"Disastro a Hollywood": Barry Levinson e il cinema senza frontiere
di
Alessio Di Lella“Disastro a Hollywood” è un film sul confine tra i desideri dell’arte e le necessità del mercato. Barry Levinson indaga questa stressante regione di frontiera attraverso le giornate di Ben, produttore cinematografico sull’orlo di una crisi di nervi. Sua è la missione impossibile di tenere in piedi la baracca di super star eccentriche e capricciose.
Alla guida del timone c’è Lou, responsabile unica della potente casa di produzione per la quale Ben lavora, che si aspetta da lui due risultati: che Bruce Willis metta da parte la sua “integrità artistica” e tagli via una folta barba da talebano, con la quale il film in programma non partirà (“questione di fica”), e che Scott, genio artistico farmatossicodipendente, cambi il cruento finale di un altro film da lui scritto e diretto, pena l’esclusione dal festival di Cannes. Auricolari bluetooth, lattine di Redbull e appuntamenti in ritardo non saranno di grosso aiuto alla decisiva personalità del vecchio Ben: il disastro è servito.
Il confine di cui parlavamo in apertura è una zona morta dell’inconciliabilità. La Hollywood vista da Barry Levinson è un sogno corrotto dove le regole del mercato e le personalità artistiche non vanno poi tanto d’accordo. A conti fatti, “Disastro a Hollywood” nega la tesi di Francois Truffaut, che nei suoi studi sul cinema americano fatti negli anni Sessanta (Alfred Hitchcock in particolare), aveva dimostrato come le esigenze del mercato hollywoodiano non mettessero da parte la politica degli autori stipendiati dalle grosse produzioni. Oggi non è più la stessa cosa: i tappeti rossi, il profumo dei soldi, il divismo esasperato, tengono in piedi una ferrea macchina dell’industria del profitto. Se uno più uno è minore o uguale a due, qualcosa si è sbagliato, nel mondo di Hollywood.
Nel personaggio di Ben, interpretato da Robert De Niro, possiamo trovare le risultanti della lotta che si gioca sul confine tra arte e mercato: ipocrisia, necessità, lassismo, cruenza artistica. Lui è la rotella chiave di un ingranaggio che stenta a stare in piedi. I potenti produttori di Hollywood possono dettare legge, forti della loro posizione esecutiva ma, dal canto loro, anche gli artisti (sceneggiatori, attori, registi), reclamano voce in capitolo. Il dilemma che ne esce fuori è quello del se sia più inutile una macchina senza benzina o la benzina senza macchina che la carburi. L’unico vero artista, nell’occhio di questo ciclone di personalità, è il one-man-show Ben, eloquente, deciso, forte. Robert De Niro veste un personaggio bagnato dall’argento vivo e circondato da lupi mannari. Lui tende la mano, illustra la ragione, ma per predicare la via di mezzo rimane agli estremi della cornice che conta, quella del mondo imprenditoriale americano. Chi piscia fuori dalla tazza mette in mezzo alla cacca anche tutti i suoi colleghi: questa è la crudele legge di Hollywood.
Già prepotentemente impegnato in passato ad indagare i rapporti tra politica e comunicazione, potere e personalità che si mettono in gioco, Barry Levinson continua a battere questa strada alla fine della quale, a vincere, è sempre il Dio Denaro, onnipotente, spietato, cazzuto. Il confine tra arte e mercato è un ring di combattimento dove le cose vanno bene se la prima si piega alle leggi del secondo. Se così non è, va tutto storto. La sottile e irriverente conclusione di “Disastro a Hollywood”, però, è da ritrovarsi in un altro piano di lettura: nell’affascinante mondo cinematografico, tutto tornaconti ed estri creativi, la vera sorpresa sta nell’irriverenza, nell’andare fuori dalle righe. La giuria delle casse e dei colletti bianchi boccia l’estroverso, il trash, l’avanguardia, la firma d’autore, ma a qualche spettatore “di nicchia”, che diamine, spetta pure la sua fetta di torta. Che sia un cagnolino morto ammazzato in primo piano con un colpo di pistola, o una eroinomane in overdose rimessa in vita da una iniezione al cuore, i premi possono pure accantonarsi, in favore dei prestigi e della vera “storia del cinema”. Quindici anni fa Quentin Tarantino alzava il dito medio sul palcoscenico del festival di Cannes. Nel film di Levinson, il tarantiniano Scott invita i produttori a succhiarglielo con gusto. La frittata si compie, ma evviva l’irriverenza: c’è più gusto nel cinema del vaffanculo.

Author: Redazione (935 Articles)