“Changeling” di Clint Eastwood (USA,2008) **** 1/2
Recensione di Patrizia LimaChangeling significa letteralmente «scambio di bambini».
Una storia vera e agghiacciante, avvenuta a Los Angeles nel 1928, ai tempi della Grande Depressione, nel film mai citata, ma ricostruita dalla fotografia a tinte fosche dell’abilissimo Tom Stern (direttore della fotografia di quasi tutta la filmografia di Clint Eastwood).
E’ la vicenda di una madre disperata, Christine Collins (Angelina Jolie ), alla ricerca del proprio figlio scomparso e sostituito per sbaglio con un impostore da una polizia incapace, disonesta e criminale, alleata con la politica, che preferisce far internare la donna, attribuendole disturbi mentali che l’avrebbero spinta a non riconoscere nel sedicente Walter il proprio figlio, piuttosto che ammettere il proprio errore.
Un dramma angoscioso e kafkiano in tre atti, accompagnati da una musica (scritta dallo stesso regista), triste e malinconica che enfatizza con pathos la tragedia, l’orrore e la ricerca di una catarsi impossibile.
Ma il dramma di una madre che perde la sua unica ragione di vita è soltanto un soggetto attraverso il quale Clint Eastwood e lo sceneggiatore J. Michael Straczynski, per quasi due ore e mezza, riescono ad incollare gli occhi dello spettatore sullo schermo, denunciando quella parte della società devastata dagli abusi di potere della polizia e dal dilagare della criminalità che si riversa sui deboli, ed in particolare su donne e bambini, vittime di un sistema corrotto e malvagio.
Il rapimento di Walter Collins (Gattlin Griffith) ebbe conseguenze non indifferenti sulla politica, e anche sulla legislazione relativa ai ricoveri nei manicomi della California che, proprio per questo caso clamoroso, fu modificata.
E’ bene, tuttavia, ricordare che vent’anni dopo, nella Città degli Angeli, la corruzione era ancora ben lungi dall’esser stata debellata, come ci racconta un altro grande film, “Los Angeles Confidential” di Curtis Hanson (Usa, 1997).
Angelina Jolie è brava. La sua parte è difficilissima, e senza dubbio, in questo film, la moglie del mitico Brad Pitt ci regala la sua migliore performance dai tempi di “Ragazze interrotte”( James Mangold, Usa 1999).
Madre tenace ed indomita, tosta come l’acciaio, lacerata da un atroce sofferenza, ancorché dignitosa e composta, ma profonda ed implacabile, la Jolie ce la mette tutta. E con tutto ciò non convince.
Se c’è una nota decisamente stridente nella perfetta ricostruzione dell’epoca del film è un particolare proprio di lei che, in questo film, gioca assolutamente a suo sfavore.
Negli anni trenta una donna inconsolabile ed anoressica con le labbra gonfie di silicone, proprio no, non si è mai vista!
Se i primi piani sono necessari per la resa delle emozioni del personaggio, la macchina da presa deve giustamente indugiare su quegli occhioni rossi e rigonfi di lacrime; deve poter catturare lo sguardo perso, carico di angoscia e prostrazione; deve poter cogliere un barlume di speranza o un lampo di sfida…e fin a qui la protagonista è appropriata.
I suoi occhi sono due grandi laghi gemelli di struggente emozione, ma quando lo schermo si riempie di un broncio innaturale e trasbordante, mentre la mimica facciale di qualsiasi essere umano che piange consiste nel serrare le labbra o spalancarle, e così facendo assottigliandole, al “canotto” in lacrime…si fatica a credere.
Anche la scena dell’incontro con il presunto figlio che riconosce subito non essere suo non soddisfa pienamente. Si può comprendere lo stordimento dettato dalla tensione emotiva, dalla folla di poliziotti e giornalisti, ma qualcosa, innegabilmente, manca.
Chi è veramente insuperabile è Jason Butler Harner – Gordon Northcott, eccellente nel mantenere il suo personaggio in bilico tra follia e perfidia.
John Malkovich, nei panni del reverendo presbiteriano Gustav Briegleb che conduce la sua Crociata contro gli illeciti, l’inettitudine e la falsità delle istituzioni, è perfetto.
Un dramma angoscioso e kafkiano in tre atti, accompagnati da una musica (scritta dallo stesso regista), triste e malinconica che enfatizza con pathos la tragedia, l’orrore e la ricerca di una catarsi impossibile.
Ma il dramma di una madre che perde la sua unica ragione di vita è soltanto un soggetto attraverso il quale Clint Eastwood e lo sceneggiatore J. Michael Straczynski, per quasi due ore e mezza, riescono ad incollare gli occhi dello spettatore sullo schermo, denunciando quella parte della società devastata dagli abusi di potere della polizia e dal dilagare della criminalità che si riversa sui deboli, ed in particolare su donne e bambini, vittime di un sistema corrotto e malvagio.
Il rapimento di Walter Collins (Gattlin Griffith) ebbe conseguenze non indifferenti sulla politica, e anche sulla legislazione relativa ai ricoveri nei manicomi della California che, proprio per questo caso clamoroso, fu modificata.
E’ bene, tuttavia, ricordare che vent’anni dopo, nella Città degli Angeli, la corruzione era ancora ben lungi dall’esser stata debellata, come ci racconta un altro grande film, “Los Angeles Confidential” di Curtis Hanson (Usa, 1997).
Angelina Jolie è brava. La sua parte è difficilissima, e senza dubbio, in questo film, la moglie del mitico Brad Pitt ci regala la sua migliore performance dai tempi di “Ragazze interrotte”( James Mangold, Usa 1999).
Madre tenace ed indomita, tosta come l’acciaio, lacerata da un atroce sofferenza, ancorché dignitosa e composta, ma profonda ed implacabile, la Jolie ce la mette tutta. E con tutto ciò non convince.
Se c’è una nota decisamente stridente nella perfetta ricostruzione dell’epoca del film è un particolare proprio di lei che, in questo film, gioca assolutamente a suo sfavore.
Negli anni trenta una donna inconsolabile ed anoressica con le labbra gonfie di silicone, proprio no, non si è mai vista!
Se i primi piani sono necessari per la resa delle emozioni del personaggio, la macchina da presa deve giustamente indugiare su quegli occhioni rossi e rigonfi di lacrime; deve poter catturare lo sguardo perso, carico di angoscia e prostrazione; deve poter cogliere un barlume di speranza o un lampo di sfida…e fin a qui la protagonista è appropriata.
Anche la scena dell’incontro con il presunto figlio che riconosce subito non essere suo non soddisfa pienamente. Si può comprendere lo stordimento dettato dalla tensione emotiva, dalla folla di poliziotti e giornalisti, ma qualcosa, innegabilmente, manca.
Chi è veramente insuperabile è Jason Butler Harner – Gordon Northcott, eccellente nel mantenere il suo personaggio in bilico tra follia e perfidia.
John Malkovich, nei panni del reverendo presbiteriano Gustav Briegleb che conduce la sua Crociata contro gli illeciti, l’inettitudine e la falsità delle istituzioni, è perfetto.
Un film tragico, duro, doloroso che affronta tanti quesiti morali. Non già sottotrame, ma soggetti altrettanto principali quanto quello dell’incredibile forza dettata dall’amore materno: la denuncia civile, il maschilismo schiacciante, il rispetto che il Potere deve all’individuo, l’abuso sui bambini, la nascente società dello spettacolo, la pena capitale.
Per quanto brutale possa essere la dettagliata sequenza sull’esecuzione del pedofilo assassino, neanche il rumore del collo che si spezza quando il corpo oscilla nel vuoto, e quell’agitarsi di piedi al momento dell’agonia ci fanno provare pietà verso il mostro. Se Eastwood, con questa scena, voleva convincerci del contrario, non c’è assolutamente riuscito.
E’ vero, la visione particolareggiata e completa della scena dell’impiccagione è terribile.
Per questo migliaia di persone hanno spento la Tv il 30 dicembre del 2006 davanti alle immagini dell’esecuzione di Saddam Hussein.
Diceva Dostoevskij ne “L’idiota” <<Uccidere chi ha ucciso è, secondo me, un castigo non proporzionato al delitto. L’assassinio legale è assai più spaventoso di quello perpetrato da un brigante. La vittima del brigante [...] spera sempre, fino all’ultimo, di potersi salvare. [...] Ma con la legalità, quest’ultima speranza, la speranza che attenua lo spavento della morte, vi viene tolta con una certezza matematica, spietata. Attaccate un soldato alla bocca di un cannone e accostatevi con la miccia: chi sa! Penserà il disgraziato, tutto è possibile… Ma leggetegli la sentenza di morte e lo vedrete piangere o impazzire. Chi ha mai detto che la natura umana può sopportare un colpo simile senza impazzire? E allora, a cosa può mai essere utile una pena così mostruosa? […] No, no, la pena di morte è inumana, è selvaggia e non può né deve essere lecito applicarla all’uomo>>.
Inumana è l’idea che possa venir uccisa una persona innocente, e la visione di un’esecuzione è penosa, anche quando si ha la certezza di colpevolezza dell’imputato.
Ma se definiamo inumana l’uccisione di un adulto innocente, come definire la tortura fisica e psicologica di un bambino?
Ciò che nel film è appena intravisto sulle violenze subite da piccole creature è insostenibile e imperdonabile. L’assassino deve pagare. Deve piangere. Deve impazzire, aspettando per due anni l’ora certa della sua morte. Ed è più che giusto che una pena così mostruosa sia riservata ad un mostro.
Nella realtà, Northcott fu condannato all’ergastolo.
Per quanto brutale possa essere la dettagliata sequenza sull’esecuzione del pedofilo assassino, neanche il rumore del collo che si spezza quando il corpo oscilla nel vuoto, e quell’agitarsi di piedi al momento dell’agonia ci fanno provare pietà verso il mostro. Se Eastwood, con questa scena, voleva convincerci del contrario, non c’è assolutamente riuscito.
E’ vero, la visione particolareggiata e completa della scena dell’impiccagione è terribile.
Per questo migliaia di persone hanno spento la Tv il 30 dicembre del 2006 davanti alle immagini dell’esecuzione di Saddam Hussein.
Inumana è l’idea che possa venir uccisa una persona innocente, e la visione di un’esecuzione è penosa, anche quando si ha la certezza di colpevolezza dell’imputato.
Ma se definiamo inumana l’uccisione di un adulto innocente, come definire la tortura fisica e psicologica di un bambino?
Ciò che nel film è appena intravisto sulle violenze subite da piccole creature è insostenibile e imperdonabile. L’assassino deve pagare. Deve piangere. Deve impazzire, aspettando per due anni l’ora certa della sua morte. Ed è più che giusto che una pena così mostruosa sia riservata ad un mostro.
Nella realtà, Northcott fu condannato all’ergastolo.
Patrizia Lima

Author: Redazione (935 Articles)