Da Cabiria alle veline


01_11_08_da cabiria alle veline - copertina.jpgLe Iene mostrano un altro paradosso della nostra società
di Federica Rondino

Quand’ero bambina e chiedevo a mia nonna chi fossero quelle signore che stavano di sera sole in piedi davanti ad un falò, mi rispondeva che erano delle poverette che attendevano l’autobus e che per riscaldarsi avevano acceso il fuoco. Questa immagine delicata si è andata negli anni a mescolare con l’immagine poetica di “Cabiria” di Fellini, per poi distruggersi e riempirsi di vergogna con quella delle ragazze/bambine, pressoché nude, che tutti i giorni osservavo percorrendo la via Salaria. La vergogna nasce dall’essere parte di una società che permette tale sfruttamento e dall’accorgersi che quegli abiti inesistenti sono dovuti alle sempre maggiori ridotte dimensioni dei vestiti indossati generalmente dalle donne (più o meno giovani).


Un servizio in tv de “Le Iene” ha mostrato come sia paradossale l’ordinanza del sindaco di Roma per bloccare il fenomeno della prostituzione quando invece poi nessuno si scandalizza se alla televisione, durante le fasce protette, si vedano ragazze non vestite.  La iena Elena di Cioccio è andata sul campo per dimostrare che quegli stessi abiti indossati alla televisione che ci appaiono tanto normali, se si portano di sera o di giorno in mezzo alla strada conducono addirittura all’arresto. L’ordinanza del sindaco Alemanno prevede che “indossare abbigliamenti che manifestano inequivocabilmente l’intenzione di adescare o esercitare l’attività di meretricio” sia un comportamento multabile. La Iena è così andata sulla strada con indosso i completi di  letterine, veline e addirittura quelli visti in programmi con Iva Zanicchi e nello storico “Drive In”: in tutti i casi si sono fermati clienti desiderosi e forze dell’ordine che in alcuni casi hanno solo ammonito la donna, in un caso le hanno fatto una multa di 200€ e in un altro l’hanno condotta al commissariato. Inutili sono state le proteste della di Cioccio nel far notare che l’abito indossato era entrato milioni di volte nella casa dei poliziotti; essi sembravano non capire. Infatti siamo talmente tanto abituati alle immagini di nudi televisivi che quasi non ce ne accorgiamo più.

E’ oramai appurato che le ragazzine prendono ad esempio i personaggi televisivi, ed in particolar modo le veline, per la scelta del proprio look. Ed allora se si permette che ciò avvenga come si possono punire ragazze “solo” per ciò che indossano? Con questa ordinanza si vuole soltanto mascherare il fenomeno perché l’immagine è quel che conta. Purtroppo quello che si può vedere per le strade delle nostre città, se solo si aprono gli occhi, sono giovani, in alcuni casi non ancora adolescenti, che portano indosso gonne non più alte di dieci dita e magliette che stentano a stare giù. Cosa dire poi dell’abbigliamento (e non solo) che si vede in locali frequentati il sabato pomeriggio da 12, 13, 14enni e tanto ben messo in evidenza nel libro “Ho 12 anni,  faccio la cubista, mi chiamano principessa” di Marida Lombardo Pijola. Quello dello sfruttamento della prostituzione è un reato intollerabile che andrebbe affrontato meno in superficie e più nella ricerca di chi vi sta dietro. Altrettanto grave è che i bambini e i ragazzi che si stanno formando nel carattere e nell’immagine siano sottoposti a “seni e sederi” televisivi, perché se è vero che lo schermo funge da filtro, è altresì vero che in molti vi vedono dietro modelli da imitare.

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