Non rompetemi le bolle!


01_05_09_speciale_il_confine_comunicazionale.jpgLa bolla prossemica e lo spazio del malinteso
di Alice Sivo
La prossemica non è una parolaccia, bensì una disciplina che studia le relazioni di vicinanza tra le persone all’interno di una comunicazione, verbale o non verbale. Se mi trovo in autobus nell’ora di punta, pressata tra un liceale che ha preso 4 al compito di matematica, una signora che si lamenta perché un giovanotto le voleva cedere il posto insinuando così che fosse anziana, un uomo con l’alito di bagna cauda che potrebbe palparmi il sedere da un momento all’altro e un ragazzo che sta provando tutte le suonerie del suo nuovo cellulare, ecco in quel caso la mia bolla prossemica è già bella che scoppiata.

L’antropologo Edward T. Hall ha coniato il termine nel 1963 dando il via a studi e ricerche sull’argomento, a partire dalle osservazioni sul comportamento degli animali. I topi, per esempio, in una situazione di affollamento tendono a sovvertire l’ordine e le gerarchie producendo quella che l’etologo John Calhoun ha definito “fogna del comportamento”, in cui gli elementi malsani del gruppo sociale raggiungono un livello parossistico, un po’ come in autobus.

Lo spazio che ci protegge dagli altri varia a seconda delle situazioni, delle convenzioni, ma soprattutto del carattere di una persona. Ogni giorno conviviamo e abbiamo a che fare con le nostre bolle prossemiche e con quelle di chi ci circonda, in un gioco di distanze e avvicinamenti finalizzati a non “rompere le bolle” altrui e ad evitare che gli altri rompano le nostre, a meno che non ci si trovi di fronte a dei “rompibolle” per mestiere o vocazione. La sala cinematografica è un luogo tipico ed esemplificativo piuttosto efficace: la maggior parte delle persone tende a sedersi nelle file meno affollate per ridurre al minimo la possibilità che qualcuno oltrepassi il confine del proprio spazio. Le cose diventano più complicate quando la sala è piena e ha per giunta i posti numerati. Se vicino a te c’è una tipa che fa commenti idioti al suo vicino (del genere “Uh, guarda, in salotto ho un vaso identico a quello!”) durante tutta la durata del film, le possibilità sono due: tollerare in silenzio l’invasione della nostra bolla oppure fare una scenata durante il momento cruciale del film rompendo (giustamente) la bolla della spettatrice molesta e (ingiustamente) le bolle degli spettatori composti e incolpevoli.

Hall ha classificato quattro livelli di spazio prossemico, con tanto di centimetri: la distanza intima (da 0 a 45 centimetri), quella personale (fino a un metro e 20), quella sociale (fino ai 3 metri e mezzo) e quella pubblica (oltre i 3 metri e mezzo). Visto che non si può avere un metro a portata di mano in ogni situazione (ma io a dir la verità ce l’ho sempre con me), può capitare nella vita di tutti i giorni che lo spazio del malinteso abbia il sopravvento sui nostri tentativi di tenere le distanze, di segnare il territorio, di evitare che il proprio confine venga oltrepassato. Se per esempio a rompere la bolla prossemica dell’intimità è il nostro partner o il ginecologo è un conto, se è un passante che ci sputa addosso o anche solo ci fissa senza motivo risulta evidente che le distanze (fisiche o psicologiche) sono state indebitamente accorciate.

Le regole della prossemica che – se ci fermiamo a riflettere – possiamo applicare ad ogni situazione (in ascensore, in fila alle poste, sul luogo di lavoro, dal medico, al ristorante…) valgono anche nello spazio virtuale delle comunicazioni a distanza. Non per niente su Internet vige la cosiddetta netiquette, che raccoglie le norme di buon senso e di buona educazione utili a non invadere in maniera inopportuna i rispettivi confini virtuali. Dalla nascita dei social network in poi, le implicazioni di prossemica virtuale si sono moltiplicate e ulteriormente complicate: una regola legata al rispetto della privacy che spesso viene ignorata dagli utenti di Facebook è quella di non “taggare” nelle foto persone non iscritte al network, che dovrebbe garantire ai non iscritti il sacrosanto diritto di non essere messi sulla pubblica piazza virtuale mentre il suo mancato rispetto autorizza ancora di più gli iscritti a “rompere le bolle” altrui.

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