Bad Guys


01_04_09_manson.jpgUn confronto all’americana
di Mattia S.Gangi

I cattivi, si sa, godono sempre di un fascino perverso. Freddi, cinici, spietati. Creature oscure, messaggeri del disagio, apologeti della violenza, pastori del sangue. Psicopatici senza controllo, assassini e torturatori, leader totalitari e mafiosi. Capi di stato, guide religiose, genetisti privi di etica, ladri, puttane, alcolisti e tossicodipendenti alla spasmodica ricerca di una dose. Marci. Corrotti.

I cattivi, visti attraverso lo sguardo dei “buoni”,non sono uomini, sono mostri. Sono l’altro, il lato brutale e disagiato di una collettività funzionalista. Il tumore di un organismo sociale sprovvisto di anticorpi, le cellule impazzite di un corpus decadente che, in uno schizofrenico moto perpetuo, disprezza ed accetta arrendevolmente l’appeal della meschinità.

Ma sono tanti, i malvagi. Sono sfaccettati.

Tra i milioni di reietti, confinati nella loro inumana condizione ed ai margini del tessuto societario, qualcuno però si distingue. Qualcuno primeggia con freddezza e carisma in un vortice storico fatto di bombe e stragi di stato, di guerre batteriologiche ed armi nucleari. Qualcuno conserva lo stigma di Dresda, altri quello di Hiroshima, altri ancora il marchio indelebile di Aschwitz. Le forme, attraverso le quali la cattiveria assume connotazioni polifoniche, i contenuti, gli oggetti, le azioni che tormentano quotidianamente la memoria collettiva, si chiamano pogrom, campi di sterminio, bagni di sangue, repressioni, persecuzioni, torture.

E ad averli commessi, lungo l’immensa retta cronologica, non sono stati i fantasmi ma gli uomini, ed i loro figli. Pur ricoperti da una fitta coltre di attitudine ferina, i cattivi sono fatti di carne ed ossa, hanno un volto ed hanno sempre anche un nome. Tutti schedati, tutti registrati. Hanno un cartello appeso al collo che li identifica al di là del vetro di protezione, nella camera dei confronti, dove in ogni attimo vengono riconosciuti ed accusati dalle loro vittime. Dai loro omicidi.

La stanza è buia ma la luce si accende improvvisamente. E’ il momento della prima carogna.

Vlad III conte di Valacchia, detto Tepes, dal rumeno l’impalatore. Faccia scavata, colorito cianotico, grossi baffi intrecciati ed un incredibile passione per la tortura.

Il padre Vlad II, fregiato dell’investitura dell’Ordinde del Dracul il cui significato era “Dragone” utilizzò il simbolo della bestia mitologica come effigie di famiglia. Per questo il figlio venne chiamato in romeno Draculea ( discendente del drago ). Il termine però poteva essere interpretato anche come Diavolo;  Vlad III dunque, per la sua leggendaria crudeltà, venne ricordato come Dracula, “figlio del Diavolo”.

Tepes invece deriva dalla tipologia di tortura che amava infliggere ad i suoi nemici ovvero l’impalamento ; questo genere di punizione, tipicamente ottomana, era utilizzata soprattutto per i mercanti della sua terra, la Valacchia, e per i Turchi, i quali chiamavano Vlad, Kaziglu Bey, cioè Principe impalatore.

Il nobile, poco incline al perdono ma sicuramente estroso, creò negli anni metodi diversi per impalare ladri, guerrieri nemici, ambasciatori del Sultano e generici traditori. La sua figura, l’ombra demoniaca che ha avvolto in vita le sue azioni sanguinarie, è entrata a far parte dell’immaginario collettivo del popolo romeno legandosi alle leggende sul vampirismo. Passato alla storia grazie alla trasposizione romanzesca di Bram Stoker ed alle diverse versioni cinematografiche del romanzo, il conte di Valacchia è protagonista di moltissimi prodotti culturali, dal cinema d’animazione a capolavori del fumetto come Berserk ed Hellsing.

Vlad è illuminato ma la luce si sposta e le tenebre tornano sul suo volto esangue. I primi riflessi scoprono un altro mostro, giovane e folle, sguardo in bianco e nero, nella fotografia più inquietante degli anni ’60. Il vampiro torna nel suo inferno ed i riflettori sono tutti per un mingherlino dai capelli lunghi, per un ragazzo di strada, barba lunga ed incolta, dall’infanzia umiliante e la vita criminale.

Signore e signori ecco a voi Charles Manson, Il Gesù Cristo del XX Secolo.

Concepito durante uno dei rapporti occasionali della madre, il piccolo figlio dell’uomo ( man son ) viene da subito affidato agli zii, i quali gli impongono un’educazione ferrea all’insegna del fanatismo religioso. Anni di violenze e soprusi incidono per sempre nella mente del giovane Charles che neanche adolescente decide di scappare da casa e dedicarsi alla vita criminale.

Dopo rapine, furti e brevi periodi di galera, sono gli anni ’70 quando un ormai adulto Manson sposa la causa del movimento Hippye ed insieme ad un gruppo di giovani, guidati dal suo fascino carismatico, fonda la setta The Family.

The Family, ben lontana dall’essere una tranquilla congrega religiosa, si autofinanzia grazie a furti ed azioni criminali. Oltre all’uso di droghe sintetiche ed alle rapine, le attività del gruppo prevedono anche veri e propri omicidi. Il più celebre, passato alla storia come uno dei più efferati crimini di sempre, fu quello che vide come vittime Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski incinta di otto mesi , e gli invitati che quella sera ebbero la sfortuna di partecipare al party nella villa di Los Angeles.

Manson, viene arrestato nel 1970 e sconta ancora oggi la sua pena in carcere. Da allora il suo personaggio è al centro della produzione musicale di numerosissime band che si rifanno al genere Metal, come gli Slipknot ed il famoso quanto discutibile Marylin Manson, al secolo Brian Warner.

La terza protagonista del confronto degli orrori è una donna, o meglio, una tra le più perfide creature che il genere umano abbia mai avuto il dispiacere di partorire. Contessa Erzsèbet Báthory, la Sanguinaria.

Appartenente ad una delle famiglie della nobiltà ungherese, divenuta signora assoluta del castello in seguito all’assenza del marito per motivi di guerra, la bellissima Erzsèbet iniziò a provare un insano piacere nel torturare le ragazze della sua servitù; le punizioni, inflitte quasi sempre per motivi futili, prevedevano atrocità abnormi, mutilazioni corporee, fustigazioni ed umiliazioni psico-fisiche.

Nella famiglia della nobildonna dopo ripetuti matrimoni tra consanguinei, si erano sviluppate alterazioni genetiche ereditarie che avevano portato i suoi parenti e lei stessa a sviluppare malattie mentali ed epilessia. Durante le crisi più acute si narra che Erzsèbet divenisse più violenta infliggendo terribili punizioni alle giovani serve.

Le torture seguivano solitamente un canovaccio ben preciso; Alcune ragazze venivano cosparse di miele e legate agli alberi della foresta, dove divenivano pasto per animali selvatici, altre, decisamente più sfortunate, venivano mutilate nel corpo, con particolare predilezione per i genitali.

Colta in flagrante dai funzionari dell’imperatore Mattia II che investigavano sulle bieche abitudini della donna, la contessa venne murata viva nel suo castello e nutrita attraverso una fessura. Morì dopo circa quattro anni, ma l’aura di orrore che da sempre è legata alla sua figura continua tuttor
a ad essere presente nel folklore e nelle leggende del popolo ungherese.

Definita la più prolifica serial killer donna della storia ( sarebbero circa 650 le vittime documentate ), Erzsèbet ha ispirato canzoni ed intere produzioni discografiche legate al mondo del Black Metal e del Gothic Metal , tra le più famose Woman of Dark Desires del gruppo svedese Bathory ( dal nome della contessa, appunto ).

Ultimo, ma non per cattiveria, è un uomo tozzo dai movimenti rudi. Un uomo semplice, un contadino della provincia palermitana, un leader assoluto. L’imperatore dell’antistato, il signore
della cupola, il padrone indiscusso dell’Italia dagli anni ‘80 agli anni ‘90.

Salvatore Riina, detto Totò, inizia la sua carriera mafiosa nella Corleone nei primi anni ‘50, quando, ancora adolescente, viene assoldato dal boss locale Luciano Liggio. Sotto la guida di Liggio, Riina partecipa alle classiche attività legate alla mafia rurale della Sicilia del dopoguerra : furti di grano e gestione della cosiddetta vaddiania, primordiale forma di raket agricolo consistente nell’imposizione da parte dell’Organizzazione di guardiani scelti nelle più importanti proprietà terriere.

Preso il posto di Liggio negli anni 70, il potere della famiglia corleonese cresce a dismisura grazie soprattutto al controllo della gestione degli appalti nella città e nella provincia di Palermo ed al traffico di droga. La fame dei viddani ( contadini, appellativo dispregiativo con il quale venivano chiamati dall’elite mafiosa cittadina ) fu tale e talmente feroce da scatenare una vera e propria guerra di mafia al fine di imporre il dominio assoluto sull’intera Organizzazione.

La leadership di Totò Riina, malvagio atipico rispetto ai precedenti del nostro confronto, fu caratterizzata non solo dalla freddezza criminale con il quale prese il controllo su Cosa Nostra ma anche e soprattutto dalla spregiudicatezza e dalla crudeltà con le quali mise letteralmente in ginocchio lo Stato italiano.

Le sue vittime infatti erano giudici, poliziotti, giornalisti, uomini politici, alti quadri dei servizi segreti. Le sue vittime erano simboli. Solo per fare qualche esempio : Mario Francese, giornalista. Boris Giuliano, capo della squadra mobile. Pio La Torre, deputato del PCI. Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto Generale della Repubblica Italiana. Rocco Chinnici, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, magistrati. Ninni Cassarà e Beppe Montana, commissari di polizia.
Catturato nel 1993, oggi Salvatore Riina sconta la sua pena nelle patrie galere sotto il regime carcerario del 41 bis, il cosiddetto “ carcere duro ”, divenuta norma dello Stato grazie al sacrificio dei giudici Falcone e Borsellino.
Il carattere e la personalità carismatica di Riina hanno influito su numerosi romanzi e fiction italiane, tra le quali la più famosa è sicuramente Il capo dei capi, prodotta da Taodue per Canale 5  e tratta dall’omonimo libro – inchiesta di Giuseppe D’Avanzo e Attilio Bolzoni.

Il confronto è finito, i killer sono l’uno accanto all’altro, dietro il vetro, appoggiati al muro. La parete putrida della loro storia, dalla quale non potranno fuggire, ed attraverso la quale spetterà alle loro vittime giudicare le loro azioni. Solo a loro, perché un giudizio sarebbe facile, e la follia non prevede parametri.

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