Israele, strage infinita

di Santina Buscemi
Il 27 dicembre 2008, sulla prima pagina di “La Repubblica” era pubblicato un editoriale di Amos Oz, in cui lo scrittore nato a Gerusalemme, sottolineava l’importanza che il governo israeliano agisse “saggiamente senza soccombere all’onda emotiva”. A quasi un mese dalla pubblicazione di questo scritto, ci ritroviamo a fare i conti con le conseguenze di una guerra che ha colpito un numero altissimo di persone innocenti e ha riaperto nell’opinione pubblica mondiale una riflessione attenta e preoccupata su un’area da decenni contraddistinta da odio e violenza.
Dal 1948, anno in cui furono stabiliti i confini, la striscia di Gaza è stata al centro di aspri scontri fra la fazione palestinese e quella israeliana e, come in tutti i conflitti armati, alla provocazione di una ha risposto la determinazione e la durezza dell’altra.
I primi attacchi da parte di Israele sono stati giustificati dalla volontà di colpire e punire Hamas, il movimento fondamentalista palestinese, salito al potere nel gennaio 2006 e colpevole di non aver rispettato la tregua. Fin dalle prime dichiarazioni dei vertici militari di Israele risultava come l’operazione militare fosse perfettamente pianificata sulla carta e avesse l’obiettivo di distruggere del tutto le basi armate, strategiche, ma anche le strutture di governo di Hamas. Ma l’operazione “Piombo Fuso”, così denominato l’attacco, ha colpito obiettivi civili ed anche strutture gestite dall’ Onu. L’Organizzazione delle Nazioni Unite, infatti, ha visto distruggere numerosi edifici che dirigeva e non ha potuto far altro che veder ostacolare i suoi tentativi di aiutare la popolazione civile, tamponando la grave emergenza umanitaria, che tutti abbiamo visto in televisione e di cui abbiamo letto sulla stampa nazionale ed estera.
Come ha reagito il mondo? Vertici politici, manifestazioni di rabbia e sdegno verso la guerra e la violenza, appelli del Papa affinché avesse fine lo scontro fra le due fazioni; l’inizio della guerra ha colpito il mondo come una sberla, proprio durante le festività natalizie, momento in cui al benessere, al cibo, alla gioia e ai sorrisi si frapponevano le immagini di dolore, morte e terrore di una terra lontana, ma non lontanissima. Un territorio 365 Km2,, lungo la costa del Mediterraneo tra Israele ed Egitto, lunga 40 Km e larga 10, popolato da più di 1.5 milioni di Palestinesi, da molti additato semplicemente come una polveriera, un luogo in cui mai sarà possibile vedere la pace. E con questa semplificazione ce ne si dimentica, si vive con egoismo la propria esistenza, ricordandosene soltanto in occasione di tragici eventi come quelli che hanno interessato quell’area nei mesi di dicembre 2008 e gennaio 2009. La gravità di una situazione che ha bisogno di uno sforzo costante per salvaguardare la popolazione civile ha spinto il neo Presidente degli Stati Uniti Obama a interessarsene durante il suo primo giorno di mandato, contattando i vertici politici di Palestina, Israele, Egitto e Giordania.
Ora, al termine delle ostilità, dopo il ritiro delle truppe israeliane dalla striscia di Gaza ci si interroga sul nome dei vincitori e sulle conseguenze ottenute. Chi può cantare vittoria? Difficile a dirsi: Hamas è stato colpito, ma non annientato, Israele non ha raggiunto gli obiettivi cui si era prefissato, l’Egitto è intervenuto, ma non è stato in grado di impedire i disastri; possiamo però affermare come, senza alcun dubbio, a perdere sia stata la civiltà e la salvaguardia della vita di persone innocenti.
Un altro interrogativo riguarda le differenze fra questo conflitto armato e quelli che l’hanno preceduto: lo Stato di Israele è andato alla guerra con più determinazione e con uno schema preciso di quelli che sarebbero stati gli obiettivi dell’attacco; Hamas ora è al potere e nonostante non abbia avuto remore nell’approfittarsi della popolazione civile, vanta una maggiore preparazione tattica dei kamikaze, i quali vantano un migliore addestramento, ricevuto dalla Siria e dall’Iran.
In conclusione, possiamo contare le vittime e possiamo di conseguenza sperare che sia l’ultima volta che dobbiamo farlo.

Author: Redazione (935 Articles)