“Gran Torino” di Clint Eastwood, Usa 2008 *****


1_4_09_rubrica di cinema_gran torini.jpgRecensione di Patrizia Lima

Se ancora oggi restiamo incantati, entusiasti ed emozionati davanti alle opere del Grande Clinton Eastwood, dobbiamo anche ringraziare uno dei più importanti registi della storia del cinema italiano, particolarmente noto per il genere spaghetti-western: Sergio Leone.
Dopo l’esordio con la cosiddetta “trilogia del dollaro” Eastwood si trasforma lentamente fino a rinascere e trionfare, collezionando durante la sua brillante carriera numerosi premi e riconoscimenti a partire da “Gli spietati” (Unforgiven), (USA, 1992)  che vince ben quattro Academy Award of Merit per “miglior film”, “miglior regia”, “miglior attore non protagonista” (Gene Hackman) e “miglior montaggio” (Joel Cox).

Non a caso nei titoli di coda di “Gran Torino” Eastwood inserisce una dedica particolare a Sergio Leone ed a Donal Siegel: “A Sergio e a Don”, per ricordare i maestri che lanciarono la sua carriera e gli insegnarono ad amare il cinema.
Nel ’93 Eastwood aveva già 62 anni ed i commenti di tutti i critici esultarono alla “apoteosi di fine carriera”.
Invece, il bello doveva ancora venire!
Nel 2004  con “Mystic River” (USA, 2003) Clint ottiene altre due statuette per il “miglior attore protagonista” (Sean Penn) e per il “miglior attore non protagonista”(Tim Robbins).

Dopo un film intenso e perfetto, degno di una tragedia shakespeariana, chi mai avrebbe pensato che potesse seguire un gioiello di altrettanta qualità? Eppure il trionfo del regista californiano giunge nel 2005, quando a ben 74 anni, Clint tira fuori dal cilindro il duro e puro “Million Dollar Baby” (Usa, 2004),  portando a casa quattro Oscar per “miglior film”, “miglior regia”, “migliore attrice protagonista” (Hilary Swank) e “miglior attore non protagonista” (Morgan Freeman).
Tutto può dunque ancora accadere e nulla soprendere se non l’inattesa delusione di non assistere alla premiazione di un capolavoro come “Gran Torino” che, di fatto, a Hollywood non ha ottenuto riconoscimenti.
In quest’ultimo film Eastwood lavora magistralmente come regista, produttore, protagonista ed autore del brano dei titoli di coda, scrutando ed affrontando con la stessa cura meticolosa i sentimenti e le miserie della condizione umana di personaggi scomodi. 
E’ possibile che il film di Danny Boyle, “The Millionaire”, che pure è una pellicola originalissima, conquisti otto statuette su dieci nomination, e “Grand Torino”, una perla del cinema classico, capace di muovere l’anima, attraversando tutti i sentimenti di un’umanità complessa e dolente, resti escluso dal concorso?

Il protagonista, Walt Kowalski (Eastwood), – il cui nome è una chiara citazione di Stanley Kowalski di “Un tram che si chiama desiderio” (Elia Kazan, USA, 1951) si troverà costretto ad affrontare i propri preconcetti ed il mutamento inesorabile di una società che si trasforma troppo velocemente per un veterano della “guerra dimenticata”, ovvero la Guerra di Corea, scoppiata negli anni ’50. 
La diegesi affronta, peraltro, la questione del razzismo anticoreano sviluppatosi negli Stati Uniti d’America a seguito della richiesta di asilo politico da parte di trecentomila “Hmong”.
Gli Hmong sono un popolo antico, disseminato tra Laos, Cambogia e Cina.
Nel conflitto contro l’esercito nord-vietnamita questi si schierarono al fianco degli americani e perciò furono successivamente perseguitati dai comunisti con ritorsioni e massacri. Dall’aprile del 1975, quando gli americani lasciarono Saigon, essi si stabilirono soprattutto a Fresno, a Minneapolis e a Detroit.

Il grande cineasta riesce lentamente a far entrare lo spettatore dentro al nucleo pulsante di una vicenda contemporanea di degrado urbano, dove regna il bullismo ed il razzismo, in un crescendo durissimo di emozioni profonde ed esiti niente affatto scontati, mai banali.
Accanto al protagonista figurano l’esordiente Bee Vang ( Thao), e Ahney Her (Sue), oltre a Christopher Carley, Brian Haley, Geraldine Hughes, Dreama Walker, Nana Gbewonyo, John Carroll Lynch, et al.
La Gran Torino è un’automobile della Ford del ’72. Un valore d’altri tempi, un bene prezioso da curare e custodire, ma anche da riadattare alla nuova realtà, dove non c’è più spazio per i poliziotti decisi a farsi giustizia da soli. Essa rappresenta quasi una metafora della carriera dell’attore e del protagonista stesso.
Il volto di Eastwood è un libro antico e prezioso. Ogni solco della sua pelle è una pagina di dolore nella quale scorgiamo le tracce della brutalità scatenata dagli orrori della guerra e dal risentimento verso i suoi stessi figli, che egli sente e di fatto sono dei perfetti estranei.  Sentimenti di meschinità, delusione, rabbia, rancore, odio, vendetta. Leggiamo i segni di chi ha conosciuto  la morte, prima ancora di conoscere la vita. E, alla fine, riusciamo ad intravedere la giustizia, l’espiazione, e finanche la forma più alta di Amore.
Nel sottofinale, il primo piano sul cane di Walt, Daisy, vale l’intera visione del film, già interamente carico di stimoli visivi ed emotivi, anche molto crudi, e di riflessione.

Ma in quell’ultima immagine, che rimanda ad uno struggente e sublime canto del cigno, c’è tutto l’amore e il dolore del mondo. Assolutamente da non perdere!

di Patrizia Lima
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