Il caso Travaglio


di Luisa Scarlata

Sabato 10 maggio scoppia ufficialmente il nuovo “caso Rai”.
La miccia è Marco Travaglio durante la trasmissione “Che tempo che fa” condotta
da Fabio Fazio. Il giornalista rilascia una serie di dichiarazioni che fanno
gridare allo scandalo poiché rivolte a Renato Schifani, seconda carica dello
Stato.

In sostanza Marco Travaglio asserisce che Schifani, nel suo passato, ha
intrattenuto affari e rapporti con persone poi condannate per mafia.
Aggiungendo un po’ di colore dichiara inoltre: “Dopo Schifani c’è solo la
muffa.”. Per poi correggere: “Non va bene. Dalla muffa almeno si ricava la
penicillina”. Fabio Fazio, forse prevedendo le conseguenze di tali
dichiarazioni, non perde tempo e si dissocia in diretta. Non sbaglia. Terminata
la trasmissione si scatena il putiferio. Travaglio è accusato di inaccettabili
calunnie ai danni di una figura di fondamentale importanza per il Paese. Di
conseguenza la Rai diviene nuovamente oggetto di pesantissime critiche e accuse
per aver permesso ancora una volta che “fatti simili” possano verificarsi.

Di
risposta, il giorno successivo, ancora a “Che tempo che fa”, le scuse in
diretta di Fabio Fazio ai telespettatori e soprattutto il comunicato della Rai
che si dichiara totalmente estranea alle affermazioni di Travaglio e solidale
nei confronti del Presidente del Senato, Renato Schifani. Marco Travaglio, per
nulla scosso, si difende così: “Ho solo citato un fatto scritto già nel mio
libro e ancor prima in quello di Lirio Abbate, giornalista dell’Ansa minacciato
dalla mafia. Come mai nessuno ha mai dato ad Abbate del bugiardo? La verità è
che in tv non è permesso dire la verità”. Di sicuro a prendere le parti del
giornalista sono ben pochi (“a dimostrazione che non c’è una sinistra” – dirà
Travaglio); due nomi su tutti, Antonio Di Pietro, che sancisce a gran voce il
diritto di esprimere le proprie opinioni su chiunque senza distinzioni di
sorta. E poi Michele Santoro, che il giovedì successivo apre la puntata di
AnnoZero difendendo a spada tratta il suo collaboratore.

Intanto
l’Ufficio
Stampa di Palazzo Madama fa sapere che il Presidente del Senato, Renato
Schifani, ha dato mandato ai suoi avvocati per agire giudizialmente nei
confronti delle affermazioni calunniose rese nei riguardi della sua persona.
Renato Schifani però non smentisce le dichiarazioni di Travaglio, non concede
spiegazioni né si sente in dovere di farlo. Si limita a querelarlo. Ed ecco il
punto. In
qualunque Paese chiunque ricopra una carica pubblica sa di non potere censurare
l’informazione e sa di dovere spiegare ai cittadini i fatti che lo riguardano.

Di contro l’unico dovere che hanno
invece i giornalisti è di raccontare i fatti, per cui l’unico “processo” che dovrebbero subire è
quello sulla verità o meno di quello che raccontano. E ancora: in qualunque
Paese il concetto di “servizio pubblico”
riferito alla televisione di Stato significa “servizio ai cittadini” e non a chi li governa. Qui in Italia succede
che dopo questi fatti il direttore generale della Rai Claudio Cappon manda un ultimatum a Marco
Travaglio e l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni decide a maggioranza
di aprire un’istruttoria nei confronti della Rai per le trasmissioni “Anno
Zero” del primo maggio (per la questione del V-Day di Beppe Grillo) e
“Che tempo che fa” del 10 maggio, contestando la presunta violazione
dell’articolo 4 (diritti fondamentali della persona) e dell’articolo 48
(compiti del servizio pubblico) del Testo unico della radiotelevisione. Il
punto è però un altro: Marco Travaglio ha detto la verità o ha
raccontato un falso? Se un avvenimento non è considerato penalmente rilevante è
giusto o no comunque parlarne? Sul tavolo c’è una menzogna o un giornalista
imbavagliato? Finché
qualcuno non risponderà alle domande che annullerebbero il senso di tutto il
resto, sarà difficile ritenere il nostro un Paese civilizzato.

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