“Questione di cuore”di Francesca Archibugi (Italia, 2009)**1/2


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Recensione di Patrizia Lima

Rendere il mondo straordinario è possibile. Basta inforcare dei grandi occhiali gialli ed osservarlo con attenzione, interrogandosi su ciò che ci accade intorno e riuscire a vedere le storie che si celano dietro ad una realtà che sembra ordinaria e, invece, non lo è.

Francesca Archibugi, che dopo due pellicole bellissime e toccanti, “Verso sera” (Italia, 1990) e “Il grande cocomero” (Italia, 1993) , non era più riuscita a farci emozionare, con quest’ultimo lavoro si riscatta alla grande, regalandoci anche una lezione di sceneggiatura, attraverso gli insegnamenti di Alberto (Antonio Albanese) al piccolo Airton (Andrea Calligari) . Un classico esempio di auto citazione cinematografica.
Liberamente tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Umberto Contarello, autore di numerosi copioni, tra i quali “La stella che non c’è” di Gianni Amelio, (Italia, 2006) e “Vesna va veloce” di Carlo Mazzacurati (Italia, 1996).
Da un punto di vista narrativo la pellicola appare un po’ prevedibile. A volte, sembra scivolare verso la fiction televisiva, ma nel complesso risulta molto gradevole.
Un film su cui si ritorna con la mente dopo la visione è certamente un bel film. Molto bene interpretato, e curato nei dettagli, parla di morte, di amicizia e di amore. Amore, con la A maiuscola.
Le comparse sono tutte di attori famosi, nel ruolo di loro stessi: Stefania Sandrelli, Paolo Sorrentino, Paolo Virzì, Carlo Verdone. Questi irrompono nella scena tutti insieme e finiscono, forse, per stonare, anche se le risate sono inevitabili.
Una commedia drammatica. Un ossimoro? No, un’ibridazione di generi, per usare un linguaggio che va tanto di moda. Un dramma scevro da quel facile pietismo che il racconto di una morte annunciata rischia facilmente di innescare, attraversato da lampi di giocosa comicità all’italiana.
Non mancano i simboli (la Rolls bianca, la Fiat 500 nera) né gli acuti rimandi topici, il Pigneto (storico quartiere romano che oggi è un luogo di tendenza della capitale), col bar Necci in cui furono girate molte scene di “Accattone” (Pasolini, 1961)  dove spicca, infatti, l’immagine di Pier Paolo Pasolini. Curioso il fatto che proprio un paio di settimane prima dell’uscita del film un incendio doloso abbia devastato lo storico locale di via Fanfulla da Lodi, trasformato dal 2006 in ristorante.
I protagonisti di “Questioni di Cuore”, Alberto (Antonio Albanese) ed Angelo (Kim Rossi Stuart)  sono due uomini totalmente diversi per carattere e per status socio-culturale. Ricoverati di notte per un infarto nello stesso ospedale si incontrano in sala rianimazione. Accomunati unicamente dalla malattia e dallo stato d’animo di chi è sopravvissuto al pericolo e vuole esorcizzare la paura della morte diventano grandi amici. Un incontro in­terclassista dove il raffinato intellettuale scopre i valori dell’amicizia, della famiglia, della solidarietà, ed il proletario arricchito rivela sensibilità e generosità.
Angelo è un giovane carrozziere di borgata, già padre di due figli, Perla e Ayrton (in onore di Senna, il grande pilota brasiliano scomparso). Aspetta il terzogenito dalla bella moglie Rossana (una brava e convincente Micaela Ramazzotti), di cui è innamorato.
Alberto è esattamente l’antitesi. Colto e sarcastico, è uno sceneggiatore inaffidabile, in crisi creativa, rumoroso, e sentimentalmente freddo. Un personaggio complesso proveniente dal nord e trapiantato a Roma dove convive, non sa bene neanche lui perché, con la giovane compagna Carla (Francesca Inaudi), che non ama, e cerca quindi risposte alle sue consapevoli nevrosi da uno psicanalista (icona geniale del grande critico cinematografico Adriano Aprà).
Alberto, di fronte alla genuina umanità del carrozziere, perde ogni superbia ed inizia ad apprezzare un modo di vivere che gli è sconosciuto.
Il racconto dei sentimenti e delle paure vissute dai due malati, il percorso emotivo che i due personaggi affrontano dopo l’incontro con il dolore, è la parte del racconto in cui la Archibugi riesce meglio, dimostrando in questo film leggero ma solido di saper usare al meglio la sceneggiatura, firmata in prima persona. Ottima la scelta dei due protagonisti, inseriti in un contesto che diviene occasione di riflessione sulla crisi inesorabile dei rapporti umani, della famiglia e della coppia in generale, analizzando la solitudine cosmica che attanaglia l’essere umano colpito da un dramma personale.
Non è un capolavoro, ma le imperfezioni non riescono comunque a corrompere un lavoro capace di raccontare molto dell’Italia contemporanea, affrontando temi interiori, sociali, culturali e perfino politici che ne fanno, infine, un film da vedere.
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