Qualcuno Protesto' sul nido della Gelmini
La legge 133/2008 e le manifestazioni studenteschedi Alessio Di Lella
Un bimestre dannato, questo ottobre – novembre, per la stabilità del mondo accademico. Da metà del mese scorso, infatti, decine di piazze italiane hanno visto mobilitarsi manifestazioni di studenti, in protesta contro il decreto Gelmini (che, chiariamolo subito, non è una “riforma” – termine di sovversiva fomentazione per i fanatici della demonizzazione politica), e contro parte della legge 133/2008 recante “disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”. In particolare, vengono contestati gli articoli 16, 17, 64 e 66 di suddetta legge, consultabile interamente alla pagina http://www.camera.it/parlam/leggi/08133l.htm .
La protesta, che non ha accennato a diminuire nei primissimi giorni delle sue manifestazioni, s’è alimentata in centinaia di forum di studenti online, ed ha subito avuto in risposta gli interventi dei nostri governatori. A detta di Berlusconi, si trattano di piccoli gruppi di “facinorosi”, che godono “dell’appoggio della sinistra estrema e dei centri sociali” e “dell’appoggio dei giornali”, che in quel di venerdì 24 ottobre hanno anche invaso il Festival del Cinema di Roma. Al premier, che un paio di giorni prima (22 ottobre) preannunciava il presidio militare nelle nostre accademie per impedire che venissero occupate, e garantire “il diritto degli studenti che vogliono studiare di entrare nelle classi e nelle aule”, s’è affiancato a far luce il Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che ha individuato nel pregiudizio di “minoranze politicizzate” e autoreferenziali le azioni studentesche di questa situazione filo sessantottina. Stendiamo un velo pietoso sulla dichiarazione dello stesso Sacconi per il quale bisognerebbe preoccuparsi del fatto che “in Italia ci si laurea mediamente a 28 anni, ma non in ingegneria, in scienze della comunicazione” – e nel Paese dove l’informazione pubblica è stata uccisa dal duopolio televisivo, dove il settore pubblicitario è tra i primi in Europa e l’alfabetizzazione informatica invece tra gli ultimi, sfottere la comunicazione ha un che di imbarazzante stolidità. Forse era meglio ricordare che nella sola Roma ci sono più avvocati che in tutta la Francia; ma non è questa la sede. Sull’altra sponda, Walter Veltroni punta il dito a senso unico auspicando che il governo ritiri immediatamente il decreto Gelmini, e alimentando, attraverso vari interventi, la circoscrizione della lotta politica come interpretazione partigiana di un determinato contesto (“essere contro”), con buona pace del Governo Ombra e dei suoi doveri di comunicazione politica sentinella, che dovrebbero far chiarezza, modellare un progetto, e non puntualizzare disaccordi, facendo a gara a chi butta più benzina sul fuoco. La grande manifestazione del PD di sabato 25 ottobre ha preannunciato che “le cose cambieranno presto”, in Italia e in Europa. Sia Veltroni che Berlusconi, ad ogni modo, hanno messo in pratica una vera e propria politica delle provocazioni isteriche, suscitando violente reazioni in ciascuna delle loro “fazioni”.
In questo stato di triste agitazione si ha una fotografia assai violenta del nostro Paese. Rassegnazione e disperazione scendono in campo ogni qual volta sugli schermi e sulle pagine dei giornali vediamo cordoni di forze dell’ordine scontrarsi con studenti che esprimono qualcosa. Ed è da lì che parte la riflessione, in quelle teste insanguinate, in quegli striscioni calpestati, in quelle grida fumose di un contesto che, dal canto suo, è assurdamente paradossale, come ricordava Pier Paolo Pasolini nel ’68, sostenendo che i veri proletari sono i poliziotti e non i “figli di papà” che scendono in piazza. E’ questione di interpretazione (quale decreto legge non ancora in opera non ne è vittima?), dialogo, per una legge che, senza dubbio, presenta sia punti interrogativi che termini ben sottolineati. Drasticamente connessa a quel reiterativo gioco di equilibri informativi e massmediatici che nel nostro Paese ha una sua particolare politica del paraocchio, è prima di tutto questione di comunicazione (o ingegneria, se la vedete come Sacconi). C’è molta specializzazione nella presunzione, da una parte e dall’altra, di voler rivendicare il diritto al non dialogo.
Per andare dove? Molti, ad esempio, criticano la soluzione delle università pubbliche in fondazioni private (soluzione non coatta, ma libera – al che sorge una domanda: quanti rettori delle nostre università, con posti da impiegati pubblici, perderebbero i propri privilegi per entrare in competizione sul mercato?). Andiamo verso il cosiddetto “modello americano”? Ci sono i pro e i contro, naturalmente. I pro sono ancora tutti da vedere, e qui c’è spazio per gli interventi dei terapeuti del più e del meno. I contro sono a livello prettamente scientifico ma, finché piangiamo su un piatto dove tiriamo in ballo libertà degli studi e moneta contante, conviene cambiar tavolo. Leggete mai Noam Chomsky? Purtroppo abbondantemente assente nelle nostre università pubbliche, lo studioso americano fece osservare come le migliori università statunitensi, ben salde nei loro rapporti tra ricerca e mondo del lavoro, realizzano una catena di montaggio di giovani laureati che “di rado acquisiscono una capacità di analisi critica in grado di garantire una comprensione coerente del mondo”. Un’istruzione redditizia, ma ottusa. Potremmo noi prendere insegnamento dalla questione americana, e fare meglio di conseguenza, o ci limitiamo nell’andare a ruota? Scrive Chomsky: “Quelli fra voi che hanno frequentato l’università, sanno che il sistema scolastico è profondamente strutturato in modo da ricompensare il conformismo e l’obbedienza; se non ti uniformi a quel modello, sei un piantagrane. Quindi, si tratta di una sorta di filtro per cui alla fine le persone che pensano onestamente interiorizzano lo schema di convinzioni e di orientamenti del sistema di potere in cui vengono formati. Istituzioni di élite come Harvard e Princeton, o le piccole università di prestigio, per esempio, lavorano molto sulla socializzazione. Se andate in un posto come Harvard, gran parte di quello che succede lì si riduce all’insegnamento delle buone maniere, come comportarsi in qualità di membro delle classi superiori, come pensare quello che va bene pensare e così via. […] All’università abbiamo imparato che se noi tentassimo di denunciare il mondo reale come è, proclamando un nuovo stile di vita, non saremmo più scienziati, ma ideologi”. Chomsky denuncia la fabbrica pedagogica ed il suo modo di interazione modellata con il sostegno del business. Più scienza, e meno riflessione: da qui nasce il tacito disordine sociale e politico. Certo, Chomsky analizza, non propone. E da noi? “Disordine” è la parola chiave di una politica che non c’è. Ciascuna “fazione” rivendica i propri ideali, ma il vecchio motto del ’68, “Soyons realistes, demandons l’impossible!” non porta a nulla di buono. Insomma: che questa “mobilitazione” di idee manifestate di massa non si apra al dialogo, è davvero un autogol. Perché non discutere? C’è molto fascismo nella comunicazione politica italiana, sia a destra che a sinistra. All’ultimo World University Rankings 2008, la sola Bocconi era presente, al 195esimo posto su una lista di 200, tra le università italiane, preceduta da atenei dell’India, Singapore, Israele, Finlandia, Korea del Sud, Messico, Sud Africa, Taiwan. Le università italiane non cambiano perché restano abbandonate a sé stesse: serve il Dialogo, la forse fin troppo utopica condizione per la quale si discuta a tavolino la condizione di un fondamento del nostro Stato, che politica non è, ma qualcosa di più grande, civile. “Aiutiamola”, non “difendiamola”: e per questo davvero si, vale la pena di scendere in piazza.

Author: Redazione (935 Articles)