Intercettazioni


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ll caso di nuovo nell’agenda setting dei quotidiani
di Clara Avati

Una battaglia di cifre imperversa sulle pagine dei quotidiani
nazionali.

Il casus belli è rappresentato dalla nuova legge sulle
intercettazioni, presentata dal governo Berlusconi.

Non ci si stupisce della difficoltà da parte della maggioranza dei
quotidiani a confrontarsi con un argomento che implica tematiche cruciali del
panorama nazionale quali la privacy, l’etica, il conflitto di interessi,
l’informazione, la politica. Il dibattito si è spostato dunque dal
provvedimento in sé alla necessità dello stesso.

Lo slittamento si è reso necessario visto l’andamento del
dibattito ancorato a due posizioni contrapposte che vedevano da una parte il
provvedimento come il “solito” salvacondotto berlusconiano,
dall’altra la non sempre taciuta rivendicazione di difesa se non attacco alle
“toghe rosse”.

Quindi, anche a seguito di alcuni interventi riportati da tutte le
testate del ministro della giustizia che ha snocciolato una serie di numeri
sull’argomento, i giornali ostili alla legge sono passati alla confutazione
delle cifre, interpellando una moltitudine di esperti, addetti ai lavori,
opinionisti.

I costi sono uno degli argomenti preferiti dai giornali di destra,
come già sperimentato prima e durante la campagna elettorale con i numerosi
articoli sugli sprechi delle regioni, province e consulenze annesse, gli
italiani in questo periodo di crisi
sembrano essere sensibili agli sprechi o presunti tali e diffidenti
verso le istituzioni.

Libero e Il Giornale si soffermano principalmente sui costi,
affermando che la spesa affrontata dallo stato per far fronte alle
intercettazioni sarebbe ben il 33%
della spesa annuale per la giustizia. Il Corriere della Sera e Repubblica controbattono
affermando che in realtà si sono spesi 224 milioni di euro su un bilancio della
giustizia di 7 miliardi e 700 milioni di euro.

Il CdS spiega che l’alto costo delle intercettazioni non è dovuto
al numero delle stesse, ma ad un sistema di accesso ai dati in mano ai privati.
Lo stato paga per maneggiare i tabulati e per fare uso delle apparecchiature
delle cifre astronomiche.

Da quest’ultima considerazione scaturisce un altro argomento non
meno importante; il sempre più citato dossier sulle intercettazioni del 2006.
Stilato dalla commissione giustizia del Senato e chiamato indagine conoscitiva
sul fenomeno delle intercettazioni avverte che gli abilitati ad avere accesso
al sistema informativo sono circa 80.000 persone. Questa moltitudine introduce
il vero problema del rispetto della privacy quando le intercettazioni sono
fuori il controllo della magistratura. Come ricordano in molti in questi giorni
l’Italia è un paese che ha una legislazione iper garantista, anche in questo
campo, ogni intercettazione deve passare il vaglio della magistratura per cui
l’inflazionato paragone con paesi quali gli USA pare inaccostabile. Inoltre vi
è sempre stato il divieto alla pubblicazione di atti secretati e la legge sulla
privacy ha ormai 15 anni. La questione principale, come ricorda Travaglio dalle
pagine dell’Unità e da altri media, è il paventato divieto di pubblicare atti
desecretati, ossia pubblici. Quindi la privacy sembra più un diritto estratto
dal cilindro nel momento più opportuno ed usato strumentalmente. Sempre
Travaglio ricorda lo scandalo delle intercettazioni illegali e che lui stesso
venne intercettato e pedinato abusivamente ma sorprendentemente la classe
politica fece spallucce sulla sua privacy e probabilmente su quella di altre
centinaia di persone. E’ come un cane che si morde la coda, gli articoli
partono dalle motivazioni politiche e private del provvedimento cercando in
seguito di spostarsi su delle argomentazioni quantitative e scevre di
connotazioni politiche, ma alla fine devono gioco forza ritornare sui loro
passi. E’ difficile tacere sul facile collegamento che si può fare fra le
sfortunate vicende del Presidente del consiglio che lo hanno visto coinvolto in
conversazioni intercettate nello scandalo RAI.

Sostanzialmente per alcuni giornalisti c’è solo da decidere se la
legge sia ad personam o ad personas, cioè per proteggere i colletti bianchi da
processi sconvenienti.

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