L’insostenibile leggerezza del male
di Germana Falcone
Anche questa notte Davide è venuto a trovarmi. Sul fianco del letto fradicio di paura i suoi occhi hanno ripreso ad infuriare. Vorrei non dovergli parlare, vorrei non dover ascoltare ogni notte i suoi pensieri rigidi ma mi è stato assegnato, come il numero in fila dal fornaio.
Ho conosciuto Davide in una notte di tangenziale, quando le sirene sono forti e il russare della gente micidiale.
L’ottobre di Roma è ancora caldo e profumato e viene sempre da chiedersi quando arriverà l’inverno, con i suoi traumi e i suoi disastri. Ieri sono morte altre quattro persone intanto, laddove l’inverno è già giunto con le mani funambole e malate. Ho sentito bestemmiare mio zio per telefono, che non ce la fa a combattere quel cancro impazzito nel freddo di Torino. “Mi si arrugginisce la schiena” mi dice, come se quel demone che gli mangia lo stomaco non sia già arrivato là dietro, a pochi centimetri di distanza, manco fossero metri. Ah no, colpa del freddo.
Sulla strada del lavoro stamattina ho trovato un’automobile rivoltata, come un collasso alcolico dopo una notte di bagordi, e resti di lamiere e chiazze d’olio si spargevano come i succhi gastrici del vomito. Ho pensato si trattasse di uno strano onomatopeismo, così poco metaforico in fondo.
Davide me ne aveva parlato una notte. Mi diceva che morire affogato in un fiume dovrebbe essere come rivoltarsi dentro uno stomaco. Non mi sono mai sforzata di comprendere la sensazione ma mi fido che sia terribile, corrosiva.
Siamo al 25 di Ottobre e a Roma si manifesta tra scuole occupate e università tagliate dalle forbici di un Ministro strano, atipico, un avvocato, si dice. O meglio avvocatessa. La polizia non interviene ancora, ma c’è da credere che il ’68 sia di nuovo così vicino. Lo toccheremo come sempre, per poi farlo sparire come le case dei romani sepolte nei sampietrini, basta uno spiffero d’aria per farle crollare. Ho sempre pensato a quanto fosse buffa questa cosa. Strutture che restano sotto terra per migliaia di anni, intatte, si sbigottano appena le si guarda. Gli spunti di riflessione occuperebbero troppo spazio e non siamo in contesto.
Mia madre il prossimo mese andrà a far visita a Padre Pio, dice che la libera dal male. Poi però a tavola riproduce i suoi livori come sputi in faccia a Giuda e mi chiedo allora cosa sia per lei la serenità. Le chiese di Roma sono meravigliose. Le osservo entrando senza segno della croce e a Davide ho sempre detto di aver paura che questo possa essere usato contro di me un giorno. Non per la vita eterna, una condanna, quanto per il riuscire a chiudere gli occhi di notte senza sentire voci incomprese. Il senso di colpa è lo strumento preferito dal Demonio si dice, ma io credo sia lo stesso per Dio. Se non di più.
Da piccola andavo in Chiesa perché si vinceva un viaggio, quello con i panini imbottiti nei pullman che fanno le briciole e poi devi pulire sennò ti rimbrottano. Ogni bollino dava diritto ad un punto e il bollino te lo metteva Madre Rita dopo aver partecipato alla messa domenicale e, udite udite, ce l’ho fatta. Partii con mio padre e mia cugina in un giorno d’inverno insieme ai miei bravi cristiani compagnucci, e canti e barzellette, su cui andavo forte all’epoca, coloravano una mattina assolata fintamente. Arrivammo a Marta, un puntino sperduto del Lazio, dove c’era tanta neve e un nome affascinante. Lo slittino. Che bello. Ricordo la felicità di bambina di quel giorno e l’incoscienza degli anni che non ricordo più. Nella mano di mia cugina trovai un tesoro, il coraggio, lo presi assieme a lei e salimmo su una salita rumorosa e via giù, fino in fondo. Buio.
Una lastra di ghiaccio aveva deciso di rompersi e di rompere il mio fantastico slittino nuovo, assieme ad una tutina rossa e blu che costò a mia mamma centomila lire. Freddo nelle ossa, l’inaspettato aveva cementato i miei desideri rossi. La natura è corporea. E per tale si ribella. Tornai a casa con un paio di calzini nuovi e l’idea che i bollini sul tesserino del 3×2 non valessero la pena.
Davide mi ha portato un dono stanotte, voleva che vedessi cosa significasse per lui la pesca. La sua canna era ruggine e sangue e mi ha detto che un giorno qualcuno provò a portargliela via ferendolo sul viso. “Quel bastardo aveva già ucciso sua madre, ma con me non ci è riuscito.”
Già, lui non ci è riuscito.
Il bastardo era suo fratello, schizzato nella testa come vernice nelle mani di Pollock. Lui fece una brutta fine, schiattando nel crollo del Portuense del ’98. Ridicolo quel crollo per come avvenne: qualche illustre architetto decise infatti che per qualche persona forse fosse giunta l’ora, preso da un tremens di delirio di fabbricante di vite e di morti; spostò un muro maestro di una stupidissima tipografia e tutto venne giù dopo qualche tempo. Si muore per stupidità più di quanto si possa pensare, ma soprattutto si muore. Che Dio ci liberi dal male. Amen. Si mamma, ho detto le preghiere.
Intanto altri aerei galleggiano sui cieli dell’odio e delle fedi e sorvolando il pensiero rimane sempre lo stesso: dove cadere oggi? E’ un gioco di dadi, di possibilità, di bianco o nero, di colpo in canna alla pistole in una roulette sacrificale. Sacrificio, parola malvagia.
Quasi dimenticavo, mia nonna mi ha tagliato una ciocca di capelli, le serve per sacrificarla alla megera, per proteggermi, così ha detto. Ho sorriso, ma mi fido di lei e della sua saggezza rugosa e tenera. Sacrificio non è sempre una parola malvagia, forse solo stravagante.
Adesso spengo la luce e chiudo gli occhi, magari Davide non verrà se distraggo i miei pensieri in pensieri catodici, accendo dunque la tv. Ma Davide arriverà lo stesso, portando con sé le sue verità, la sua figura evanescente e la sua insostenibile “leggerezza”, non del male, stavolta.

Author: Redazione (935 Articles)