Una vita a pugni

21_07_2008_speciale_la vita a pugni1.jpg.jpgdi Luca Volponi

“Una a vuoto e poi sotto la doccia”: Mario ha
sedici anni, braccia dure come rami di quercia, calza i guantoni da quando ne
aveva dieci e a scuola non va nemmeno malaccio, “tranne che in matematica”
precisa. Il maestro gli dà un ordine perentorio, in quel tono virile che sputano
i vecchi pugili che allevano nuove generazioni alla noble art. Una a vuoto sta per una sequenza di diretti, ganci e
montanti portata alla propria figura riflessa nello specchio tentando di
colpirsi nell’immagine, in scioltezza, per defatigare il corpo. Dire duri agli
allenamenti di pugilato è puro eufemismo.

Ogni tirocinio è al limite del gladiatorio, tutto
impostato sul potenziamento del tronco, del fiato e delle gambe, senza
dimenticare di rinforzare la presenza del combattente e la sua velocità fisica
e interiore. Chi coltiva l’attesa di calcare l’anello e incrociare i guanti con
un avversario deve saper ricorrere a tutte le risorse fisiche e morali di cui
dispone altrimenti il tappeto è dietro l’angolo. Mario sa tutto questo, forse
più che saperlo lo percepisce da dentro quel cono d’ombra che è la memoria del
corpo e della sua preservazione, anche se finora ha avversato atleti solo
indossando caschetto e paradenti come nelle competizioni olimpiche. Così
agghindato a fare le spese degli scontri sono il setto nasale e il mento, dato
che il resto del volto si mantiene coperto. E infatti porta in giro un naso un
poco stiacciato verso destra, camuso quanto basta da non renderlo sfigurato.
“E’ stato un destro d’incontro, ho aperto la guardia a portare un gancio ed è
entrato come la lama nel burro. Ho sentito la pasta del sangue colarmi giù fino
alla gola” dice con un che di compiaciuto per quel battesimo che ha affrontato
con coraggio e dolore, nel perdurante odore di muffa della sua palestra. Non si
capisce perché un uomo trovi meravigliosa la possibilità di farsi male o di
farlo, trovi eccitante la fiera sorte di incontrare a viso aperto un
avversario, senza sotterfugi, con quello che sei e quello che è, senza astuzie,
con l’infantile speranza che serva solo il valore per farsi spazio nella vita. La
chiamano disciplina violenta, i benpensanti, la aborrono non sopportando di
veder fisicizzato l’agone umano mentre sul lavoro sconfessano il loro credo
pacifista giocando con il prossimo di scacchi o fioretto, assatanati quel che
basta per raderlo al suolo alla prima occasione. Sul ring no, non è così: chi
cade al tappetto è atteso dall’avversario, abbracciato sinceramente a fine
incontro, rispettato secondo un codice non scritto ma esplicito a tutti. “La Boxe è cosa vera, o io o tu,
senza manierismi” svela il poco loquace maestro, Primo per gli amici, sorprendendo
per quel termine tanto affettato quanto preciso. E’ laureato in sociologia
“così, tanto per tenere allenata la materia grigia, che serve tanto, pure ai
cazzotti”. Si perché insegnare a schermare significa soprattutto prevedere il
pericolo, esercitarsi a prevenirlo, invenare nel corpo un istinto che ragioni dato
che non c’è pensiero che sia veloce quanto un jab. “A questo servono le
sequenze, le tecniche di offesa e di difesa. Insegno ai ragazzi a reagire
istintivamente a una azione subita, immetto una intelligenza reattiva nelle
loro braccia perché ogni offesa abbia la sua risposta. La boxe è puro ritmo, è
danza virile e senza questa preparazione sei solo un masochista in cerca di pesanti
aventurette”. Non so se si rende conto che quello che dice ha una sua
dimensione morale, metafisica direi, non so se ha coscienza della stupenda
disciplina umana che insegna, del rigore che suscita in chi ha sensibile
ascolto, in chi aspira a diventare un animale squisito. “Nella boxe tutto
sembra innaturale, si va incontro al dolore invece di evitarlo. Molti che
salgono l’anello hanno l’inferno nelle pupille, altri la fame livida o la
rivalsa sulla vita, ma tutti appartengono alla legione dei coraggiosi, dei
vincitori vinti, al corteo degli esseri limpidi. Non è niente di allegorico, è
così e basta. Chi combatte ha una poesia del confronto inarrivabile, e sa
riconoscere subito chi odora di tempesta e di valore. Se fosse per me metterei
la boxe come materia di insegnamento nelle scuole, perché chi boxa sa
riconoscere che il limite alla propria onnipotenza sta negli altri, in quello
che si copre il volto con i guantoni davanti a te e aspetta che ti senti spavaldo
per stenderti come un cencio. Il pugilato è etica e pulizia, di corpo e mente …
sapessi quanti ne ha salvati …” e si ferma. Ma l’allusione è palese: la droga, l’alcool,
la solitudine e il disagio giovanile. Tutte cose che fanno perdere davvero. Sul
ring della vita.

  • Print
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Diggita
  • Diigo
  • eKudos
  • email
  • LinkedIn
  • MySpace
  • PDF
  • RSS
  • viadeo FR
  • Wikio

Gli utenti che hanno letto questo articolo, hanno letto anche ...

  • No Related Post
Line Break

Author: Redazione (897 Articles)

Redazione

Speak Your Mind

Tell us what you're thinking...
and oh, if you want a pic to show with your comment, go get a gravatar!