Il capo dei capi

“Il Capo dei capi” è un romanzo impressionante e appassionante allo stesso tempo. Non è un semplice libro o una fiction (tratta dal libro) basata sulla superficialità di una normalità di un semplice racconto, ma è qualcosa di più, ovvero il riportare in auge qualcosa che poteva andar perso e non studiato nel modo dovuto, il rapporto tra la mafia e l’Italia. Spesso si pensa al fatto che non si parla più di mafia, che il tutto si è concluso con l’arresto di Provenzano. Niente di più sbagliato, la mafia esiste anche se in maniera diversa da come l’abbiamo vista fino agli anni ’90. La nuova mafia non è più l’essere latitanti mangiando cicoria e ricotta nascosti in casolari di campagna abbandonati [XL Repubblica], ma essere parte attiva del sistema economico e sociale, trasformando e traghettando il sistema dall’interno. Sostanzialmente la nuova mafia si muove grazie agli insospettabili. Anche se tutto non è più come prima, l’origine è una sola, la sete di potere. Questo film e questo libro sono la descrizione di colui che dal nulla ha creato un impero. Un impero fatto di amicizie, inganni, ignoranza ma anche di furbizia e intraprendenza. Quello che è emerso in modo prepotente, non è stato solo il carattere sanguinario di un delinquente, anche se non comune, ma uno spaccato generazionale e culturale proprio di un mondo, quello siciliano e del meridione in generale, ma anche del modo di vivere e di essere. “L’uomo d’onore” non è un semplice capo, ma è colui che con “saggia” intraprendenza sbaraglia l’avversario, clan o Stato che sia, attraverso mezzi non “convenzionali”. Per dirla con un aforisma di Machiavelli “il fine giustifica i mezzi”. Il suo fine era essere il padrone incondizionato di un impero esteso e produttivo, della malavita e di tutta la Sicilia, ma anche e soprattutto della politica nazionale. L’impero creato da “Zù Totò”, non è altro che il suo modo di reagire alla sorte avversa. Quando da bambino gli vennero a mancare i suoi affetti più cari, Totò cresce con un male incurabile, la “mancanza dei suoi familiari”, trascinandosi in un ambiente ricco di odio e “rispetto fasullo”. La follia del potere e le stentatezze economiche, sono l’ambiente ideale per lo sviluppo di una personalità aggressiva e “manageriale” di questo piccolo uomo deciso a tutti i costi di diventare “un’ uomo d’onore” ed essere così rispettato e temuto. Una sorta di pareggio dei conti con “chi” gli ha deprivato dei suoi affetti più cari. Questo fu sostanzialmente l’elemento scatenante della sua ira verso il mondo, il suo desiderio di possederlo. La follia del potere unita anche al territorio non capace di evolversi in positivo, come la Corleone anni ’50, fanno sì che tutto prenda una brutta piega, diventano humus per la formazione di bande mafiose sanguinarie e disposte a tutto pur di raggiungere il potere. La fame e altre ristrettezze come quelle di tipo culturale, impongono al popolino un solo comandamento: subire. Ecco che allora personaggi come “Zù Totò” fanno di testa loro, rompono gli schemi dettati da una cultura ormai obsoleta (quella anteguerra) per attaccare il sistema direttamente dalla radice, imponendo la loro legge… quella del più forte, ma anche quella del più astuto, ricavandone il massimo dei profitti. L’inizio dell’era Riina e compagni è solo una pagina fatta di “piccole vittorie preparatorie”, sondare il terreno per capire come muoversi e sbaragliare gli avversari più deboli per avere campo libero. Le altre sono il susseguirsi di scempi senza fine, la vita di diverse persone per una porzione di territorio da controllare. Le opere in questione in definitiva raccontano tutto questo, mettendo in evidenza cosa non bisogna assolutamente dimenticare per il futuro. Non basta non parlarne per far sì che la mafia non esista più, al contrario, conoscerla sotto più punti di vista aiuterebbe ad evitare errori fatti in passato e a dare il giusto posto d’onore a chi ha lottato le lobby mafiose con la vita. Vie, scuole, centri giovanili infatti portano i nomi di chi ha tentato i tutti i modi di distruggerla, Falcone e Borsellino in primis. Tutto cambia e si evolve, i campi di reclutamento mafiosi, non sono più la strada, i quartieri malfamati, ma la nuova frontiera della comunicazione moderna come i social network. La condivisione di idee dedite alla mafia non è passata inosservata agli utenti della grande rete, non solo scatenando sterili polemiche, ma anche più attive petizioni affinché vengano distrutti e non più considerati simili unioni. Ecco perché occorre parlarne, ecco perché sono inutili le polemiche relative a questa opera. Raccontare un pezzo di storia, dal lato di chi ha compiuto simili azioni non è sintomo di non rispetto per le vittime né di sfottò, ma soltanto coscienza di cosa è successo agl’occhi di chi ha causato tutto questo. Infatti, a nulla sono valse le proteste in segno di ira verso le opere che ritraevano “Zù Totò” e compagni da parte di alcuni che si opponevano all’opera romanzesca di colui che negli anni del suo grande potere fece tremare la Sicilia e non solo. Un altro punto a favore del film e del libro è quello di aver fatto balzare all’onore della cronaca la parola mafia, che negl’ultimi tempi aveva perso il suo colore originario, o meglio la sua forza. La mafia cambia con il tempo, è in continua evoluzione come è in cambiamento la vita di ogni giorno, il concetto originario appartiene ad un passato ormai lontano, fatto di lupare e stragi immonde. Oggi si muove attraverso sotterfugi dell’alta finanza e di una fruizione tutta nuova di un nuovo tipo di malavita. Ritornare alle origini in un certo senso potrebbe far capire a tutti noi e agli addetti ai lavori le previsioni di scenari futuri e come combattere con la stessa grinta di chi ha combattuto Cosa Nostra. Prescindendo dal fatto che Riina sia un criminale, che non merita considerazione in quanto tale, la cosa che più scandalizza non è il fatto che la diatriba tra la positività del messaggio (l’essere un leader carismatico) e la presunta negatività proposta dai negazionisti sia andata a finire con una vittoria schiacciante di chi voleva fermamente il Capo dei capi in tv e nelle librerie, legittima per tutto quanto detto sopra, ma il problema fondamentale che si è venuto a creare riguarda l’attaccamento del popolo di proseliti a una versione romanzata del Riina di Cosa Nostra che si è venuto a creare specialmente dopo il film. Non è raro vedere e ascoltare siciliani e non che evocano le gesta di questo improbabile eroe. Difendere a denti stretti colui che portò morte e malavita, credendolo giusto e incompreso non è certo un passo avanti nella riqualificazione della malandata Italia, non lo è anche credere a tutto quello che la tv dice, questo è senz’altro indice di un attaccamento incondizionato a contenuti mediatici che ci propongono ogni giorno, rischiando sempre più di non distinguere il bene dal male. In definitiva, il film aiuta a comprendere non solo il lato oscuro della mafia, ma soprattutto la storicità degli avvenimenti, persi nel tempo, sbiaditi dalla voglia di dimenticare un periodo di per sé brutto, ma in trasformazione. Attraverso il sentimentalismo di Riina, individuiamo una fetta d’Italia sconosciuta. Quella di una terra abbandonata a se stessa che cerca ancora il riscatto.

Author: Redazione (935 Articles)