Il potere delle parole


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La forza disarmante della pace
di Mattia S.Gangi

Una delle prime banalità che la pedagogia occidentale insegna è che il corso della Storia viene scandito da guerre, stragi, terremoti e calamità naturali dagli effetti catastrofici. Sfogliando i manuali infatti, dal mitologico sussidiario al più moderno malloppone universitario, la linea cronologica che separa i fatti gli uni dagli altri è costellata di eventi bellici e mostruose atrocità che farebbero pensare ad un declino irreversibile dell’umanità ed ad una irreparabile involuzione del pensiero razionale.

Anche se ghiotta e facile da sposare, questa antropologia negativa è però fondata su una concezione parziale e tipicamente novecentesca del destino umano formatasi a ridosso della Seconda Guerra Mondiale; la distruzione dell’Europa e le ferite di Hiroshima e Nagasaki per anni hanno bruciato sulla ragione occidentale, distruggendo il positivismo ottocentesco e (ri)mettendo in luce quella vena animalesca dell’uomo di chiara matrice hobbesiana.

Quello che la linea editoriale riguardo il trattamento dei fatti storici omette, sicuramente per comodità, è che questa visione non è perfettamente aderente alla realtà ma frutto di un modo convenzionale di raccontare i fatti e di spiegare i conflitti alla luce di avvenimenti simili avvenuti in precedenza o ancora da verificarsi.

Tralasciando all’ignoranza le tesi revisioniste, pericolose ed assolutamente prive della qualsivoglia scientificità, bisogna però considerare che se è vero – com’è vero – che la guerra è geneticamente connaturata alla condizione dell’uomo, altrettanto lo è la pace e la lotta per il suo raggiungimento/mantenimento.

La storia della pace è una storia solitamente ritenuta noiosa, poco interessante, nessun colpo di scena, nessuna esplosione spettacolare. In questo caso più che gli studi storiografici sono i media, sicuramente attratti più dai fatti di sangue che dalla tregua, a mettere in moto una macchina rappresentativa che lascia poco spazio ai “ personaggi del bene”, o meglio, a tutte quelle persone che hanno caratterizzato la loro esperienza per l’impegno pacifista.

All’interno dei rari, piccoli contenitori lasciati alla descrizione delle personalità positive, la narrazione della pace diventa, sotto lo sguardo deformante delle telecamere, racconto dello sforzo, della battaglia, della sofferenza che si è patita per la conquista dell’agognata tranquillità. Ed ecco che di nuovo la pace si fa guerra e la storia si fa Mito; Da un lato la Guerra-Male ed i suoi protagonisti-Demoni, dall’altro la Pace-Bene ed i suoi emissari-Angeli. Angeli che però dalla loro hanno un immenso potere argomentativo che la funzione-megafono dei media amplifica a dismisura.

Analizzando alcuni casi della storia recente possiamo notare meglio la costruzione mediatica dei buoni attraverso il raffronto antitetico con la figura del nemico e la forza disarmante della loro comunicazione. Il primo mito è quello della Grande Madre Buona.

Madre Teresa, la missionaria di Calcutta, al secolo Agnes Gonxha Bojaxhiu è una pacata portatrice del messaggio cattolico che ha speso la sua vita all’insegna dell’altruismo e dell’impegno umanitario. Teresa, il suo volto gentile e la sua fisicità quasi etera, è nota al mondo ed al grande pubblico grazie al suo lavoro tra i poveri di Calcutta, città tra le più degradate dell’India occidentale.

Praticamente ignorata per anni, diviene famosa in seguito a Qualcosa di bello per Dio, servizio televisivo realizzato da Malcom Muggeridge per la BBC divenuto pietra miliare dell’enorme attenzione mediatica assegnata da quel momento in poi all’impegno di Madre Teresa.
Premio Nobel per la Pace, proclamata beata da Papa Giovanni Paolo II, Teresa fonda l’Ordine delle Missionarie della Carità, organismo missionario che in pochi anni, grazie all’appoggio del Papa, si espande a livello internazionale ( Africa, Asia, Stati Uniti, Europa ) facendo contare alla fine degli anni ‘90 più di quattromila unità con cinquanta case sparse in tutti i continenti.

Il Nemico di Madre Teresa è la Povertà, la Fame, ma non solo. La rappresentazione mediatica della donna è caratterizzata dalla riflessione sull’indifferente opulenza dell’Occidente; Teresa è l’agnus dei qui tolit peccata mundi, la mano dell’uomo che ci rassicura. Non siamo tanto cattivi, possiamo stare un po’ meglio, qualcuno, uno di noi, cura le ferite dei moribondi mentre noi ci ingozziamo e ci divertiamo con gli amici. La Grande Madre cura i suoi figli disperati ma contemporaneamente rassicura anche gli altri, quelli sani, quelli belli, lenisce il senso di colpa.

Teresa di Calcutta si spegne, e con lei l’attenzione dei network internazionali, il 5 Settembre del 1997, in concomitanza con una breaking news che oscura quasi totalmente la sua dipartita : la morte di Lady Diana, sopraggiunta inseguito al terribile incidente che vide vittima anche il suo amante Dodi Al-Fayed. Le pagine ed i titoli sono tutti per Diana, anche nella morte Teresa si fa da parte.

Il secondo caso ha come sfondo ancora la povertà ma questa volta parla di Pace in relazione ad una delle peggiori malattie dell’uomo : il razzismo.

La discriminazione etnico-razziale è stato uno degli aspetti tristemente caratterizzanti l’esperienza storica del Sud Africa, sin dalla sua fondazione in periodo coloniale. A partire dal secondo dopo guerra infatti il governo di etnia bianca del paese impose una dottrina di segregazione razziale, definita in lingua afrikaans apartheid ( separazione ), rimasta in vigore fino al 1994, che impose alla maggioranza nera la quasi totale privazione dei diritti civili. Definito dalle Nazioni Unite crimine internazionale, l’apartheid è stato recentemente inserito all’interno della lista dei crimini contro l’umanità.

Rolihlahla Dalibhunga, meglio noto come Nelson Mandela, ex presidente del Sud Africa, è l’uomo-simbolo della lotta contro le atrocità della distinzione razziale. Sin dai primi anni dell’Università la sua attività politico-civile è caratterizzata da un forte impegno di opposizione al regime pro-apartheid e dall’aiuto verso la popolazione di colore.

Dopo aver aperto, con l’aiuto dell’amico Oliver Tambo, uno studio professionale con il quale fornisce assistenza legale gratuita alle vittime delle discriminazioni, Mandela organizza azioni di sabotaggio e resistenza attiva ai governi razzisti. Proprio per questo suo attivismo politico e per il suo impegno umanitario, divenuto comandante dell’ ala armata Umkhonto we Sizwe del partito ANC ( Lancia della Nazione ), Mandela viene arrestato e tenuto in carcere per quasi trent’anni. La fine della prigionia, sotto pressione della comunità internazionale, è dovuta alla decisione del presidente bianco F.W. de Klerk, che nel 1993 ottiene con Mandela il Nobel per la Pace.

Mandela, nella letteratura mediatica diventa quindi l’eroe del Bene che lotta per la fine dell’Impero del Male e la Pace viene dunque connotata anche qui come sforzo, tensione verso il raggiungimento di uno status quo ideale. Il clamore delle dichiarazioni ed il potere delle esternazioni del primo presidente nero del Sud Africa, sono simboli, perdono la loro denotazione primaria per trasformarsi in metaforici proiettili anti-razzisti.

La vis rivoluzionaria dell’argomentazione però si manifesta con prepotenza in altri due casi. Due esperienze in apparenza totalmente difformi ma in realtà molto vicine, che più di altre hanno
mostrato il potere eversivo e fattuale della parola.

Importante guida politica e spirituale della nazione Indiana, della quale è definito Padre, il Mahatma ( grande anima ) Gandhi è stato uno dei teorici del satyagraha, la dottrina di resistenza non violenta, “combattuta” tramite la disobbedienza civile, che ha portato l’India all’indipendenza dal dominio inglese.

La sua esperienza politica ha inizio con un viaggio in Sudafrica dove entra in contatto con il pregiudizio razziale e le condizioni di semi schiavitù in cui vive la minoranza indiana. In quanto testimone diretto dell’intolleranza e dei pregiudizi verso i suoi connazionali in Sudafrica, Gandhi comincia a riflettere sullo stato del suo popolo.

Nel 1919 entra nel partito del Congresso Nazionale Indiano, l’organizzazione moderata indiana con la quale si batterà per ottenere l’indipendenza. Indipendenza intesa come emancipazione totale dal dominio coloniale,  realizzabile soltanto attraverso l’autogoverno e le azioni di disobbedienza civile. Unica  strategia per ottenere tale risultato, escludendo quindi ogni tipo di azione di guerriglia o di terrorismo, è quindi il satyagraha.

Solo dopo la seconda guerra mondiale, nel 1947, La Gran Bretagna, cede alle pressioni del movimento anticoloniale e concede la piena indipendenza all’India, suscitando grande clamore nella stampa internazionale.

Il messaggio di Pace del Mahatma amplifica il suo raggio d’azione e si rafforza in modalità fino ad allora impensabili grazie al ruolo della radio ed alla diffusione che questo particolare tipo di medium aveva nella prima metà del 1900. Attraverso la radiodiffusione, le parole che invitano alla non violenza entrano nelle case e nella coscienza di milioni di indiani dando vita, proprio in uno dei paesi più scossi dal terrorismo religioso, al primo movimento di resistenza pacifica di massa.

L’ultimo caso, paragonabile a tratti a quello di Gandhi, è ancora oggi espressione di come un grande portatore di Pace debba scontrarsi irrimediabilmente con una delle più grandi forme di ipocrisia ed inconsistenza politica da parte dei “potenti” del mondo. Lo spazio decisamente minoritario, per non dire la totale assenza all’interno dell’agenda delle tematiche inerenti alla figura di Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, è infatti sintomatica della “scomodità” nello scenario geopolitica asiatico di istanze opposte ai diktat cinesi.

Premio Nobel per la Pace ed esponente tra i più illustri della dottrina della non violenza, il Dalai Lama è l’esempio eccellente di come la parola, nonostante l’indifferenza dell’occidente sia foriera di imponenti reazioni e causa di fattori concreti di cambiamento sociale.

Tenzin Gyatso è il primo Dalai Lama che ha visitato le nazioni occidentali cercando di promuovere la sua causa, l’indipendenza del Tibet dal regime cinese, e di far conoscere al mondo i principi del buddismo. La politica pacata e razionale, oltre alla preparazione ed al carattere socievole del Dalai Lama, hanno permesso a questo personaggio di distaccarsi dall’abito mediatico dell’Esiliato e di diffondere il proprio messaggio valicando i limiti del continente asiatico ed ispirando molti comitati Free Tibet in tutto l’Occidente.

L’azione e l’esperienza di questi uomini, anche se esempi paradigmatici, fanno riflettere sulla reale natura della linea storica ma soprattutto sulla – mancata – riflessione circa la Pace e le attività di aiuto umanitario. Troppo spesso concettualizzata in senso negativo, come assenza di Guerra, e quindi in opposizione al suo contrario, la Pace andrebbe forse indagata analizzando l’azione dei suoi rappresentanti e quindi, in termini positivi, consegnandole una propria indipendente ontologia.

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