Fantasmi di strada

Il confine impreciso tra il moderno e la “street society”
di Alessio Di Lella
Domanda da un milione di dollari: in un’epoca assai lontana nel tempo, diciamo pure nel cuore degli anni Ottanta, dove la nostra società viveva senza cellulari e personal computer, come facevano i comuni mortali ad organizzare incontri e relazioni interpersonali? Chi mai potrebbe sapere dove andare e con chi, se non si riesce a contattare con una telefonata mobile la persona che dovrebbe tenerci compagnia?
Ebbene, in quell’era buia e senza reti wireless, dove i nostri antenati comunque godevano di luoghi adibiti ad hoc per la socializzazione, ci credereste?, si poteva uscir di casa senza il timore d’un Dio alcuno. Un bar, una piazza, un pub, una panchina illuminata dalla luce gialla di un lampione (stando agli storici, l’energia elettrica esisteva anche prima dell’avvento di Facebook), erano posti strapieni di persone, giovani balordi, vecchiacci viziati, alcolisti, ultras, facchini e scansafatiche. Gli amici potevi ricordarteli per il colore del giubbetto o per il gusto del loro cocktail preferito, e restavano nei tuoi pensieri, come ombre animate da voci familiari.
Oggi li tieni in mente per la suoneria del cellulare, la sigla del piano tariffario, e la foto istantanea che utilizzano per comparire sullo schermo del tuo computer, morti tenuti in vita da un codice binario, fotografie che sono alla continua ricerca di una massima espressione, quasi volessero tornare in movimento ma, a conti fatti, gli amici che vedi sul monitor del pc hanno tutti la faccia di persone che stanno per cacarsi sotto, e la trattengono, con ammiccata ironia.
Se però, ancora oggi, provaste a fare un giro in strada, tra insegne ed indirizzi (senza www), vi accorgereste che persiste, nel mondo di fuori, una sorta di identità sociale che gioca le sue carte sul tavolo dell’appartenenza ad un territorio ed ai suoi confini. E’ la “vita di strada”, fatta di appuntamenti, angoli di marciapiede, persone girate di spalle. E’ senza dubbio una forma di vita di frontiera, in quanto le sue regole vanno al di là di quelle canonicamente riconosciute. I territori vengono abitati da “comitive”, che si organizzano in luoghi di incontro e rituali di ripristino della familiarità: strette di mano, aperitivi, musica in macchina, utilizzo in gruppo di droghe o alcol. La prima cosa che si può osservare in questa “street society”, è che la rete di rapporti interpersonali continua a mantenere le sue funzioni sociali anche senza la mediazione tecnologica di cellulari, computer e community online. Se per incontrare una persona, infatti, abbiamo bisogno di contattarla attraverso un qualunque strumento tecnologico, gli abitanti della street society possono usufruire del loro territorio per entrare in contatto tra di loro, anche senza tecnologie. Per fare un esempio: Mario non ha comitive di amici, Mario esce poco, Mario quando esce ha bisogno di contattare Empedocle per concordare il rapporto sociale (ora, luogo, partecipanti). Per le persone come Mario non c’è differenza tra il fare la spesa ed uscire con gli amici: sono entrambi delle forme di consumo del proprio tempo, tariffate secondo programma. Le persone come Mario le riconoscete perché, prima di una qualunque forma di vita sociale, vi bombardano di domande del tipo: “Chi siamo?”, “Dove andiamo?”, “Quanti siamo?”, “A che ora torniamo?”, e via dicendo.
Tizio, invece, frequenta la street society: sa che Ermenegildo, Aristofane e gli altri amici può trovarli in piazza, o in quel bar, o in quell’angolo di strada, dove la vita sociale, le amicizie, gli amori, i problemi, vengono vissuti senza tariffazione dei costi. La street society è un luogo d’interazione sociale di frontiera. Ne avete mai fatto parte? E’ molto tranquilla, rilassata, spensierata, non dipende assolutamente da tutte le forme di isteria che le formiche umanoidi cercano continuamente di gestire con le loro antennine cellulari. Quando l’amico arriva in quel territorio di frontiera, è una sorpresa, un piacere, un sorriso. Non lo si aspetta, perché sa che viene, ne fa parte anche lui. Gli si dà il benvenuto. Uscire dalla street society, varcare di nuovo la frontiera per tornare indietro, da Mario e compagni, significa abbandonare quella libertà d’interazione e rientrare nel palinsesto programmato della società. Al di fuori della street society, gli amici arrivano secondo l’ora stabilita, li si aspetta come le previsioni del tempo del tg, si guarda l’orologio, si telefona, “Sto arrivando!” sono soliti dirti. Non puoi sbagliare: sei un tassello di un programma che ha bisogno di tutti i suoi codici per mettere in scena il gioco che vorrebbe fare. Non sei un amico, ma una persona, se non ci sei tu, il sipario non si alza.
Nella street society questo problema non esiste. Sospesa in ogni sua forma dalle tese corde della società ordinaria, essa permette, a chi ha la forza di saperla frequentare, un insabbiamento delle isterie digitali ed uno smascheramento della programmazione coatta. E’ in questo ribaltamento delle regole d’interazione, che possiamo riconoscere il confine di questa società, che naturalmente non ha bandiere, ma solo abitanti. I suoi municipi sono bar o locali d’intrattenimento. Le sue insegne stradali sono i bicchieri di birra vuoti, rileccati dai resti della schiuma bianca. Le sue scuole sono piccole piazze, con panchine di scritture a pennello e marmo freddo al posto della cattedra. Le sue banche sono le amicizie che nascono tra le strade, i suoi programmi televisivi sono le storie quotidiane raccontate a voce da chi le ha vissute, le sue pause pubblicitarie sono le automobili che passano, rumorose e scostanti. C’è sempre una cappa di fumo di sigaretta a fuggir via dalle teste dei suoi abitanti, vista da lontano sembra un grigio genio della lampada che si dissolve nell’aria per tornare in cielo. Il momento più bello in cui vedere i luoghi della street society è quando piove: batte la pioggia sui posti freddi dove sappiamo che avremmo dovuto vedere le solite facce, ma rimane il silenzio di una fotografia senza personaggi, e quel luogo lì, così svuotato dei suoi abitanti, prende le sembianze di un sacrario che persiste al corrodersi del tempo, e ci immaginiamo le voci, vediamo le cicche di sigaretta morte per terra, poi ci allontaniamo, con l’incorruttibile sensazione che chi è di quel posto riprenderà presto la sua vita, dal momento in cui l’aveva lasciata.

Author: Redazione (935 Articles)