Il giorno in cui diedi un passaggio ar' Pupone


01_04_09_totti_rubrica_falcone.jpgSo’ io, apri!

Ho abbassato il finestrino della macchina, quando ho visto tutta quella gente arrotolarsi attorno a quel citofono. Un ragazzino grassoccio e insudiciato aveva però deciso di depositare la carboidratica pancia proprio davanti al mio muso interrogativo. E allora, per non perdermi il presunto spettacolo, da  buon fancazzista esperto in altrui affari, ho deciso di scendere dalla macchina in fretta e furia.

Un ragazzotto tutto muscoli e ormoni era attaccato alla piastra di marmo del tipico portone romano, e continuava a pigiare quel bottoncino rosso quasi fosse uva. “So io, voi aprì?” Acciderbola!, quel suo fastidioso accento non riusciva a darmi un solo delirante motivo per cui tanta gente potesse essere lì intorno, manco a dire l’Evviva Maria in processione. Dovevo vederci chiaro. O quanto meno, da un pò più vicino.

Dopo svariati gomiti e “Mortacci tua” riesco nell’impresa. Ero davanti a tutti e quella persona stava ancora lì, attaccato al portone, fulminato e incazzato con la sua faccia che iniziava a diventare una maschera. “Ma chi è?” Chiesi, evidentemente con fare troppo ingenuo e mal conforme alla situazione, tant’è che una signora, con la parannanza a fiori e lo sguardo invasato mi risponde: “A Signò, come chi d’è? Ma che me stai a cojonà? Levete da torno, và!“.

Compresi subito che non avrei ottenuto molto e quanto ai gomiti, beh, con una signora sembrava brutto, e in ogni caso i suoi mi sembravano molto più pacchiani dei miei. Decisi che era meglio agire d’ingegno, e mi sorpresi a salterellare sul posto gridando parole incomprensibili in un alfabeto simile ai gargarismi post dente del giudizio. Le sensazioni iniziavano a confondersi, tra “Aho spostate!”, parolacce e echi d’infiniti strilli. Saltellavo ma la paura cosmica per la friabilità delle strade romane mi portò a decidere che era meglio desistere, la metro si prende scendendo le apposite scale, non precipitando di sotto. Come a dire, talvolta preferisco il giro largo. Urgeva dunque non un’idea ma l’Idea, che puntuale, da gran genio quale sono, arrivò. Il ragazzotto ormonato intanto era sempre là con la sacca in spalla e il dito divenuto ormai itterico, era importante non perderlo d’occhio e la folla aveva ormai riempito la piazza, bloccava il marciapiede e attirava a sé un corpo militare di vigili, manco fossimo in guerra.

Tenevo l’occhio guercio in direzione di “Mr. So io Apri” e intanto scivolavo di nuovo verso la mia macchina che non sarà di rappresentanza ma insomma, fa ancora la sua porca figura. Entro, accendo i fari e inizio a suonare il clacson in perfetto incivil-style, parto in quarta (perché poi si dice “parto in quarta”? Provateci a far partire una macchina in quarta e se riuscite vi regalo… una caramella). Insomma, parto in prima, accelero e mi sposto 100 metri più avanti sgommando. Punto Silvana, la vecchia del banco di frutta, spalanco il finestrino, accelero, mano fuori e tracchete, la borsetta è mia. “Scusa Silvààà, poi te la riportoooo” , spero non abbia sentito. La vecchia casca e il gioco è fatto. Strilla talmente forte, “Pjiatelo Pjiatelo!” che la folla smette di saltare, si gira e inizia a correre verso il fantasma. “A Signò, pjiatelo a chi? Qua nun c’è nessuno“. Lo avevo detto, la mia macchina fa ancora la sua porca figura.

In mezzo secondo ho già fatto il giro dell’isolato e sono davanti a quel maledetto portone ormai sgombro dalle bestie feroci del quartiere e con la sola preda ancora sfrittellata sul marmo. “Salga, a quanto pare non le aprirà nessuno, si faccia almeno salvare dal ritorno di fiamma dei buzziconi.” Non ci credo, il ragazzotto si avvicina, mi guarda, annuisce e sale. “Su si sbrighi, che Silvana si è quasi rassegnata, non ci metteranno molto a tornare”. Sono eccitato e il mio cervello reagisce male. In fin dei conti non so chi sia questo pezzo di carne che ho appena caricato in macchina e non mi ricorda nè Napoleone o tantomeno Popper (dovrò rivedere i miei interessi probabilmente)… è solo un ragazzotto!

Firmo l’armistizio con il cervello, convincendolo che la curiosità può essere un buon motivo per sentirsi eccitati e riprendo a parlare. Anzi no. E’ lui ad apporre la seconda firma sull’armistizio: “Allora, che dovemo da fa? Che voi? L’autografo?“  Mi sento improvvisamente sconclusionato, perché mai dovrei voler l’autografo da Mr “Apri So io”? Non riesco a parlare, intanto parto. “Ao, ma ndo me stai a portà? Io devo annà a lavorà, me ce porti te visto che Claudione non m’ha aperto e c’ho la macchina rotta?“. “Ahh Claudione! Ora è chiaro, devi aver sbagliato giorno… Lui il martedi non c’è mai!”, rispondo io con sarcasmo.

Respiro, ho trovato un bell’argomento di conversazione e inizio a sciorinare improbabili termini meccanici, tanto lui non se ne accorge. “Vabbè Vabbè, famo cosi, gira dellà e lasciame all’angolo che pijo er taxi che è già tardi e er capo me farà fa du giri de campo in più“. Ecco che torna quell’alfabeto incomprensibile. “Immagino a questo punto io debba saltellare, giusto?” gli chiedo. Il ragazzotto mi guarda male. In effetti saltellare guidando non mi sarebbe venuto assai facile. Sollievo. “Dai su, damme quel pezzo di carta che te faccio l’autografo“.

Mi rassegno, tanto le domande non mi escono fuori, prendo un foglietto dal cruscotto e lui scrive qualcosa, apre la portiera e scende. Io lo osservo e quasi sembra Dio, non più un ragazzotto. E trattandosi di Dio, mi infonde l’illuminazione: la giacca. Non perché ci sia qualcosa di stranamente divinatorio nella giacca, ma si aprì di quel tanto che mi lasciò intravvedere una maglia con un numeretto stampato sopra, un 10, e una firma sul petto. Si accorge della mia venuta al mondo, mi guarda: “Ao, ma di a verità, a vecchia era dea Lazio vè?”

Capii. Non era una ragazzotto, ma solo Er Pupone. Cosi lo chiamano a Roma. Un numero uno. Io l’ho riconosciuto solo dalla maglia, altri lo riconoscono a prescindere, tranne la povera Silvana che è “dea Lazio“. A tutti sembrava la Madonna, a me solo Michelino, il figlio di Nello, il marito di Silvana del banco della frutta. A proposito, mo je riporto a borsa.

Morale. I numeri uno sono ontologicamente personali soggezioni: lo sono fino a quando hanno un nome scritto sotto per alcuni, lo sono sempre per altri. Sono le suggestioni più democratiche che esistano, per quanto il paradosso sovvertirà questo catastrofico pensiero. Ma in fondo io, come a Sirvana, so dea Lazio!!!
di Germana Falcone
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