Appendete al chiodo il mito di Matrix
Pubblicato da Redazione a marzo 1, 2009 · Lascia un Commento
S’è rotto il giocattolone mito di una generazione
di Alessio Di Lella
Sono passati dieci anni ormai da quando i fratelli Andy e Larry Wachowski realizzarono il loro capolavoro stilistico Matrix (The Matrix, 1999). Grazie al successo di quel blockbuster, il grande pubblico si affezionò alla mitologia che venne a crearsi attorno al film, innalzandolo a monumento di una generazione cibernetica che oltrepassava le frontiere del secolo morente. Oggi però, tirando le somme, il mito di Matrix è deceduto, dimostrandosi essere, oltre che antiquato, totalmente sbagliato rispetto alle fantomatiche profezie che la sua storia voleva comunicare a proposito della società del terzo millennio.
E’ giunto il tempo di riporre negli scafali i vari oracoli, metafore e conclusioni lapalissaniche del film, cercando di capire perché in Matrix non c’era nulla di nuovo che potesse portare avanti alcun discorso. Forse aveva ragione il Morandini, che a suo tempo definì l’opera dei Wachowski “un pastrocchio saccente e misticheggiante diretto a spettatori con una mentalità da dodicenni idioti”.
Partiamo ad ogni modo dal sottolineare la capacità del film di essersi costruita una mitologia di stampo globale, e se vogliamo sconsacrare un oggetto di discussione, riconosciamo appunto che esso era riuscito a diventare sacro. Rivolgendosi a buona parte dell’immaginario culturale del secolo di appartenenza, Matrix saccheggia a mani basse due tra i più fortunati scrittori messi in auge nel pubblico nerd degli anni Novanta: Philip Dick e William Gibson. Se il primo, infatti, descriveva il nostro mondo come “una proiezione illusoria prodotta da un artefatto che non sa neppure di essere tale”, all’autore del Neuromante addirittura va la firma del termine Matrix: in un suo romanzo, La notte che bruciammo Crome, il cyberspazio e la sua rappresentazione virtuale di dati viene chiamato Matrice, descritta come “una rappresentazione astratta delle relazioni fra i sistemi di dati. I programmatori autorizzati si inseriscono nel settore della matrice appartenente ai loro datori di lavoro e si trovano circondati da luminose forme geometriche che rappresentano i dati della società”.
Nel film, invece, Morpheus così parla a Neo: “Matrix è ovunque, è intorno a noi, anche adesso nella stanza in cui siamo. E’ quello che vedi quando ti affacci alla finestra o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai a lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. E’ il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità”. E ancora: “E’ un mondo virtuale elaborato al computer, creato per tenerci sotto controllo al fine di convertire l’essere umano in energia”. Matrix è qualcosa di molto simile alla neurosimulazione della realtà, la percezione sistematica e programmatica del cyberspazio, che nel romanzo Neuromante appunto viene chiamato con il nome di “matrice”: “un’allucinazione vissuta consensualmente ogni giorno da miliardi di operatori legali, in ogni nazione, da bambini a cui vengono insegnati i concetti matematici… Una rappresentazione grafica di dati ricavati dai banchi di ogni computer del sistema umano. Impensabile complessità. Linee di luce allineate nel non – spazio della mente, ammassi e costellazioni di dati”. La definizione originale del termine “matrice” coniata da Gibson consegna l’immagine di una distopia, di un nuovo luogo dell’abitare come lo è ai giorni nostri il Web. E’ più un concetto che una rappresentazione vera e propria.
Se facciamo riferimento al settore degli studi, noteremo anche in quel caso che Matrix è soltanto il fondo del barile di un recipiente pieno di approfondimenti e saggi sulla società informatica. Marcus Novak ad esempio, studioso dei mondi virtuali ed architetto visionario, nel 1993 scrisse un saggio, Architetture liquide nel ciberspazio, dove veniva fornita una interessante definizione del cyberspazio, più imperniata sulla sua declinazione tecnologica: “Il ciberspazio è una visualizzazione completamente spazializzata di tutte le informazioni presenti in sistemi globali di elaborazione delle informazioni, lungo percorsi forniti da reti di comunicazione presenti e future, che permette una piena compresenza e interazione tra più utenti, e rende possibile la ricezione e la trasmissione di informazioni attraverso l’intero insieme dei sensi umani, la simulazione di realtà reali e virtuali, la raccolta e il controllo di dati lontani attraverso la telepresenza e una totale integrazione e intercomunicazione con una vasta gamma di prodotti e ambienti intelligenti nello spazio reale.”
Ma Matrix non è un film sulla virtualizzazione digitale prossima alla completa sostituzione e ridefinizione dei contemporanei strumenti del comunicare. Matrix è prima di tutto un film sulla potenza ultima delle tecnologie elettroniche, e sulla capacità di queste ultime di creare “un mondo a parte”. Ma, anche in tal proposito, il film scopiazza una tesi interessante sostenuta da parte di due studiosi del Center for Culture and Technology di Toronto, Robert Guffey e Bob Dobbs. In uno studio fatto a metà degli anni Novanta, Guffey e Dobbs parlarono di Matrice per sostenere l’affascinante ipotesi che la società odierna sia stata messa in piedi sulle basi di una “Città Magnetica”, ovvero una seconda forma di realtà, un secondo mondo sovra-strutturato su quello naturale, esistente dalla metà del ventesimo secolo, quando dopo la seconda guerra mondiale i media hanno trovato possibilità tecniche e culturali di stabilizzarsi nella rete di comunicazione planetaria. Una struttura inconsapevole, “disincarnata”, di conoscenza, gestione, linguaggio, interazione e rappresentazione della rete tecno – sociale in cui l’uomo ha cominciato a vivere da prima della metà del novecento. Prima di Matrix, prima del cyberspazio o di ogni altra forma di Realtà Virtuale, c’era la Magnetic City:
“Usare l’immagine della città non è appropriata ai nostri tempi. La vera città oggi è la Città Magnetica. La Città Magnetica è l’intero mondo in una piccola imitazione acustica della risonante luce bianca elettromagnetica. Siamo tutti su quel piccolo nodo. Non può essere visualizzato, ma l’intero mondo sta in quel punto per tutto il tempo, e quello è lo stato dell’essere disincarnati. Per qualcuno che deve avere parametri visivi, ciò è qualcosa di claustrofobico da immaginare. Ma noi siamo inguaiati in tutto questo. E’ questo il motivo per cui la gente si sta incanalando. Il motivo per cui la gente sta facendo tutte quelle varie cose che hanno sorpreso gli americani per gli ultimi venti anni. Stanno cercando di cancellare i loro corpi, ed il motivo sta nel cambiamento sensoriale-strutturale che risulta dalle condizioni elettriche. Sapevate che perfino parlare, perfino il non stare in uno stato di trance, è una forma di trance sotto condizioni elettriche. Solo farsi una camminata è già una forma di trance oggi, perché nessuna attività corporea sta all’interno di questo piccolo elettronico e disincarnato nodo di consapevolezza chiamato Città Magnetica.”
Se il film Matrix s’era proposto di interpretare e rappresentare cinematograficamente l’immaginario letterario del ciberspazio dei primi anni ottanta, allora ha svolto davvero un ottimo lavoro: nel film, lo spazio della matrice viene inteso prima di tutto come spazio abitativo virtuale innestato nel reale attraverso le tecnologie informatiche di comunicazione. I concetti di ipertesto, enciclopedia dei contenuti, memorizzazione ed interazione tra utenti e tra i loro spazi d’informazione, venivano resi nel film con efficacia narrativi. In termini espressivi, dunque, Matrix era un indicatore culturale, ma retrospettivo. Dava le spalle al futuro, incantava con il suo linguaggio cinematografico milioni di persone che finalmente vedevano in quella storia la ribalta espressiva del loro mondo www. In termini “profetici”, mitologici, culturali, beh, è giunto il tempo di chiudere una inutile parentesi, omaggiare Matrix con un commento “alla Corazzata Potemkin” (e rispettivi 92 minuti di applausi) e cercare altrove, in altri film, i veri indicatori culturali della società del terzo mi
llennio.
Author: Redazione (897 Articles)