Il difficile rapporto tra italiani ed immigrazione


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Di Angelo Giuliani

Il binomio italiani e immigrazione negli ultimi tempi sta diventando sempre più una “morsa” che attanaglia i sentimenti di fratellanza e solidarietà a favore di quelli che palesemente si presentano come “fenomeni di razzismo”. Non rari e spesso presenti come esplosioni incontrollate, queste manifestazioni ledono la dignità di un paese che si dichiara civile, ma soprattutto offendono la dignità dell’uomo. Non solo borgate delle grandi città, ma anche campi di calcio, come dimostra uno degli ultimi episodi di cronaca di qualche domenica fa nella partita Juventus – Inter.


Questi, diventano il luogo privilegiato dell’espressione razzista e irrazionale, diventando “arene dell’odio” nei confronti del “diverso”, i giocatori stranieri spesso vengono scherniti ed insultati soprattutto per il colore della loro pelle. Il gioco di aggregazione per eccellenza, in Italia spesso si trasforma in una vittoria dell’odio e della discriminazione. Nella vita di tutti i giorni, la storia purtroppo rimane la stessa. Negli ultimi tempi gli episodi di violenza contro gli immigrati si susseguono a ritmi intensi e rilevanti, tali da far preoccupare tutti indistintamente. L’ondata infatti travolge la tranquillità di cittadini, di strutture pubbliche, le autorità inoltre stanno ancora cercando di dare una svolta al fenomeno, ma spesso questa risulta insufficiente. Alcuni fenomeni brutali sono stati causati da gente italiana che nulla ha a che vedere con una discriminazione profondamente ideologica, quanto piuttosto ad una discriminazione spicciola e amplificata da sentimenti di patriottismo errato, come il caso che ha avuto come protagonisti due italiani e un immigrato africano, quest’ultimo preso a bastonate dai due italiani, nel milanese nel settembre 2008 e che proprio in questi giorni si è svolta la prima udienza. Una situazione “inconcepibile” per paesi del terzo millennio.
L’elemento principale del problema, è e rimane anche con opportune politiche di integrazione “la paura del diverso”. Non è una questione di semplice intolleranza, ma una “formazione congenita” dell’essere umano, della sua esperienza culturale millenaria, del suo essere stato preda e predatore. Gli umani avevano paura delle bestie feroci e da loro si dovevano difendere per potersi preservare, la giungla rappresentava non solo l’ambiente di vita, ma anche il contesto dei loro problemi. Con il passare dei millenni, le paure cambiano con l’evolversi della popolazione umana, nel medioevo la paure delle streghe e dei maghi era così forte che scattò una psicosi talmente grande che caricò di conseguenze negative tutta un’epoca, come la caccia delle streghe e le condanne per eresia. Nei tempi moderni con lo scambio sempre più fluente di genti diverse, la paura dell’incognito si trasforma in odio verso gli umani che non si conoscono bene. Da una ricerca dell’università La Sapienza di Roma, della Facoltà di Sociologia, dal titolo “Stranieri nella metropoli” viene evidenziato un tratto molto marcato riguardo alla visibilità e all’incongruenza di status degli italiani riguardo al pregiudizio etnico sugli stranieri nella città di Roma. Suddiviso in tre unità, quali la visibilità numerica, somatica e culturale questo concetto mette in relazione i tre indicatori che fanno capire meglio il fenomeno visto dalla gente. In relazione a questo i risultati ottenuti sono abbastanza diversi da come si potrebbero immaginare. La cittadinanza italiana dai risultati della ricerca è spaccata in due: da una parte gli italiani con uno status medio alto e basso pregiudizio etnico e dall’altro capo italiani con status sociale medio basso con alto pregiudizio etnico. Il risultato è eloquente, manca una cultura del diverso a più livelli. Aiutare la maggior parte della popolazione italiana a sentire gli stranieri come una risorsa e non come una minaccia deve essere prerogativa essenziale e primaria di una sana politica pubblica a favore dell’integrazione umanitaria.
Non sempre, chiaramente, è possibile fare un lavoro di questo tipo. La dinamicità dei fatti sociali, come l’incontro ravvicinato di più culture in ogni istante della giornata, complica non poco le cose. Non è infatti facile pensare di agire impartendo lezioni sterili di convivenza civile tra le parti, senza tener conto del fatto che l’uomo sia un essere dotato di intelletto e libero arbitrio. Le violenze consumate ad opera degli immigrati certo fanno discutere, ma l’enfasi ossessiva con cui questi episodi vengono raccontati dai media a caccia della notizia bomba fanno in modo che scatti una psicosi che serpeggia silente per poi esplodere negli animi del popolo. Da una parte c’è l’orgoglio nazionale ferito, dall’altro lato c’è la convinzione di combattere un nemico che non si conosce, pronto ad infierire non appena ci si volti. Un caso abbastanza eclatante e a volte abbondantemente messo alla gogna mediatica è il caso della comunità romena e delle popolazioni dell’Est Europa in generale. Non bisogna dimenticare tutto quello avvenuto specialmente negli ultimi due anni, che in ogni caso è deplorevole, ma bisognerebbe cercare di capire cosa non ha funzionato nell’integrazione di quest’ultimi con il popolo italiano. Uno dei punti nodali della questione è senz’altro la presenza di baraccopoli lungo gli argini dei fiumi, centro di aggregazione di una malavita particolare, basata sull’economia degli espedienti. Ma gli altri? Quelli che vivono onestamente e che fanno andare avanti l’economia italiana (quella vera) con il loro lavoro?
A tal proposito la situazione, genera non solo conflitti politici, ma potrebbe funzionare come monito per politiche sociali più oculate da adottare in base al territorio e in base all’urbanizzazione esistente. Ad esempio i bambini immigrati che vanno regolarmente a scuola sono un numero importante e non riguarda soltanto i bambini adottati come potrebbe sembrare, anzi quest’ultimi vista la burocrazia sono una minima parte rispetto al totale. Non va dimenticato inoltre che nelle regioni del centro nord le famiglie immigrate sono perfettamente integrate e godono di una vita dignitosa e felice, facendo passi da gigante e istituendo piccoli pilastri su cui fondare una nuova economia. Non rari sono gli immigrati che aprono un’attività in proprio giocando in  attivo la propria partita con le istituzioni. In Italia le politiche socio-economiche soffrono di una leggera intolleranza nel tenere conto di questo fenomeno, ma è pur vero che è ancora troppo presto per poter parlare di potere economico da parte di persone non autoctone.
Un altro aspetto di cui bisogna tener conto è lo sviluppo del settore terziario avvenuto anche grazie alla presenza di immigrati nel bel paese. In un paese essenzialmente agricolo e industriale dopo gli anni ‘70 lo sviluppo della terza dimensione economica subì una piccola battuta d’arresto, causa lo sviluppo forzato e agognato delle prime due. Con l’arrivo massiccio degli immigrati, i servizi alla persona, come colf, badanti, associazioni per l’inserimento e l’integrazione o servizi alla collettività immigrata, call center, ristorazione diventano professioni nuove che meritano uno spazio più ampio di quello relegato del fanalino di coda riservato dagli italiani. Sono tutte professioni che hanno a che fare con gente d’altri luoghi e che tutto questo non  fa altro che giovare a un’Italia ferma, almeno da questo punto di vista. Spesso ci si appiglia al fatto che gli stranieri pagano la metà delle tasse per aprire un’attività in proprio, ma sono sempre loro disposti a rischiare. In recenti sondaggi effettuati in giro per l’Italia, si è visto che il numero di aziende a titolare extracomunitario è cresciuto del 5%, dato confermato da CONFINDUSTRIA e altre associazioni di settore. In un paese della nuova Europa questo non può far che un gran onore. L’economia globale non è solo sfruttamento di manodopera a basso costo nei paesi extranazionali, ma anche integrazione del sistema nei confini nazionali.
In definitiva la crescita culturale, dovrebbe avvenire grazie ad una globalizzazione più oculata e di tipo culturale oltre che meramente economica. Il razzismo vista l’impossibilità di scomparire deve essere arginato quanto più possibile. Non deve v
alere più la regola del conservatorismo a tutti costi, lo stato, i cittadini in generale essendo ormai multiculturali devono avere un punto focale che necessariamente deve spostarsi verso una polarizzazione più neutra tra le parti, ossia verso un atteggiamento integrato o perlomeno pseudo universalista. In attesa di poter arrivare a questo storico traguardo l’Italia esulta per la vittoria di Obama negli States, ma odia chi vive nel suo territorio cercando di avere una nuova vita, la duplicità dei comportamenti non porta ad unica soluzione interamente acquisibile in breve tempo, ma una sofferta decisione di perbenismo. L’immigrazione in Italia, e la successiva integrazione potrebbe essere un trampolino di lancio o un nuovo treno che potrebbe portarci a vita migliore, perché non tentare?
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