Mondiali Antirazzisti

322.jpgdi Isabella Nicoli

Immaginate quanto segue.

Sport e tornei, ma il ‘fair play’ è d’obbligo, e la
competizione non è ammessa, si gioca per divertirsi! Tra le regole infatti si
legge: se una partita viene interpretata in modo eccessivamente competitivo
dalle due squadre in gioco, entrambe le squadre perderanno l’incontro.

Per le squadre non ci sono limiti di creatività, nella
composizione e nella ‘divisa’: ci sono squadre di migranti e di rifugiati
politici, di centri sociali, di radio indipendenti, di gruppi antifascisti, di
volontari internazionali.

E ovviamente da tutto il mondo, in un mix di culture,
religioni e modi di essere.

Campeggio libero, e gratuito nella stessa area del festival.

Musica e concerti, sul palco l’indie rock delle Diva Scarlet
e il patchanka dei Boikot, mentre in ‘prima serata’ è in programma la pizzica.

Una piazza antirazzista, luogo di dialogo, confronto, e
riflessione su attualità e memoria, che ospita incontri e video proiezioni, e
dove ogni gruppo e/o squadra è invitato a portare il materiale che documenta il
proprio impegno sociale (così vengono assegnati 3 punti extra!).

Birra e cibo etnico e nostrano, a prezzo politico e solo
dietro presentazione di un coupon che si ritira alla cassa (non girano soldi!).

E infine, un approccio environmental friendly, applicato e
rispettato (per lo più) in un festival dove passano circa 5000 persone: nei bar e ristoranti è tutto (posate, piatti e bicchieri)
organico e biodegradabile.

Mixate gli ingredienti e otterrete un festival unico: i
Mondiali Antirazzisti, che uniscono sport, rispetto per i diritti umani e..
allegria e scambio interculturale.

Ospitati e sostenuti per il secondo anno consecutivo dalla
Regione Emilia Romagna e dal Comune di Casalecchio, i Mondiali sono organizzati
da Progetto Ultrà di UISP Emilia Romagna (ovvero un progetto che si propone di
difendere i valori legati alla cultura popolare del tifo e di limitare i
comportamenti intolleranti e xenofobi dentro e fuori gli stadi di calcio)
insieme a Istoreco, l’Istituto per la Storia della
Resistenza e della Società Contemporanea di Reggio Emilia, che affronta da 35
anni la ricerca storica sul fascismo, sulla Seconda Guerra Mondiale,
sull’Antifascismo e sulla Resistenza, e si occupa ora anche di politiche
giovanili antirazziste e scambi internazionali, organizzando visite e viaggi di
studio e della memoria, sulle tracce dei partigiani.

Due partner importanti, che, contando sull’aiuto di qualche
decina di collaboratori, hanno costruito, anche quest’anno, un evento rilevante
dal punto di vista culturale e politico ma anche sociale, e che riesce ad
essere trasversale rispetto agli interessi di gruppi diversi: ai Mondiali si
ritrovano veri sportivi e giocatori ‘arrangiati’, attivisti e curiosi, giovani
e meno giovani, uomini e donne di culture e background differenti uniti nella
lotta contro la discriminazione e il razzismo.

I Mondiali esprimono una chiara posizione contro i
comportamenti machisti, il sessimo e l’omofobia; in seguito al caso dello
stupro (vero o presunto) di una donna nel parcheggio antistante l’area dei Mondiali
(rispetto al quale, tuttavia, gli organizzatori non riconoscono un legame con
lo svolgimento della manifestazione) e ai comportamenti assunti da alcuni
frequentatori della manifestazione, i responsabili hanno indetto un’assemblea
in cui è stato affrontato il tema ed è stato deciso di riservare, nella
prossima edizione, un’attenzione particolare alle tematiche delle differenze di
genere.

I Mondiali hanno inoltre deciso di annullare la fase finale
dei campionati sportivi, assegnando soltanto 2 Coppe: quella Invisibile, che è
andata a 4 squadre di Repubblica Democratica del Congo, Ghana, Gambia e Cuba,
per problematiche legate ai visti d’ingresso, e la Coppa Mondiali Antirazzisti,
alle 4 squadre femminili del torneo, come segno dell’impegno di tutti a ribadire
che i Mondiali sono un luogo aperto al confronto e alle differenze.

Ancora una volta, bravi: a gestire un festival anche nelle
sue criticità e nei suoi aspetti spiacevoli, a farne di nuovo uno strumento
positivo di cambiamento, di riflessione e di denuncia.

E a saper legare lo sport, spesso associato a comportamenti
violenti e discriminatori, a un set di valori ben chiaro: dignità, rispetto,
coscienza e convivenza per ‘tutte le squadre’ e anche nella società in cui
viviamo.

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