Problemi di linea
Nel mondo delle grandi globalizzazioni economiche, sociali e culturali; nel mondo dei centri commerciali di McDonald, Coca Cola e pizza; nel mondo senza più segreti e barriere del teletrasporto, i confini tra nazioni si fanno sempre più imbarazzanti e complicati, facendo spesso e volentieri parlare di nascenti nazionalismi ed etnonazionalismi. Dalle linee di demarcazione tracciate sulle carte geografiche alle barriere fisicamente alzate e a volte decadute (muro di Berlino), regna la dialettica manichea tra dentro e fuori, anche con molti profitti.
Oramai prodotto commerciale su cartelloni pubblicitari (es. Benetton) e status per giovani band emergenti, la questione della diversità, sia essa di colore o di status, è un buon motivo su cui investire. Dall’antropologia alla politica, la differenza, come tracciato tra io e non io, fonda termini e relazioni nella composizione dell’identità. “È perché loro sono dei folli che io non lo sono”. Il confine che emargina e (a volte) accoglie invade tutti i campi, senza inclusione di colpi. Sul territorio e sulle terre di nessuno gli uomini cambiano status, da italiani ad immigrati, come dalla padella alla brace. Stranieri e senza documenti, profughi senza nomi, cittadini del mondo ma senza patria e senza casa, sottoposti a controlli di ogni genere e poi rigettati in mare. La strategia dell’in e out im-perversa nella nouvelle epoque, religioni e chiese a parte. Valore del lavoro, questioni di sessualità, nord e sud, ricchi e poverissimi alzano dei muri senza confini, segnando invalicabili pregiudizi, stereotipi e discriminazioni.
Laddove il confine, divisione e limite, apre a una relazione ontologica tra identità ed alterità, tra Me ed Altro da Me, l’integrazione pare essere il rimedio. Nella dinamica Problema-Reazione-Soluzione, dunque, sono proprio le politiche sociali di integrazione l’ancora per (pochi) gommoni. E mentre l’Italia si aggiudica il settimo posto per le migliori politiche di integrazione, (British Council 2007) conquista anche il peggior risultato per le politiche di accesso alla cittadinanza. Sottoposto a interpretazioni diverse, a seconda da che “pulpito viene la predica”, la traslazione del termine “integrazione” nel regno del popolo delle libertà, ha contorni e pratiche molto soggettive. Tralasciando il cuore leghista del dottor Bossi, uno Stranamore sui generis, i programmi di integrazione in Italia fanno acqua soprattutto nel Mediterraneo, il Mar dei poveri morti. “Programma di -integrazione ragionevole-, espressione che fa pensare ai concetti aristotelici di mesotes e di phronesis, alla teoria del «giusto mezzo» e alla teoria della «saggezza del caso per caso» più che a una teoria ideale di integrazione(I rapporto sull’integrazione degli immigrati in Italia).
Così, mentre colf e badanti straniere accudiscono “giovin signori”, mentre il PIL italiano aumenta di pari passo all’aumento del lavoro nero dei neri, la paura dello straniero incombe su di noi. “Lo stesso dibattito politico nazionale sull’immigrazione (…) Alimenta un clima di diffidenza e paura reciproca tra italiani e immigrati ed anche tra gli stessi immigrati.Enfatizza un’emergenza invasione inesistente e mistifica l’equazione tra immigrazione e criminalità. Esso è condizionato da iniziative identitarie sul piano elettorale contro diritti sociali e civili fondamentali riconosciuti agli immigrati dal nostro ordinamento, la cui negazione segna un arretramento di civiltà del nostro Paese.”(VI Rapporto Cnel). Ma a salvarci dal terrore dello straniero sono le politiche d’integrazione e a curare dall’ “eredità del fascismo” (Fascist Legacy) è la politica di oggi.


Author: Redazione (935 Articles)