strumento del comunicare. In quei poco meno che dieci minuti di dibattito, è uscito un quadro della rete riassumibile in tre parole: angosciante, pericoloso, deviante.
Alessandra Graziottin, dottoressa in ginecologia e sessuologia medica, ha aperto il dibattito affermando che la “fase di iniziazione ad Internet” porta a scrivere sui blog, i quali a loro volta conducono ad una “esposizione di sé provocatoria”, portatrice quest’ultima di un consenso per una propria identità negativa. Interviene quindi Alessandro Meluzzi, psichiatra, che dopo aver discorso sulle capacità di fornire visibilità da parte della rete, ha concluso che “scrivono sui blog quelli che non riescono ad andare su un reality”. Ad un nuovo intervento della Graziottin, Bruno Vespa esplica infine la sua Teoria Sociale dei Binari, per la quale oggi abbiamo due tipologie di giovani soggetti sociali: una, riguarda quelli sconosciuti agli adulti e che vivono e si lasciano conoscere solo attraverso il web; l’altra, riguarda l’insieme di soggetti che compiono atti criminali ed utilizzano il web per comunicarli. Conclude un video servizio sui giovani universitari, a cura di Valeria d’Onofri: droghe pesanti, sesso facile, vite spericolate fatte di albe e discoteche, alcol ed eroina.
Quale approfondimento dare a dichiarazioni che si commentano da sole? Nessuno. Tali dichiarazioni, fatte in un tal programma, ad una tale ora e ad un tale orario (prima serata) confermano esse stesse il target di spettatori cui mirano. La risposta dei bloggers c’è stata, inevitabile, a conferma che il mezzo Internet non è assolutamente uno strumento di deviazione sociale, che la democrazia di accesso alla comunicazione rispecchia semplicemente la società che la ospita (il bullismo a scuola c’era anche prima di Youtube, ma soprattutto: perché non argomentare la tesi per la quale le tecnologie dei nuovi media portano ad un pericoloso narcisismo il quale, a sua volta, aumenta direttamente l’atto sociale di violenza e deviazione?) e che, da parte di media più importanti e senza dubbio più efficaci, come ad esempio la televisione, c’è una sorta di spartizione informativa, partigianeria anti-analitica, qualunquismo spicciolo, giornalismo a-fattuale e capacità critica da bar dello sport. Insomma: tutt’un insieme di correzioni, deviazioni, accorgimenti comunicativi ed organizzazioni di un discorso che ricadono sotto il termine ombrello di Ignoranza. Dispiace semplicemente constatarlo, perché nell’era di Internet si affermano qualità informative reticolari, approfondite, che sviluppano e maturano un senso comunicativo necessariamente preciso, attento, meticoloso nella giustificazione dei suoi contenuti, che dovrebbero portare ad un effetto riflesso sui media a diffusione generale i quali, invece, continuano a distinguersi per la superficialità dei loro processi informativi. La vera diffamazione? Quella montata in videoclip sui giovani universitari e trasmessa a milioni di spettatori. Giocare sull’ignoranza dei genitori, stimolandone una disinformazione coatta e demonizzante, dopo aver apparecchiato un discorso sulle doppie vite dei loro figli, sui giovani misteriosi e pericolosi, sulla loro incomunicabilità e voglia di farsi vedere, è un vero e proprio attentato terroristico alla società dell’informazione.
Come hanno risposto i bloggers italiani? Alcuni di loro si sono uniti attorno all’iniziativa dell’Associazione Anti Digital Divide, che ha espresso: “”Della Rete, dei blog, in tv non vengono mai considerate le straordinarie caratteristiche e potenzialità: neutralità, democrazia, partecipazione, interattività, infinite informazioni su qualsiasi tema reperibili in qualsiasi momento e per chiudere non si può non considerare che la rete i blog spingono a scrivere e leggere invece di limitarsi ad ascoltare e chi apporta un contributo alla rete la fa nella stragrande maggioranza dei casi gratis a differenza di quanto accade con televisione e giornali”. La stessa ha messo in piedi una petizione.
Altri bloggers si sono espressi senza mezzi termini. Ad esempio il blog moltitudini.splinder.com ha pubblicato una risposta “a tono”: “”i professionisti della elevazione a spettacolo ed a fiction di drammi e morte, i maestri della violazione dell’intimità più intima di vittime, protagonisti, assassini, parenti e vicini, i maghi dell’esaltazione della cultura voyeuristica che rompe e modifica i confini che separano pubblico e privato, gli imprenditori del reality sono gli ultimi che possono falsamente scandalizzarsi, stupirsi, strabuzzare gli occhi, e dire “che tragedia”. Perchè tutto questo è alimentato da loro, ed è ciò che sostanzia i loro conti in banca. Se è lecito fare ore, ore, ore ed ore sulle macchie di sangue, gli schizzi, gli zoccoli, le ossicine e tutto il macabro arredo della vicenda di Cogne, con tanto di bacchettina che indica questo o quel particolare scabroso, se i “grandi” e gli stimati professionisti in cravatta posson spettacolizzare la morte ben oltre la normale e legittima cronaca, è lecito anche che i ragazzini provino a fare il loro reality o il loro “porta a porta” su “you tube”. Ed è anche lecito coglier sempre meno la differenza tra il divulgare in rete se stessi mentre si mangia lo yogurt con il ketch-up o la compagna di classe morta investita dal tram”.
E’ sbagliato concludere che l’informazione in tv sullo strumento Internet sia sempre dis-informativa e, soprattutto, partigiana. Giusto qualche mese fa, ad esempio, Antonio Di Pietro, sempre a Porta a Porta, dibatteva con Bruno Vespa ed il giornalista Filippo Facci sull’utilità e sull’imprescindibile coinvolgimento comunicativo della Rete nella politica moderna. Le osservazioni di Di Pietro si erano rivelate lucide, quantomeno realistiche, ed è imbarazzante dover rispondere ad un giornalista come Facci, che proclama che “la rete non esiste” e definisce “il peggio di questo paese” chi frequenta i blog politici. Alla semplice constatazione di Di Pietro sull’utilità della rete per fare politica, Vespa taglia corto, rispondendo “vada a fare un governo con la rete!”. No, Vespa, con la Rete non si fa un governo, ma si fa politica, cose ben distinte e nell’etimologia e nei fatti.
Forse Arthur Sulzberger, presidente del gruppo editoriale del New York Times, è un gran fanfarone quando afferma che la rete è il futuro meraviglioso dell’informazione. Forse autorevoli studiosi come
Manuel Castells, che approfondiscono da un circa decennio i rapporti tra politica ed Internet, hanno letteralmente buttato al vento le loro ricerche. Che l’intero mondo accademico si sbagli, portando in aula studi sui processi comunicativi del web? In Rete non c’è pedagogia, o perlomeno è necessario andarsela a trovare, e la tv di Stato potrebbe (dovrebbe?) educare a questo tipo di ricerca.
Author: Redazione (935 Articles)