Obama. Per una politica Rel-Dem
Affrontare un concetto a partire dalla definizione che ne dà un dizionario è una pratica estremamente utile, dal momento che si tratta di una fonte che è tenuta a riportare ciò che la stragrande maggioranza dei lettori considera una realtà assodata.
A partire dalla definizione di Teodem e del termine-fratello Teocon (‘Detto di chi negli Stati Uniti assume posizioni politiche conservatrici ispirate da gruppi cristiani integralisti” o “In Italia, detto di appartenente all’area politica di centro-destra favorevole a leggi ispirate ai precetti della Chiesa cattolica, spec. su temi di bioetica e di diritto di famiglia. CFR. Teodem’) è quindi possibile definire in maniera genericamente condivisa i confini di quello spazio che sta tra la politica e la religione.
Una delle prime decisioni del quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti rimescola però le carte in tavola. Obama sta per siglare lo sblocco dei fondi federali verso organizzazioni impegnate nella promozione della pianificazione familiare, e nella pratica dell’aborto, nei Paesi in via di sviluppo. Una decisione poco “Teo”, come dimostrano le prime reazioni di protesta da parte dei vescovi USA e di delusione da parte della Santa Sede. Una decisione in linea con le politiche Democratiche, visto che il divieto di utilizzare fondi pubblici per sostenere tali organizzazioni viene introdotto da Ronald Reagan nel 1984, revocato da Bill Clinton nel 1993, e reintrodotto da George W. Bush fra i primi atti da inquilino della Casa Bianca nel 2001. Certamente una decisione coraggiosa, su un tema meno generalmente condiviso dall’opinione pubblica rispetto alla chiusura del campo di prigionia di Guantanamo.
Si direbbe una decisione di sinistra.
Spingerebbero verso quest’ultima interpretazione alcuni tra gli editoriali delle prime pagine italiane del 21 gennaio, che spaziano da “L’America migliore” de «la Repubblica» a “Macchè svolta, la sinistra non s’illuda” de «il Giornale». Ma c’è un’interpretazione più meditata, che parte dalla riflessione di Alexander Stille ancora una volta su «la Repubblica»: “Il Dio di Barack” non è quello di Bush ma quello di Lincoln (che pure era in fin dei conti un Repubblicano), quello di Kennedy e quello di Martin Luther King. Uomini che infarcivano i loro discorsi di riferimenti religiosi, che invocavano la guida di Dio ma non necessariamente l’approvazione dei Suoi rappresentanti in terra. È parte del concetto di “religione civile”, elaborato nel 1967 dal sociologo Robert Bellah: nella cultura degli statunitensi esiste una visione religiosa della società civile, sganciata dalle differenze religiose istituzionali, espressa da rituali civili che si celebrano in occasioni come l’insediamento di un Presidente.
In simili occasioni, che Kennedy dichiari che «i diritti dell’uomo non vengono dalla generosità dello Stato ma dalla mano di Dio», o che Obama affermi che «per tanto che un governo possa e debba fare, alla fine è sulla fede e la determinazione del popolo americano che questa nazione si fonda», siamo su un piano diverso dal “diritto divino” dell’America di diffondere la libertà nel mondo posto da Bush come fondamento della sua strategia contro l’asse del male.
Siamo nell’ambito di una strategia coerente, cui Obama ha dedicato un capitolo del suo manifesto politico, L’audacia della speranza: rinunciare a riconoscere la potenza della fede nella vita del popolo americano è una cattiva politica, discutere di religione solo in senso negativo, per precisare in quali contesti dovrebbe o non dovrebbe essere praticata, significa lasciare un vuoto che altri si affretteranno a riempire.
La politica, in quanto arte del compromesso, deve far leva su quel senso della misura che non è estraneo alla dottrina religiosa, ricondurre le istanze etiche ad un certo senso della misura, spostare temi come l’aborto al di là del rispetto letterale della Sacre Scritture. In considerazione del fatto che «è lecito sostenere che se uno qualsiasi di noi vedesse sul tetto del condominio un Abramo del ventunesimo secolo sollevare il coltello si aspetterebbe che i servizi sociali si portino via Isacco, accusando Abramo di maltrattamenti contro un minore» (Barack Obama, L’audacia della speranza. Il sogno americano per un mondo nuovo, BUR, Milano, 2008, p. 225).
All’interno di una simile strategia, “secolarizzazione” significa separazione e differenziazione di funzioni tra religione istituzionalizzata e credenza, tra la guida delle istituzioni religiose e il sistema di significati ultimi che ogni individuo tende a costruirsi. Significa prendere atto di quanti cittadini americani agiscono secondo un sistema di credenza “personalizzato” all’interno del quale i riferimenti a Dio e a un fine superiore dell’azione politica possono essere coerenti anche e soprattutto a prescindere da una dinamica come quella Teodem. Significa attuare una politica Democratica il cui eventuale prefisso non sia identico a quello di teocrazia, ma cerchi piuttosto di recuperare il senso di re-ligare, unire insieme, e di intendere la religione come ‘legame che unisce gli uomini nella comunità civile sotto le stesse leggi e nello stesso culto’. Significa coerenza con quell’insieme di direttrici condivise che hanno guidato il cammino verso la Casa Bianca.
Christian Ruggiero è dottorando di ricerca in Scienze della Comunicazione presso il Dipartimento di Sociologia e Comunicazione della Sapienza Università di Roma. Dal 2004 svolge attività di ricerca nel campo della comunicazione politico-elettorale, entro le attività dell’Osservatorio Mediamonitor Politica.


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