Il curioso caso di Benjamin Button


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Una vita alla rovescia
di Alice Sivo

“La vita sarebbe infinitamente più felice se solo potessimo nascere a ottant’anni e gradualmente raggiungere i diciotto”. È a questa citazione di Mark Twain che s’ispirò Francis Scott Fitzgerald per Il curioso caso di Benjamin Button, racconto breve pubblicato nel 1922, definito dallo stesso autore “una cosa stramba”, quasi un capriccio: la storia di una vita alla rovescia, di un uomo qualunque che nasce con l’aspetto di un ottantenne e muore neonato.

L’idea è affascinante e suggestiva e apre riflessioni che spaziano dalla filosofia alla fantasia. Il tempo, le stagioni della vita e le esperienze ad esse collegate: cosa succederebbe invertendo lo sviluppo fisico mentre la mente segue il suo corso naturale? L’apparenza, per esempio – che già nella vita in senso orario ha la sua importanza – diventerebbe determinante, l’abito farebbe necessariamente il monaco. Benjamin Button, dodicenne con l’aspetto di un settantenne, s’innamora di una bambina (ricambiato) ma deve reprimere il suo sentimento che ha la purezza della cotta infantile ma l’apparenza di un approccio pedofilo. Il protagonista ormai sessantenne ma con l’aspetto di un bellissimo ventenne deve abbandonare la donna che ama e la figlia appena nata perché di lì a poco diventerà un bambino. Meno problemi quando Benjamin arriva ad essere bambino e i comportamenti tipici della demenza senile appaiono molto vicini alle intemperanze e alle bizzarrie dell’infanzia. Il film come il racconto si interroga sul tempo e la sua fuggevolezza, sulle coincidenze e sulla capacità di cogliere le opportunità al momento giusto (e quando il momento giusto sta per passare i due protagonisti si pongono interrogativi fondamentali: lei domanda “mi amerai ancora quando sarò vecchia?” e lui controbatte “mi amerai ancora quando avrò l’acne?”). La vita del protagonista, che nel film attraversa in maniera superficiale la storia americana del ventesimo secolo, non ha però nient’altro di particolare se non il suo scorrere antiorario, così come la storia d’amore con Daisy, vero fulcro  del film, che si svolge in tutta la sua banalità dal momento in cui lui – non più così vecchio – e lei – non più così giovane – decidono di stare insieme fino all’ineluttabile separazione (Benjamin è destinato ad andarsene prima di diventare più piccolo di sua figlia).

Personaggi in cui mente e corpo non corrispondono si erano già visti al cinema ma mai con la meticolosa sistematicità alla base de Il curioso caso di Benjamin Button, dove questa caratteristica non è momentanea e reversibile ma viene portata avanti dalla nascita alla morte. In Tutto accadde un venerdì, commedia Disney del 1976, una giovanissima Jodie Foster si risveglia nei panni della madre (e viceversa). In Big di Penny Marshall interpretato da Tom Hanks (e nel simile e contemporaneo Da grande di Franco Amurri con Renato Pozzetto) un ragazzino diventa grande di colpo e si ritrova a vivere nel mondo degli adulti e ad affrontare problemi di cuore, lavoro, soldi. Nel finale di queste commedie il ritorno alla normalità della situazione iniziale è scontato e inevitabile. Con tocco poetico e fantastico Miyazaki nel film Il castello errante di Howl ha disegnato la figura di una ragazza trasformata da un incantesimo in una vecchietta acciaccata e piena di rughe il cui amore per l’affascinante mago Howl le farà ritrovare la giovinezza perduta.

Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher, come i curiosi paradossi che descrive, ha l’aria di essere la cotta infantile di un uomo di mezza età (il regista) per un’idea strana, la sfida incosciente di un bambino cocciuto realizzata con gli adulti mezzi di Hollywood, un capriccio ambizioso ispirato a un capriccio puro (il racconto di Fitzgerald). La dimensione del racconto era forse quella perfetta per restituire il massimo della sorpresa e dare il giusto spazio a uno spunto molto interessante ma forse solo su carta. La sfida degli effetti speciali è sicuramente vinta, ma inutilmente: le varie trasformazioni di Brad Pitt da neonato ottantenne a baldo giovane (lì non ci sono voluti molti effetti speciali in realtà…) ultrasessantenne sono funzionali e naturali ma rendono ancora più evidenti i problemi di una storia che si riduce a noiose istantanee di un uomo noioso che fa cose noiose, la cui unica curiosità, però fine a se stessa, è che vive alla rovescia.

Così alla visione circolare della vita (che non risparmia battute sui pannolini per sottolineare quanto in realtà vecchi e bambini si somiglino), in questo “curioso caso” complicata dal senso antiorario, viene da preferire, almeno cinematograficamente, la visione “a parallelepipedo rettangolo” di un film per certi versi simile per altri molto diverso da quello di Fincher: Forrest Gump, nato dalla penna dello stesso sceneggiatore de Il curioso caso di Benjamin Button, Eric Roth. Il parallelepipedo in questione, la ormai mitica scatola di cioccolatini, è una similitudine senz’altro più terrena e concreta ma forse per questo ha più sostanza e più sapore.

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