Ultras e violenza, partigianeria politica o fenomeno di costume?





ultras.jpgdi Angelo Giuliani

La violenza negli stadi e il
fenomeno ultras direttamente connesso è un problema sociale che da decenni
interessa gli studiosi di tutto il mondo, essendo coinvolte problematiche di
varia natura.

Per arginare il fenomeno, infatti, si dovrebbe prendere in
considerazione oltre alla lotta “psicologica “ al fenomeno una buona dose di
argomentazioni di tipo logistico finanziario, tali da combattere la sintomatologia
su più fronti. Inoltre, la difesa assicurata dagli steward e dalle forze di
polizia sembra impalpabile agli occhi di chi il “tifo sporco” ce l’ha nel
sangue, quindi, facilmente prevaricabile “all’occorrenza” se si è in numero
sufficientemente alto.

A complicare il quadro della
situazione c’è, infine, il confine tra tifo sportivo “sano” e fenomenologia
degli ultrà che, con il passare degli anni, ha portato ad un confine impercettibile,
una sorta di linea rossa sottilissima dalla quale si entra e si esce facilmente
a seconda di come si presentano le situazioni. Spesso e volentieri le due
scuole di pensiero si confondono, basti pensare al linguaggio giornalistico,
che per essere quanto più possibile divulgativo a volte confonde le fazioni di
tifo sano con quello della “curva violenta”accomunandole in una sola parola,
“tifosi”.

Ma chi sono in realtà gli ultrà?
Come mai alle loro scorribande viene sempre associata una matrice politica più
o meno consolidata e conclamata? È vero che la giustizia internazionale non
riesce a far fronte ad un fenomeno dilagante e di imponenti dimensioni,
soprattutto cosa si può migliorare per porre un freno? E’ una cattiva abitudine
italiana o anche gli altri paesi fanno o faranno presto i conti con questa
realtà? Per rispondere alle domande è opportuno tenere conto del compendio
teorico riguardo al comportamento umano in queste situazioni. Studi sociologici
e di psicologia sociale hanno già rivelato in parte il segreto. L’individuo nel
momento in cui si trova allo stadio diventa “folla”, agisce attraverso un
ideale comune (in questo caso la squadra del cuore) che li accomuna scatenando
in loro reazioni impensabili, se presi singolarmente. La tecnica “più siamo e
più forti saremo” funge da motore per questo tipo di attività sociale sia nel
bene che nel male. Come è noto non sempre la folla è distruttiva, i cori e le
coreografie leggere da stadio sono segno di creatività e attaccamento ai colori
della squadra.

Le Bon, Lorenz e altri studiosi del
comportamento violento, infatti, hanno già ottenuto attraverso i loro studi
alcuni risultati, evidenziando una incontrollabile repulsione nella folla
violenta a non avere un certo ordine, il semplice “striscione” può essere visto
quindi sia come una questione goliardica, ma anche come “insubordinazione” al
sistema “vita di tutti i giorni”. Bypassando i tipi di violenza che la folla
può esercitare, per cominciare a cercare di risolvere il problema bisogna
capire cosa muove il tifoso verso il comportamento che assumerà allo stadio (non
soltanto teoricamente). Lo spirito critico da adottare dovrebbe essere non
impregnato di stereotipi già visti, ma cercare di essere costruttivi partendo
da un’ educazione costruttiva, almeno per i tifosi di domani, ovvero i giovani.

Alcune associazioni organizzano piccoli seminari nelle scuole o gruppi di “tifo
sicuro” tenendo in considerazione aspetti atti a contribuire alla formazione di
persone nuove e leali contro l’assurdo cameratismo delle “macchine da guerra”
assunto dalle vecchie tifoserie. Conoscere la cultura popolare del  tifo per favorire l’inserimento di una nuova
politica fatta di non violenza e valorizzazione dell’unità della folla contro
l’intolleranza ed il razzismo, come ad esempio “Progetto Ultrà” patrocinato dalla
UISP Emilia Romagna. Capire da dove parte “la dirompente” violenza è senz’altro
un passo necessario. La nascita delle culture giovanili, del tifo organizzato,
razzismo e società devono essere patrimonio di tutti per non sbagliare in
futuro.

Un ulteriore e significativo apporto
può essere dato dall’esperienza diretta dei tifosi, cosicché raccontando le
“storie da stadio” si percepisca il loro stato d’animo e si cerchi di capire
quali sono le effettive dinamiche di certi comportamenti, ponendo da qui
chiaramente le basi per produrre una soluzione al problema. Uno di questi libri
è di Giovanni Francesio, ultras della “fossa dei leoni milanista” che butta
nero su bianco 30 anni di vita da ultras.

Come si suol dire tutto fa brodo, il
problema rimane, il tifo per ogni anno che passa si trasforma diventando sempre
più specchio di un’insofferenza verso tutto e tutti. La critica del “sistema”
passa dallo stadio si potrebbe dire. Ma quanto è veritiero il malessere
sventolato dagli striscioni? Che dire dell’apertura sfacciata ad uno schieramento
politico morto con la fine della seconda guerra mondiale e che rievoca soltanto
valori come l’oppressione e la forza bruta? Certo lo sventolare ai quattro
venti l’appartenenza a gruppi più o meno conosciuti dell’epoca fa un certo
effetto, deterrente per gli avversari di striscione si intende, ma fa
inorridire chi di quel periodo non vuol sentir nemmeno parlare… Multe,
allontanamenti hanno il solo scopo di amplificare certi comportamenti, perché
ci si sente forti e potenti, ma per un tifoso vero non è doloroso essere
allontanato dalle trasferte della propria squadra?

Il problema è controverso e ricco, i
responsabili di tutto questo non possono non vedere. Inoltre, le misure
adottate sono troppo poche ed insufficienti, conta solo trovare un equilibrio per
pareggiare i conti… lo sport, il calcio nello specifico, è lo gioco italiano
per eccellenza, più che un punto nero cerchiamone di farne una risorsa. Buon
inizio campionato a tutti…

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