Il linguaggio dello sport in tv


01_08_08_speciale_biscardi scavuzzo.jpgdi Gaetano Scavuzzo

Il giornalismo sportivo
costituisce tra i vari generi quello più a sé stante, con regole e principi
propri e con un linguaggio fortemente caratteristico. In Italia una sorta
d’istituzionalizzazione della “chiacchiera sportiva” avvenne negli anni ’60
soprattutto grazie a colui che è stato riconosciuto come il più grande
giornalista sportivo di sempre, Gianni Brera.

Fu il cronista lombardo ad
attuare la rivoluzione linguistica intorno al racconto dello sport e del calcio
in particolare. Sono tantissimi i termini che Brera inventò dal nulla
attraverso la stampa e che ben presto diventarono parole di uso comune di tutti
gli italiani, utilizzati anche in ambiti diversi da quelli sportivi.

Così l’opinione pubblica sportiva
apprendeva dalle pagine di Brera il gergo dello sport e ne dava sfoggio nel
salone del barbiere prima o al “bar dello sport” poi. Erano infatti questi i
luoghi in cui gli uomini dibattevano, non sempre pacatamente, di Milan e Inter,
di Bartali e Coppi, di Mazzola e Rivera.

Qualche anno dopo l’avvento della
tv fu con il “Processo alla Tappa” di
Sergio Zavoli che il “bar sport” si trasferì per la prima volta sul piccolo
schermo entrando prepotentemente nelle case degli italiani. Quello di Zavoli
restò l’unico programma in cui il dibattito si mantenne sempre ordinato e dai
toni pacati, tipico da incontro amicale. A segnare invece il cambiamento del
linguaggio sportivo in tv fu, nel 1980, Aldo Biscardi con “Il Processo del Lunedì”  in
cui la rissa e la caciara televisiva ha sempre costituito, per oltre vent’anni,
il filo conduttore del programma. Una trasmissione in cui si parlava di calcio,
ma con toni accesi, insinuando e alludendo, esaltandosi e gridando, in modo
tale da accendere ed aizzare i tifosi più caldi.

Da Biscardi in poi le
trasmissioni sportive hanno mantenuto sempre quel tono rovente e passionale,
come in fondo la discussione sullo sport in Italia è sempre stata. Dagli anni
’80 in poi, con la nascita della tv commerciale, si sono moltiplicati i
programmi in cui si parla soprattutto di calcio.

Negli ultimi 15 anni, anche un
sobrio e familiare notiziario informativo come la “Domenica Sportiva” si è evoluta verso la forma più tradizionalmente
associata alla spettacolo. Lo stesso discorso vale anche per trasmissioni
apparse più tardi come “Quelli che il
calcio” e “Controcampo”.

Tutta la chiacchiera intorno allo
sport si evolve dunque verso la spettacolarizzazione dell’evento, dei
personaggi e di tutte le discussioni che si portano dietro. Tale evoluzione era
già stata ben evidenziata dal semiologo Umberto Eco che, nel 1989, scriveva:
«Nelle riprese calcistiche appariva un pallone marrone, spesso invisibile,
perché quello era il pallone con cui giocavano i calciatori. È solo dopo che il
pallone è diventato a scacchi bianchi e neri, e gli stadi si sono trasformati
in muraglie di pubblicità. A quel punto i ruoli hanno cominciato a invertirsi.
La tv non è più andata a riprendere un gioco che esisteva per conto proprio,
era il gioco a essere messo in scena per permettere alla televisione di
mostrarlo».

Oggi tale enfasi sulla
spettacolarizzazione è il paradigma principale sul quale si fonda il linguaggio
sportivo moderno in tv che è sbarcato ormai su molteplici piattaforme, canali
satellitari e tematici e digitale terrestre ne sono un esempio. L’ultima
conferma di quanto detto l’abbiamo avuta sotto gli occhi nei giorni scorsi con
l’acquisto di Ronaldinho da parte del Milan. L’arrivo del campione brasiliano
in rossonero ha prodotto un effetto “spettacolare” e mediatico culminato nella
firma del contratto in diretta tv e nella festa di presentazione a San Siro
anch’essa ovviamente ripresa in diretta televisiva.

Ciò accade anche perché il
giornalismo e il linguaggio sportivo in genere si fondano non tanto sull’evento
in quanto tale ma piuttosto sulla retorica dell’avvenimento, ovvero su ciò che
esiste solo nell’immaginario collettivo degli sportivi che è ciò che i
giornalisti sportivi tentano di alimentare e stimolare. Ed è a tal proposito che
qualcuno sostiene, a torto o a ragione, che il giornalismo sportivo racconta
delle illusioni.

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