L'emergenza di una recessione annunciata


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Finanze e borse, ancora crisi?
Di Angelo Giuliani

L’anno 2009 sarà caratterizzato da una profonda crisi economica e sociale. Secondo gli esperti del settore, la recessione iniziata verso la fine 2008 è stata l’humus di una crisi ben più peggiore che arriverà verso i tre quarti dell’anno. Lo spettro di una seconda “crisi del ’29” non è del tutto scomparso dai temi di attualità e dalle speranze di inizio anno, anzi, man mano che passano i giorni il confronto 2009 – 1929 è sempre più preso in esame ed analizzato nelle sue molteplici sfaccettature.


Ci si comincia a chiedere allora cosa sia “andato storto” nella gestione della modernizzazione economica, quali precauzioni non sono state prese in esame, quali sono i limiti dell’economia finanziaria e come si rapporta con quella reale dei salari e del potere d’acquisto delle famiglie.

In tempi di ristrettezze economiche, l’economia reale gioca un ruolo fondamentale nell’acquisizione di una nuova speranza di rinascita. Il potere d’acquisto delle famiglie è parte integrante del sistema per la ripresa dei consumi e per l’abbassamento dell’inflazione. Comprare  di più, metterebbe in circolo una quantità di denaro “sufficiente” per arginare almeno temporaneamente il blocco delle produzioni, sbloccando le riserve e snellendo il processo domanda/offerta. La domanda che sorge rispetto alla situazione è comunque sull’instabilità di questo sistema di misure “drastiche e di breve durata”. Dall’altro lato, il crollo delle banche internazionali e dei titoli delle borse non è certo buon segno. L’economia virtuale dell’alta finanza è molto diversa dall’economia reale, come sostiene il ministro dell’economia italiano Tremonti. Che si tratti o meno di un messaggio politico non ha importanza, ciò che è vero, è che il tipo di economia dell’alta finanza è incompatibile il più delle volte con le problematiche del piccolo risparmiatore o con le politiche del welfare adottate da un Paese.

I crolli dei titoli bancari, l’abbassamento repentino del prezzo del petrolio senza un sensibile guadagno per gli utenti finali, i crack delle aziende con un notevole numero di dipendenti inscena momenti di terrore e suscita poche “reali” speranze per la ripresa di un capitalismo liberale portato al collasso. Secondo la Rivista online di economia e nuovi business Business on line: “La spirale negativa che si è creata tra mercati finanziari ed economia reale, ha spiegato Caruana, direttore della Divisione monetaria e mercati di capitale dell’Fmi (Fondo Monetario Internazionale), si alimenta da un lato dal rallentamento congiunturale che allarga il rischio di credito e dall’altro dalla rivalutazione in atto sui mercati finanziari che rende sempre più limitata la capacità di finanziamento del sistema finanziario”. Questo sta ad indicare che esiste una crisi più o meno sostenuta, tale da infrangere l’equilibrio (precario) che esiste tra le due economie. Non solo, alla luce della realtà dei fatti e dalla memoria storica del recente inizio della suddetta crisi, tutto dipende ancora dalla crisi del mercato immobiliare che dagli Usa si è allargata a macchia d’olio sui mercati europei ed asiatici, coinvolgendo e “travolgendo” l’intero sistema economico-finanziario mondiale. Le banche sono, per un periodo, riuscite a sbrogliare la terribile matassa dei nodi, ma sussiste ancora il rischio di un nuovo peggioramento della situazione.

In Italia, complice la credenza delle banche come “sistema sicuro” per i risparmi, nonché popolo di piccoli risparmiatori e quindi con una bassa quota di investimenti rischiosi, la situazione è migliore. Migliore nel senso che il processo a catena che si è innestato qualche mese fa in Italia, visti anche gli aiuti del Governo alle banche, ha fatto si che fosse rallentata e che quindi non rappresenti per gli italiani un pericolo imminente. Questo fa presagire però due ulteriori problematiche, una di tipo etico politico, l’altra di tipo economico. La prima problematica si ritrova a distanza di anni e di diversa natura, in materia di conflitto di interesse anche se la scelta di aiutare gli istituti di credito è risultata azzeccata. L’altro problema, quello economico, è un problema reale. Ovvero non perdere la bussola durante le operazioni di risoluzione della crisi, non essere preda della convinzione che la crisi riguardi “solo gli altri e non noi popolo italiano”, evitando quanto più possibile che questa crisi imperversi su più fronti tutto ad un tratto nell’economia reale.

In effetti, le borse continuano a calare, e le previsioni per il futuro non sono rassicuranti. Non ci sono infatti segni tangibili di risoluzione del problema, anzi, secondo Business on line: “La recessione continuerà e sarà lunga e lenta, nel quarto trimestre le cose peggioreranno e si arriverà a registrare un calo del Pil (Prodotto Interno Lordo) attorno al 3%, come sostengono gli analisti di Jpm. E negativi dovrebbero essere anche il primo quarto del 2009 (stime comprese tra -1,4 e -3%) e forse anche il secondo. La ripresa, lenta a detta degli economisti, si farebbe sentire solo dopo giugno. Ciò che più preoccupa è il calo del 3,1% nei consumi: il dato peggiore dal secondo trimestre del 1980, quando l’economia crollò del 7,8%. Per quanto riguarda l’Eurozona, nel 2009 una crescita del Pil è stimata dello 0,1 per cento (dopo il più 1,2 di quest’ anno) mentre per l’ Italia il doppio trimestre di crescita negativa del Pil ha già confermato per quest’ anno la situazione tecnica di recessione”.

L’Italia vive da mesi un’annunciata recessione, ma vi è anche una recessione in atto in Germania, Usa e India. Situazione questa che ha condotto anche le borse europee nel vortice di una seduta nera, la più disastrosa dall’11 settembre 2001, con i banchieri centrali europei che annunciano che la crescita sarà inferiore al previsto. Inoltre, la Bce (Banca Centrale Europea) ha alzato i tassi di interesse per frenare l’inflazione, dato che un rallentamento più pronunciato dell’economia non è detto che riduca automaticamente il tasso di inflazione. La rivista on line Agorà riprende un articolo del Sole24Ore, che come incipit titola: “Grava sul disastro principalmente la scellerata politica economica del caduto Governo Prodi, che nulla ha fatto per la tutela del potere d’acquisto dei salari, per il precariato e per il sostegno alle famiglie più deboli. Ma pesa soprattutto l’inaudito aumento della pressione fiscale che ha letteralmente paralizzato l’economia dei consumi”. Un appello questo, che suona come campanello d’allarme che difficilmente l’attuale Governo può risolvere (se può) in un lasso di tempo ragionevole.

Inoltre, tutto ciò induce a riflettere sul tremendo bisogno che ha l’Italia di una stabilità politica concreta e duratura. Purtroppo, ad annuari ISTAT completati emerge un dato disastroso, si prevede una crescita economica complessiva (PIL), per il 2009, al di sotto dell’1%. Ciò significa che l’Italia, nel panorama Europeo, occupa stabilmente gli ultimi posti, in quanto a progresso economico. E questa, per gli addetti ai lavori, è recessione. Sempre secondo Agorà: “Il problema è che quando soffre l’Italia i primi che fanno le spese di questa sofferenza sono tutti coloro che appartengono al cosiddetto “ceto medio”, sempre più raro e sempre più maltrattato, sebbene vero ed unico motore dell’economia, con la sua produttività intrinseca e con i suoi consumi. Quello, tanto per intenderci, che arriva per un pelo a fine mese, col mutuo e le bollette da pagare, se non succede qualche imprevisto (magari una malattia o persino una contravvenzione)”. Dello stesso parere è l’intera società italiana, maltrattata da un sistema economico ingestibile e fragile, fatto soltanto di tasse e di mancata voglia di rimettere a nuovo quello che non va più bene.

Verso la fine di gennaio, in tv Rai3 manda in onda di notte un documentario che ritraeva l’Italia degli anni ’50. Una splendida Italia per qualcuno, in quanto dotata
di una spiccata voglia di ricominciare a vivere, di ricominciare a produrre per essere ancora una volta capaci di stupire gli altri paese europei, ma ancor di più di stupire se stessi. Ebbene è questo lo spirito da adottare in tempi di recessione, non è adagiandosi sugli allori di una crisi mondiale che si risolve una problematica spinosa, ne tantomeno attraverso i contentini governativi ci si rialza dalle ceneri di una distruzione avuta essenzialmente “per colpa loro”. Sono sempre di più gli Italiani sotto la soglia di povertà, che non possono permettersi vestiti, cibo di qualità e cure mediche. Ciò vuole dire che difficilmente si uscirà dalla spirale della recessione senza modifiche strutturali forti.

A riguardo cito (anche se in maniera descrittiva) un passo del Presidente della Repubblica Italiana On. Giorgio Napolitano, in occasione del messaggio augurale di inizio anno che esorta a non aver paura, a continuare e a far si che a partire dal 2009 ci sia un politica del welfare più oculata, che bisogna porre un freno alla caduta degli italiani sotto la soglia di povertà e che la crisi deve essere un modo per rinascere e non per cadere. Alla luce di tutto ciò, praticamente il tutto dovrebbe ruotare su due argomenti chiave, lavoro e casa. Queste sono le grandi emergenze italiane, insieme all’inciucio politico reiterato e continuato. Non è un caso che il Sole24Ore citi in modo inequivocabile nei suoi articoli il fatto che gli italiani, “Vivono nello “stabile precariato” e nell’inconfessabile desiderio di avere un’abitazione, milioni di famiglie distrutte, tartassate, umiliate e messe in secondo piano. Il mercato delle case, tanto per dirne una, risulta avvelenato dall’intermediazione immobiliare e creditizia, vero e proprio cartello monopolistico della compravendita abitativa privata e delle cartolarizzazioni immobiliari pubbliche. Tale monopolio propone troppo spesso immobili a prezzi onestamente improponibili. Chi fa lo sforzo di acquistare (utilizzando la scorciatoia dell’intermediazione creditizia che magari “dopa” i redditi e facilita le erogazioni…) si misura con il mutuo, oggi schizzato al 5.71%, e con la giungla dei tassi di interesse (variabili, oramai pericolosissimi, e misti, altrettanto rischiosi e svantaggiosi)”.

L’autorevole fonte, offre quindi un’analisi di un segno inequivocabile di “stagnazione economica”. La brusca frenata delle richieste di erogazione di mutui per l’acquisto di abitazioni, da sempre, tradizionalmente, considerati “beni rifugio”, ormai diventati beni di lusso capaci di essere soltanto sogni agognati e non più desiderio fattibile o per dirla in termini economici, bene primario. L’efficacia di una politica economica di un Autorità Governativa che possa essere considerata tale, si valuta in base ai provvedimenti che tutelano il libero mercato ed incentivano il consumo, favorendo la distribuzione della ricchezza e punendo le operazioni di “usura legalizzata”. L’altro problema da risolvere assolutamente è quello del potere d’acquisto, ma in modo definitivo. Il “ceto medio” infatti è il ceto che incontra per primo le difficoltà dovute ad uno sforzo economico non proporzionato al potere d’acquisto dei salari. Tentativi di salvataggio con misure quali la rinegoziazione ed i rifinanziamenti non sortiscono gli effetti dovuti ed arriva, infine, il temuto subprime. In parole povere, l’impossibilità di pagare le rate. Le banche riacquisiscono l’immobile e lo immettono nuovamente sul mercato, attraverso le aste. Le società immobiliari comprano gli immobili ed il circolo vizioso si chiude. In definitiva la crisi è dura ma può fungere da rito di passaggio se le aziende produttive e le autorità statali non siano statiche dal punto di vista operativo nella risoluzione del problema.

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