Gomorra


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di Luisa Scarlata

E’ impossibile, volendo parlare di “Gomorra” non fare un paragone con “Il Divo” (e viceversa). Sarà per
la loro congiuntura a Cannes, sarà perché entrambi i film vedono due giovani
registi italiani venire (giustamente) alla ribalta, sarà perché sia “Gomorra” che “Il Divo” raccontano i
mali del nostro Paese come nessuno l’ha mai fatto.

Sarà perché sono due film
così vicini e allo stesso tempo così lontani. Se “Il Divo” di Sorrentino è duro e spiacevole
nei contenuti ma bello, patinato, tirato a lucido e dunque gradevole
nell’estetica, il “Gomorra” di Garrone è al contrario sporchissimo
dentro quanto fuori. Oseremmo dire disturbante.

A metà tra il film e il
documentario non risparmia crudeltà visive né sonore, con il risultato di
stringere lo spettatore nella stessa morsa in cui la camorra strangola gli
abitanti di Napoli e dintorni. Tratto dal libro che è costato una vita sotto
scorta a Roberto Saviano, “Gomorra”
ci mostra come “laggiù” (dove si trova quella terra di nessuno? Davvero è così
vicina a noi? Davvero fa parte nostro stesso (bel) Paese?) sia letteralmente
impossibile uscire dal Sistema. O si sta di quà, o si sta di là. Non esiste una
terza via. E lo sanno pure i bambini, se mai esistono i bambini a Scampia.

La
camorra come dato di fatto, la camorra come mito da emulare. Perché anche in
questo senso ci sono solo due vie: se stai con “lei” sei forte, se stai contro
di “lei” sei nessuno. O più probabilmente sei morto. E se i telegiornali ci
fanno vedere l’immondizia che sovrasta Napoli, “Gomorra” ci mostra invece quella che sta sotto i suoi terreni,
proprio lì, dove coltivano le pesche che poi mangiamo anche noi. Il fatto è che
non c’è nessuna speranza nel film di Garrone,
come non c’è nessuna speranza nel libro di Saviano. (Il grande) Toni Servillo
ce lo dice chiaro così: “ Non credete di essere migliori degli altri. Qui
funziona così e non c’è niente da fare”.

Ci si alza più pesanti dopo i titoli di coda di questo
film.

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