Atlantide, l'isola perduta nella fiction


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Di Elena Paparelli

Atlantide, gigantesco continente inabissato sulle acque dell’Oceano Atlantico, metafora leggendaria di un’isola perduta, civiltà ideale che ha fatto versare fiumi e fiumi di inchiostro. Atlantide è kerosene per l’immaginazione e il suo mito, su cui il buon Platone,  che ne ha fatto la parabola più convincente delle sue idee politiche (vedi alla voce dialoghi “Timeo” e “Crizia”) malauguratamente dimenticò di apporre il copyright, ha infiniti fornito spunti e suggestivi scenari a scrittori e sceneggiatori in epoca moderna e contemporanea, tanto da conquistarsi il primato di archetipo culturale più saccheggiato dalla fiction.


Un luogo misterioso dalla dubbia collocazione è perfetto contenitore in cui racchiudere storie fantastiche o fiabesche, e difatti rintracciare gli influssi del suo mito fra le pagine dei libri o le immagini del piccolo e grande schermo assume quasi il contorno di una missione speciale, vissuta magari a bordo del Nautilus, il sommergibile di Capitan Nemo del classico della fantascienza di Jules Verne “Ventimila leghe sotto i mari” in cui è contenuta una visita proprio alle rovine sommerse di Atlantide. La contraddizione che Atlantide porta iscritta nel suo mito (il sogno del meraviglioso che si coniuga al senso di una perdita bruciante) solletica malinconie mai sopite e rinverdisce curiosità intellettuali   mai paghe, tanto che Atlantide ha attirato come una calamita l’arte come la scienza (dettagliate ricostruzioni cartografiche di archeologi e studiosi fanno il paio con mappe immaginarie inventate ad hoc) e il confine fra una realtà da riscoprire e una viceversa tutta da vagheggiare viene percorso da lettori e spettatori, a seconda dei casi, con fiduciosa baldanza oppure con timorosa circospezione. Intriga l’enigma di una fine catastrofica. Inorgoglisce il pensiero di un tempio galleggiante di pace e giustizia. Irretisce la mente la brevità del tempo in cui qualcosa di enorme sarebbe stato inghiottito dall’oblio. Viziano la fantasia i tanti colori e le tante forme che un’idea ampiamente saccheggiata nella storia hanno assunto nel corso della sua centenaria elaborazione. A dirla tutta, oggi, cioè in un epoca piena zeppa di quelli che Marc Augé ha definito come non-luoghi, il luogo per eccellenza – reale o simbolico che sia – rappresenta quasi una vacanza irrinunciabile dalla precarietà e dalle non relazioni che ci assediano da ogni lato, e nello stesso tempo sintetizza, con una forza evocativa a tutt’oggi non uguagliata, l’inafferrabilità di un desiderio di pacificazione mai raggiunto. Ed è quasi imbarazzante l’istantaneità con cui con un semplice click – attraverso Wikipedia -  saltano in superficie, sullo schermo del pc – schedate meticolosamente per media – tutte le storie e le narrazioni a cui Atlantide ha dato origine. Nei fumetti, nel cinema, in letteratura, in televisione. Un elenco di nomi e titoli lunghissimo che rende  l’operazione/viaggio di scoperta degli influssi di Atlantide nell’immaginario – confessiamolo senza pudori – davvero un gioco da ragazzi. Quello che Atlantide – regina di marketing – non fa che sollecitare.
Come non cominciare infatti, nell’atto di snocciolare neanche fosse un rosario opere ed operette varie a cui Atlantide ha dato origine, con il videogioco di avventura “Indiana Jones e il destino di Atlantide” della LicasAsts? L’interattività garantita dal videogioco supplisce evidentemente la secolare frustrazione a cui la perdita di un ideale sembra condannarci. E la riscatta grazie al corpo muscoloso dell’archeologa che tutti amiamo Lara Croft, la quale nella saga di Tomb Raider si trova pure alle prese con un oggetto magico nascosto proprio ad Atlantide. Roba da bambini non cresciuti, dirà chi, a scorrere l’elenco suddetto, al massimo indugia nel grande cinema, quello che attinge a piene mani dalla letteratura (è il caso del romanzo divenuto celebre, l’Atlantide, di Pierre Benoit, 1919, che è stato ripreso in varie pellicole, fra cui la più famosa è quella di Jacques Feyder, 1921 ma anche dalla versione del 1932 di Georg Wilhelm Pabst; e come non pensare poi anche a The Little Mermaid della Disney, 1989, basato sulla favola di Hans Christian Andersen, dove riecheggia il mito dell’isola fra le creature fantastiche di un colorato quanto stravagante fondale marino?). Non certo lo dirà chi, con una invidiabile goduria, non si è lasciato scappare neppure uno degli appuntamenti della saga della Trilogia de “Il Pirata dei Caraibi” di Gore Verbinski (dove ad essere perduto è più probabilmente il talento di Johnny Depp che non il mito inabissato fra gli effetti speciali di battaglie spettacolari). Chi di cinema se ne intende pensa piuttosto a “L’Atlantide” di Gregg C. Tallas (1948), a Lost Continent di Sam Newfield (1951), e ad altro genere di pellicole: da “Atlantide, il continente perduto” di George Pal (1961) fino a “The Abyss” di James Cameron (1989) e “L’isola degli uomini pesce” di Sergio Martino (1979) o “Ultimo rifugio: Atlantide” di Kenji Fukasaku (1980). Chi paga il biglietto per andare a vedere su grande schermo un film come “Atlantis – L’impero perduto” prodotto dalla Disney (2001) è con ogni probabilità un affezionato lettore di Martin Mystere, il detective dell’impossibile ideato da Alfredo Castelli per la Bonelli; con buone probabilità ha letto almeno una volta nella vita Hugo Pratt (che nel suo Corto Maltese ha affrontato il mito di Atlantide correlandolo al mito di Mu); e senza dubbio si è sciroppato – da solo o in compagnia – la serie tv “L’uomo di Atlantide” (1977-1978), o “Il segreto del Sahara” (1988), miniserie di coproduzione italiana, oppure ancora “Il mistero della pietra azzurra”, serie anime della Gainax. E magari ha anche letto della caduta dell’Isola di Numeror ne “Il Silmarillion” (1977) di Tolkien.
Atlantide è un continente così esteso che i segmenti di immaginario che ne intercettano la traiettoria sono diversissimi. A volte dialogano fra di loro, altre volte neppure si sfiorano (il lettore del romanzo di “Aelita” di Aleksej Nikolaevic Tolstoj è poco probabile che ami anche “Il codice di Atlantide” di Stel Pavlou (2001). Sia come sia Wikipedia – enciclopedia on line aperta al sapere di tutti – offre la possibilità, al lettore di Tolstoj come anche a quello di Pavlou, di non lasciar scomparire nessuno dei prodotti che all’isola perduta si sono ispirati. Anzi, magari permette di aggiungerne anche di nuovi. Nel nutrito ed attento elenco di Wikipedia manca per esempio (dimenticanza o oblio?) la trasmissione “Atlantide – Storie di uomini e di mondi” in onda su La7.
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