Backpacking tra viaggio, vita, arte e moda


01_10_08_ speciale backpakers costa.jpgLa comunità dei viaggiatori con lo zaino in spalla
di Silvia Costa

“Il viaggio è un’esperienza che attraversa innumerevoli volte la nostra vita, per un numero crescente di individui è diventato uno stile di vita” – Laura Bovone (presentazione al libro «Le comunità viaggianti» di Giovanna Mascheroni)

Il backpacking, dall’inglese backpack, zaino, indica un modo di viaggiare indipendente e non organizzato, in genere per un periodo prolungato e con un budget limitato. Nell’era della connessione onnipresente, delle risorse veloci e della network society (Manuel Castells), l’hippy degli anni ’60 si carica uno zaino sulle spalle e si fa ruolo sociale, membro di un gruppo itinerante a cui corrispondono precise caratteristiche.

Innanzi tutto il carattere comunitario del viaggiatore post-moderno, o reticolare come dice la sociologa Giovanna Mascheroni nel suo libro dedicato alle Comunità viaggianti (Franco Angeli, 2008). Una comunità che fonda la sua esistenza sul principio della connessione virtuale pret-à-porter che oltre a riqualificare il qui-e-ora personale come momento comune a molti, consente la mobilità delle relazioni, e quindi la portabilità di tutto ciò che il concetto “casa” rappresenta. Ogni elemento quotidiano è plasmato sulle esigenze del viaggio; il lavoro, ad esempio, diventa sempre più spesso lavoro a distanza, o in presenza simulata.

Se la backpackers community ha valore virtuale, opposte sono le caratteristiche del viaggio che essa sostiene. Le riconquiste degli spazi, dei tempi, della presenza e della penetrazione culturale sono alla base del viaggiatore con lo zaino che in tutto vuole differenziarsi dalla veloce superficialità del turista. Loro, i viaggiatori, fanno della lentezza una discriminante che gli permette di acquisire insieme coscienza dello spazio percorso e del tempo passato, cercando con la gente del luogo un incontro faccia a faccia, con la volontà di farsi, ancora con le parole della Bovone, ‘temporaneamente nativi’.

Il fenomeno del viaggio indipendente sta delimitandosi sempre più come ruolo sociale quindi, come massa identificabile e caratterizzabile, verso le quali anche le esigenze di mercato si stanno muovendo. E come tutti i nuovi fenomeni, anche il backpacking subisce la nascita di un backpacking parassita, che rinunciando al seme originario (il seme hippy), diventa semplice tendenza, onda da cavalcare, moda da cui passare. Tralasciando i figli illegittimi, l’originale backpacking è in realtà un’esperienza totalizzante che ha prodotto e continua a produrre materiali creativi ed espressivi (blog, forum, diari di viaggio, foto-diari, reportage) e che proprio grazie a questi si avvicina a quello che Adler J. (American Journal of Sociology, 1989) definiva “Travel as performed Art”, il viaggio come forma d’arte.

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