“Si può fare” di Giulio Manfredonia, (IT, 2008)***


sipufareposter“Seconda stella a destra
questo è il cammino,
e poi dritto fino al mattino
non ti puoi sbagliare perché
quella è l’isola che non c’è!
E ti prendono in giro
se continui a cercarla,
ma non darti per vinto perché
chi ci ha già rinunciato
e ti ride alle spalle
forse è ancora più pazzo di te!”
Edoardo Bennato
 
I suoi personaggi sono di una fragilità così disarmante che lo spettatore, anche quando ride, riflette e, al tempo stesso, soffre compartecipe di una pena indicibile in un’altalena di sentimenti, dalla gioia alla disperazione.
La storia è ispirata a uomini e vicende reali, quelle della cooperativa Sociale Noncello di Pordenone, la prima di tipo B nata in Italia per l’inserimento lavorativo delle persone con disagio mentale,  sull’onda della legge 180.
Tale legge, che alla fine degli anni ‘70, impose la chiusura dei manicomi  fu un atto importante. Lo fu considerate le strutture del tempo che più che luoghi di accoglienza sembravano case degli orrori per le terapie, spesso disumane, alle quali venivano sottoposti i pazienti. E, tuttavia, fece discutere e fa discutere ancora, quando la gestione di queste situazioni risulta inadeguata, e gli errori, nei quali è possibile incorrere, possono produrre effetti devastanti, non solo sugli individui affetti dai disturbi psichici.
Per questo, l’eccesso di ottimismo potrebbe risultare fuori luogo e la storia troppo fiabesca per trattare un tema tanto delicato e impegnativo. Ma, invece, alla fine esso si rivela un film profondo e gradevole, in grado di miscelare ingredienti della commedia e del dramma, iscrivendosi in un quadro storico-temporale che ci mostra anche lo spaccato della società  italiana dei primi anni ’80: i soldi facili della “Milano da bere”, dove il protagonista, Nello (lo straordinario comico Claudio Bisio) diviene il simbolo di una società che cambia. Sindacalista cinquantenne, appassionato di modernità, terziario e mercato è in bilico tra due tensioni: arretratezza e progresso.
Come dichiara lo sceneggiatore: “Il personaggio del sindacalista, Nello interpretato da Bisio […]è un personaggio che non fa scelte scontate in un periodo in cui, invece, non era così comune. Negli anni ‘80 c’era da una parte l’entusiasmo per il mercato, dall’altra una sinistra arroccata sulle proprie posizioni che non ammetteva aperture in questo campo. Nello si inventa una terza via, tentando di unire il sociale al mercato, dando un’opportunità a questi ‘picchiatelli’, un’impresa utopica […]“.
Bonifacci è ormai una garanzia del cinema italiano di intelligente intrattenimento. Divertentissimo il suo “E allora mambo!” (Lucio pellegrini, Italia 1999).
Tutte le parti sono affidate, oltre ad attori collaudati come Bisio, Anita Caprioli e Giuseppe Battiston,  a caratteristi eccellenti (Andrea Bosca, Giovanni Calcagno, Michele De Virgilio, Carlo Giuseppe Gabardini, Andrea Gattinoni, Natascia Macchiniz, Rosa Pianeta, Daniela Piperno, Franco Pistoni, Pietro Ragusa, Franco Ravera, Tony D’Agostino, Daniele Ferretti)  che interpretano i loro ruoli con estrema naturalezza, convinzione e consapevolezza, conferendo alla pellicola lo spessore necessario per divenire spunto di interessante discussione sull’argomento.
Non manca una citazione al grande “Amarcord” di Fellini (Italia, 1973), con la sexy- rossa che ci ricorda la ninfomane “Volpina” (Josiane Tanzilli).
“Si può fare” è un buon lavoro, prova fattiva che anche in Italia si è ritornati a fare del grande cinema, sul livello di “Pranzo di Ferragosto” (Matteo Garrone, Italia 2008).

 

Una favola nera che riesce a far ridere tanto, ma il passaggio dalla comicità alla brutalità di ciò che invece sappiamo essere reale è talmente sferzante che, di primo impatto, si resta  perplessi sulla modalità semplicistica di trattare un argomento difficile, perché, purtroppo, ci sono molti casi in cui non si può fare proprio niente.
I matti, si sa, hanno sempre fatto ridere. E, anche se in questo film non si ride dei malati, ma con i malati, non bisogna dimenticare che chi ha un figlio con una grave patologia psichica vive un lutto quotidiano che non ha termine neanche con la scomparsa del genitore, perché quest’ultimo morirà con l’angoscia di aver lasciato al mondo “il figlio di un Dio minore” .
Giulio Manfredonia, nipote di , al suo terzo lungometraggio di

fiction, di cui è anche co-sceneggiatore con Fabio Bonifacci, riesce, tuttavia, a trattare la malattia mentale con un approccio umano intriso di straordinaria comicità, che diviene il vero punto di forza dell’intero film.
Patrizia Lima
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