Roma Termini, personaggio d'autore


roma termini personaggio dautore - copertina.jpgPorte d’ingresso in un polmone di cemento
di Alessio Di Lella

Vista da fuori, la più trafficata stazione ferroviaria d’Italia è un enorme scatolone, un colosso di vetri e cemento che si stende sulle braccia della città con una compostezza pesante ed armoniosa. E’ immersa in uno sciamare di persone mai uguale a sé stesso; l’uno, nessuno e centomila, nei pressi di Termini, è una menzogna concreta: si incontrano biondi turisti dalla pelle bianca, professori solitari con lo sguardo goffo, immigrati con jeans griffati e ciondoli e collanine su per le braccia, ragazzini che masticano pizze all’olio, tassisti, operatori di call center, artisti, scansafatiche, drogati, pazzi, provinciali, brutte facce, bei culi.


La stazione ha diverse entrate, ognuna delle quali è una fotografia di un’espressione diversa di quel mondo che vi è contenuto. L’entrata da Piazzale dei Cinquecento, ad esempio, assomiglia ad un grosso ufficio postale, ma la sensazione viene subito scomposta dalla coesistenza di una libreria dalle pareti di vetro, dove si vedono tante teste chine di persone che s’affacciano tra gli scaffali dei libri, come  ippopotami che mettono il volto fuori dall’acqua. E scompaiono, si spostano, si chinano per poi tirarsi su, evitando di incrociare gli sguardi. Di fronte a quell’enorme stagno di copertine e caratteri colorati, ci sono gli sportelli per l’acquisto dei biglietti, ed i passeggeri s’infilano in cordoni spartitraffico simili a quelli che trovate nei parchi a tema. Tutt’intorno, sui polmoni di destra e sinistra, ci sono bar dai tavoli e dai banconi bianchi e semplici, che danno un tono sempre primaverile agli interni, e distributori di biglietti per la metro, touch – screens per le informazioni su costi e tempi, negozi di abbigliamento e porticati che conducono all’altro lato della stazione. C’è poi un piano rialzato che si sporge come una regale balconata sulla zona d’ingresso di cui sotto, ed altri negozi, vetrine, bar, tavoli d’alluminio, luci e giacche eleganti si muovono come se tutti insieme facessero parte di uno medesimo ufficio lavorativo. Da lì sopra, si vede la lunga bocca d’ingressi di Piazzale dei Cinquecento, attraverso i quali persone di fretta o che passeggiano, turisti con lo zaino o ragazze con la borsetta, poliziotti e barboni entrano ed escono attraverso le porte ad apertura automatica, sempre a muoversi come le branchie di un grosso animale. Un’enorme balena bianca che apre la bocca per far transitare centinaia e centinaia di lillipuziani sghignazzanti. Anche la libreria, vista da qui sopra, acquista le parvenze d’un acquario con tanti pesci lenti e silenziosi.

L’intera stazione è attraversata da un corso al coperto, dove dei graziosi botteghini dalle pareti di vetro vendono abbigliamenti, cosmetici, peluche dalle forme tonde. Pannelli pubblicitari con dita puntate verso di te e figurine di volti famosi con boccette di profumo in mano dividono il corso in due lati, uno che fiancheggia l’ingresso da Piazzale dei Cinquecento, l’altro che si ricongiunge al terminal vero e proprio. Da lontano, simili a balenotteri giunti in spiaggia, si vedono le vecchie facce di due o tre treni fermi sui binari, in una deriva di pietre e cielo aperto che nasconde l’orizzonte di metallo arrugginito dal quale i treni giungono. Il corso è ricco di informazioni: le caselle degli orari di arrivo e partenza, l’indicazione dei ritardi, lo sponsor tecnico che illumina grossi schermi piatti senza sonoro, la diplomatica voce che pronuncia qualcosa agli altoparlanti sparsi chissà dove. Uno al fianco dell’altro, poi, sono i locali di ristoro, pieni di colori gialli, verdi e rossi, con hamburger e foto di mamme in camicia che sorseggiano coca cola dalla cannuccia. Il piatto del mese è in promozione; il servizio è veloce, e passando di lì si sente il rumore della plastica che viene accartocciata.

Il corso ha due ingressi, uno da Via Giolitti, ed uno da via Marsala. In entrambi ci sono delle scale mobili, con le persone che si lasciano trascinare nella gola di Termini, come la merce sui tappetini mobili alle casse del supermercato. L’ingresso da Via Giolitti è solitamente quello più colorato. Una locandina cinematografica dalle dimensioni di un palazzo funge da insegna a quella piccola fetta dell’industria metropolitana. Alle spalle, entrando, ci lasciamo una grossa via pavimentata e trafficata. Macchine bianche o nere fanno brevi soste, tra clacson e doppie frecce. Valigie imbottite seguono i loro padroni trascinate al guinzaglio, mentre grossi autobus hanno la precedenza. L’inquinamento acustico ed atmosferico fa da cornice ai piccoli negozi multietnici, dai soffitti bassi, e sovrastati da insegne luminose verticali e sovrapposte, e al contempo jeans, patatine fritte, bottigliette d’acqua e giornali piegati convivono in una cartolina in movimento che richiama alla memoria il film Blade Runner. C’è poco cielo, in questo ingresso, e via Giolitti, vista da qui, sembra una enorme sigaretta accesa. L’ingresso da via Marsala è più grigio. Marciapiedi scomodi e parcheggi per motorini fiancheggiano la strada fino alla porta, che si presta più come deviazione del traffico urbano che non come facciata di una stazione ferroviaria. Bastano pochi metri però, e subito entriamo nel corso della stazione, e nella sua sensazione di trovarci dal vivo in una confusa pubblicità di giocattoli.

Dirigendoci, attraverso una qualunque rampa di scale, nel piano interrato, si ha l’impressione di avventurarci negli ingranaggi di una fabbrica senza nome, di muoverci tra rotelle e tappeti incastrati in continuo movimento. Ci sono altri negozi, qui sotto, e l’intero sito si lascia respirare come una piccolissima città a parte, senza sole e senza ruote. La cittadina è sostenuta dalla presenza, oltre che di attività commerciali, di sportelli bancomat, banconi di gelaterie, tabacchini, un supermercato. Se non la si conosce per bene si rischia di perdersi. I suoi abitanti si raccolgono ai piedi delle scale mobili come fanno i ragazzini all’ingresso delle loro scuole, e quando salgono verso l’alto sui gradoni rigati in movimento, sembrano astronauti diretti verso la cabina di pilotaggio, verso l’altrove del mondo “all’aperto”. Il mondo di sopra fa parecchio rumore, mentre la lunga scia di persone che giunge dall’uscita della metropolitana hanno tutte la faccia di bagnanti che escono per gioco da una scomoda apnea in acqua. Tornelli, frecce arancioni e pistole attaccate ad una molla nera si trovano nei pressi delle porte che conducono alle linee metropolitane. La cittadina interrata della stazione Termini è quella che, forse per il suo trovarsi confinante tra le strade di sopra e le gallerie di sotto, comunica un forte segnale di scombussolamento. Qui sotto, in qualche angolo, c’è confusione, e ci si perde in un tornaconto che non c’è: troviamo edicole con l’insegna “no biglietti metro – no tickets”, caffetterie senza tavoli, bancomat con gli schermi spenti, librerie con dvd in vetrina, cancelli chiusi.

Da qualunque punto è possibile risalire, e ritrovarsi un pochino più vicini alla città. Con due occhiate buttate a destra e a manca, familiarizziamo subito con la nostra posizione in sala, immersi nel fantasmatico maxischermo senza filtri di questo imponente personaggio romano. L’uscita è lì, dove si vedono le luci muoversi, ed attraversare Termini da una costola all’altra senza mai fermarsi è come prendere parte di uno stesso, comune percorso metropolitano.

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