Le industrie della Cultura


Ossimori mutanti della liquidità postmoderna
di Marco Meloni

Agli occhi di un osservatore disattento, le differenze fra il concetto di industria culturale e quello di industrie culturali possono sembrare del tutto, o quasi, prive di valore. In realtà, dietro questa piccola mutazione, si nascondono invece scuole di pensiero fortemente antitetiche, originate da contrastanti visioni dell’attuale società postmoderna.




La Dialettica dell’illuminismo (1947) di Adorno e Horkheimer ha avuto il merito di descrivere e cercare di interpretare un fenomeno complesso delle società industriali: il rapporto fra industria e cultura. Se in passato il tempo del negotium era antitetico a quello dell’otium per sviluppo, comportamenti e regole, nella modernità la distinzione fra i due momenti perde qualsiasi significato. Non esiste un tempo creativo slegato dall’operosità, dalla forza pervasiva e dagli spazi dell’impresa e dell’industria. Il modello di vita unico domina sul lavoro come sul loisir, sulle attività gradite e sgradite, in ugual misura sul pubblico e sul privato.
I due autori della Scuola di Francoforte coniano così il termine industria culturale, un ossimoro che già ontologicamente rappresenta tutte le contraddizioni e le negatività del rapporto fra arte, creatività, cultura e lavoro. La società si impone dall’alto sul singolo e il sistema, l’industria, cerca di assoggettare alle sue regole gli individui, privandoli di strade veramente alternative e originali rispetto al contesto in cui vivono. La produzione culturale ha in questa progettualità un compito importante, se non decisivo. Colpire  nei momenti più intimi, più privati, nelle scelte di piacere e divertimento, sui bisogni dei soggetti, che sembrano naturali ma in realtà sono indotti, decisi a priori per mantenere l’equilibrio e la forza del sistema e di chi lo comanda. La dialettica dell’Illuminismo riflette in pieno il clima francofortese di opposizione alla nascente società di massa, alle sue regole, alla trasformazione della Gemeinschaft che si fa Gesellschaft. E non a caso il sistema di produzione della cultura è unico, così come il fine ultimo di tutte le strutture, organi, apparati della società. Unico obiettivo o mission a cui tendere, unica struttura e meccanismo capitalista per raggiungere il risultato.
La prospettiva di Adorno e Horkheimer è fondamentale per spiegare alcune realtà, tangibili e non, delle società industriali e postmoderne, ma pecca di eccessivo atteggiamento critico e di incapacità di visioni realmente complete del fenomeno. Già prima dei due autori, un altro esponente della Scuola di Francoforte, Walter Benjamin, ne L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936) aveva evidenziato un sistema basato invece su luci ed ombre, una massificazione della cultura non totalmente negativa e criticabile. Se, infatti, un prodotto culturale moderno ha perso l’aura, quel complesso insieme di caratteri oggettivi e soggettivi legati alla creatività individuale che lo rendevano unico ed irripetibile, può essere però democraticamente fruibile: mille copie dello stesso oggetto lo rendono alla portata di mille persone, non più di un singolo. Così, se il valore, l’originalità, ed in parte la qualità di un’opera d’arte si perdono, si permette allo stesso tempo di diffondere l’oggetto, di renderlo accessibile e fruibile da tutti.
Edgar Morin riprende in parte i ragionamenti di Benjamin sul maggior potenziale di diffusione dei prodotti culturali rispetto alle opere d’arte delle società precedenti, ma cerca di rinnovare in chiave più cosmopolita e moderna anche il concetto di industria culturale. Ne L’esprit du temps (1962) si evidenzia con chiarezza l’impossibilità di includere in un unico “tutto” i vari comparti della cultura. La radio, i giornali, i media in generale seguono il loro esclusivo vantaggio, e le aziende che operano nello stesso mercato sono in concorrenza diretta. Pensare che tutti agiscano secondo la medesima logica, il profitto, può funzionare, ma non l’idea che le azioni messe in atto siano coordinate e complementari. Settori dell’industria culturale sono stati messi in crisi da nuovi media, e l’apertura di nuovi mercati o la nascita di nuovi competitor provenienti dal Secondo o Terzo Mondo ha ulteriormente frammentato il mondo produttivo, le sue regole e i suoi valori di base. Meglio quindi il concetto di industrie culturali, un plurale ancora incapace di cogliere tutte le diverse sfumature e differenze fra imprese della cultura, ma che testimonia il loro essere molteplici, a volte divergenti e antitetiche, più legate ad una funzione di propria sopravvivenza nel sistema che ad una effettiva volontà di tutela del sistema stesso.
Un semplice passaggio dal singolare al plurale, che ha tuttavia una valenza semantica molto forte, precisa, che segue in parte le evoluzione degli studi sulla società, sulla comunicazione, sulla modernità e postmodernità liquida.

 

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