Apo(Car)ypse now. L’Iliade in Terra.

“A ‘nfame! La prossima volta, se te dovessi mai incontrà, prega Dio de nun sta a piedi che te lascio fotografato per terra”.
In macchina con mio figlio acquisisco e registro informazioni circa la maniacale gravità della gente. Abbrutita, priva di toni ben auguranti o più volgarmente civili. Mio figlio ha alzato il dito medio del resto. Faccio spallucce e trovo nella bocca i denti per dire: “Scendo qui figliolo, voglio passeggiare”.
Cammino e la strada è affogata da suoni e luci, anche di giorno, dove la luce si dovrebbe invece annullare per i troppi colori. Ho sempre pensato a queste strade come a dedali infernali, dietro agli angoli mostri diurni e notturni da prendere a randellate prima che lo facciano loro e che ti dicano i morti. Mortacci tua è la formula moderna che meglio rappresenta l’equazione uomo civilizzato- incazzatura globale.
Continuo a camminare e incontro Inesse che mi racconta di suo marito morto ammazzato e di sua figlia appesa al letto con un coltello nella pancia. “Pe ‘n parcheggio”. Mi dice. Sorrido e Inesse invece scoppia a piangere. Sono stato indelicato ma il parossismo della situazione è di quelli agglomerativi. Agglomerati di stronzate dentro la testa che non possono non farti sorridere.
Chiedo scusa ad Inesse tenendole la mano, è una brava cristiana lei e in fondo io ho ormai l’età della saggezza e della comprensione, sono un vecchio. La mia mano sui suoi capelli la congeda.
Riprendo la corsa sull’asfalto che già a maggio si sbriciola sotto al sole e un uomo in bicicletta si è appena fermato all’incrocio. “Mortacci tuaaaaa”. Appunto. E’ passato il solito Suv anti-tassa, anti-intelligenza, anti-democratico, anti-tutto e ha deciso che il ciclista no, non poteva stare li fermo a quell’incrocio. Mortacci tua. Questa mattinata assolata mi tira la bocca troppe volte verso il sorriso. Non capisco perché sia necessario tormentarsi alla tv per trovare spettacoli comici. Trovo che la strada sia metodicamente più comica di un cabarettista alla tv.
Sono adesso le 13.33 e come ogni giorno, questa grande arteria popolare si gonfierà fino ad infartarsi. Tra poco non respirerò più e verrà giù il mio primo colpo di tosse della giornata. Nun s’o ‘e sigarette, no, è lo smogghe. Questo diceva sempre il mio amico Gino e che forse tanto torto non ce l’aveva. Porello Gino, è trapassato prima ancora di poter dimostrare questa sua semplice e ingenua legge: non c’è cosa peggiore che morire prima che qualcuno possa dirti, cavolo, c’avevi ragione tu. Lo ascolterà da sotto terra, dove sta ora in grazia di non so chi.
“E’ che semo troppi Vittò… troppi troppi. Se qua respiramo tutti insieme finisce l’aria, come dentro all’ascensore”. Giannetto è il portiere del 33, si muove generalmente in autobus, linea 23, quella che scoppia da dentro tra mani che frugano nelle borse e bambini che urlano sui passeggini. Prende l’autobus perché è furbo lui, dice. L’autobus ha le corsie preferenziali, non resterà mai incastrato. Ah beh, se ha le corsie preferenziali… “Giannè, ma tanto tu prendi l’autobus no?”. “Si ma semo diventati troppi pure là… da che ero più furbo de tutti so diventato il più cojone.” Che vuoi farci amico mio. E’ un’invasione di cristiani. Non c’è più scampo.
Intanto arrivano le prime strombazzate nelle orecchie. La doppia fila è la vera piaga di questa società, rende irritabile persino chi la gastrite non ce l’ha avuta mai. Ho sorpreso proprio ieri un signore distinto, giacca cravatta, ammobiliato come il più grande dei manager, prendere una bomboletta spray inchiostro nero e scrivere sul muro: PIU’ PARCHEGGI, MENO CASE. La doppia fila, rende puerili e rivoluzionari. La gente vuole il parcheggio. La gente desidera il parcheggio. La gente ammazzerebbe e talvolta ammazza per il suo bel parcheggino. Colorato di bianco però.
Eh si, perché non basta mica avere più parcheggi, bisognerebbe pure non doverli pagare.
La rivoluzione. La rivoluzione è che presto non si lotterà più per la casa, per il mutuo o la disoccupazione no, lotteremo tutti per il nostro abitacolo. Per il nostro parcheggio. La nostra casa è l’automobile. Del resto se ci penso in un’automobile ormai c’è tutto quello di cui si ha bisogno per vivere. Vuoi un letto? Sedili termoautonomi totalmente ribaltabili; hai fame? Presa elettrica per un comodo frigobar e portabicchieri che per misura perfetta farebbero inorridire il cerchio di Giotto; vuoi vedere la tv? Schermi ultrapiatti ultima generazione infilati nel cassettino della radio dove un tempo c’era la “slitta” per degli stereo che grazie all’ ingombro e alla rottura di toglierli ogni volta, ti facevano passare la voglia di ascoltare la musica in macchina. Vuoi cambiarti d’abito? Meravigliosi specchi oscurati e appendini con stampelle alle portiere.Vuoi suicidarti? Grandi tubi di scappamento a cui attaccarsi o più semplicemente basterebbe aprire i finestrini: l’aria della rivoluzione uccide lo stesso. Ma la cosa più importante: nelle automobili non ci piove dentro, a differenza di casa mia dove il tetto quasi non esiste più. Ha ragione il manager con la bomboletta spray, c’è poco da fare. PIU’ PARCHEGGI E MENO CASE.
Mi sorprendo a ragionare in questo modo mentre una signora che non ho mai visto da queste parti, strilla furiosamente contro Inuccia, la domestica di Peppina. Mi avvicino. “Che succede signore belle?” Timidamente cerco di superare i rumori meccanici del manager, del fornaio del 15, del geometra del 21, del pizzicagnolo del 18, tutti presi a vomitare terribili suoni dalle loro auto. Questa via è diventato un unico, immenso numero civico dove tutti cercano parcheggio, senza trovarlo. E giù allora ad utilizzare la sola arma di distruzione rimasta: il clacson. La signora strilla come un’ossessa, temo possa restarci secca e sorrido di nuovo, pensando che pur essendo vecchio forse ci sarà qualcuno che schiatterà prima di me. Questa d’infarto, come la via.
La signora è un concentrato di ossa minuscole, tatuata di blu e con un rossetto viola che stimolerebbe la fantasia di personaggi biblici. Blatera cose incomprensibili puntando il dito verso la strada e molestando la povera domestica che non capisce una parola di italiano. Un duetto di rilevanza sociologica interessante: la pazza e la badante sicula. Cerco di concentrarmi, isolandomi dal mondo vertebrato che ho intorno. “Signora bella, ha perso qualcosa?” “Beddu mio, chista è da lassari sula! E’ pazza.” Inuccia prende e scappa, e quanto a me, mi sento stranamente preoccupato dall’essere stato il suo liberatore. Provo ad interagire con la pazza. “Signora, ha voglia di dirmi cosa succede? Vuole un caffè?” La signora continua a gesticolare farfugliando qualcosa in una lingua che utilizza il vocabolario italiano ma che non ne segue certamente la grammatica. Abbassa lo sguardo e per un piccolo istante ottengo la sua attenzione. Mi tolgo il cappello e la prendo sotto braccio e improvviso due passi, direzione Bar Mino. “Venga su, venga con me, andiamo a bere qualcosa che fa caldo.” Mi accorgo in questo preciso istante che la pazza non è pazza e che, quanto alla grammatica, sa usarla benissimo. “Dica un po’ vecchio idiota, pensa che il caldo mi stia dando alla testa?” Non mi ricordo, se non quella volta da piccino che ho toccato le sise a Ilaria la mia bambinaia, di aver provato mai un imbarazzo simile.
Il non saper che dire è spesso figlio dell’inadeguatezza. Devo rimediare. “Ma no signora che dice, sono solo incuriosito da tanto frastuono e mi farebbe piacere sedermi con lei a bere qualcosa.” N
on sono mai stato un ottimo affabulatore ma oggi devo essere in vena di grazia, tant’è che la ex-pazza, accetta. Ci sediamo e inizia a questo punto, il monologo che ha in qualche modo cambiato la mia esistenza di un giorno. “Dica un po’ vecchio idiota…. –ormai il suo modo di interpellarmi era diventata una frase idiomatica- lei li cononsce i Maya? Lo sa che cosa succederà il 21 dicembre 2012? No? Glielo dico io. Il 21 dicembre 2012 accadrà la fiiiine del mooondo. La F-i-n-e del m-o-n-do. Ha capito bene. Ma non si preoccupi eh, nessuna paura perché… Cazzate. Sono tutte cazzate.” Troppe informazioni tutte insieme mi fanno sudare ma mi sento improvvisamente sollevato. “Vada avanti…” “Ah, le interessa il discorso eh… Ma lei l’ha mai visto un Maya? I cinesi o le farmacie le regalano il calendario di Padre Pio o quello dei Maya? Ma chi l’ha mai visti sti Maya? Ma che ne sanno! No. La verità è un’altra porcaccia miseria e nessuno mi crede. Come quella squilibrata di prima che mi urlava addosso… l’amica sua. Comunque, lei la vuole sapere la verità? Si? Bene. Il 2020. Ecco la data esatta. 2020, se la metta in testa, sempre che ci arrivi eh, con tutto il rispetto. 2020. 2020. Lo ripeta come una preghierina insieme a me. 2020, 2020, 2020, 2020.”
La osservo a questo punto non più distrattamente e servendomi dei gesti apotropaici del caso. Che succede il 2020? La ex pazza guarda fuori e con le braccia inizia a disegnare dei cerchi enormi che sembrano il raccordo anulare. Cerchi, cerchi giganti con le braccia e dita puntate fuori dalla vetrina. “Il 2020 caro mio accadrà una cosa terribile che sarà ancora peggio della fiiine del mooondo. Peggio. Perché non moriremo ma resteremo coscienti e consapevoli. Il 2020 sarà un anno terribile. Sa cosa accadrà nel 2020? Le macchine. Le automobili.”
Quasi non ci credo. La ex pazza mi parla di automobili! Le cose sono due, o la rivoluzione è già arrivata e non me ne sono accorto, oppure questa vecchia che va in giro truccata di viola è solo una mia proiezione. E’ a me che fa male il caldo. Oddio, stessi mica per morire proprio adesso?! Non capisco. Mi sta parlando di automobili! Ho voglia di tornare a casa ma la donnina riprende a parlare. “Le automobili caro mio. Ascolti bene: Il 2020 sarà l’ultimo giorno in cui la terra riuscirà a girare su se stessa. Se lo segni. La terra si. Proprio lei. Si fermerà. Smetterà di girare perché esisteranno fantamilioni di macchine incolonnate, l’una attaccata all’altra, l’una incastrata all’altra e noi? Dentro a fare le sardine. Proprio cosi. Il movimento della terra sarà bloccato dalle nostre fantastiche automobili. Resteremo incastrati. Sospesi. Neanche lo spazio per tirare fuori un ditino dal finestrino. Niente. Non potremmo più uscire dalle nostre automobili e se la terra smette di girare, beh, lo sa, è finita. Ecco cosa succederà nel 2020, un tetris di macchine che bloccheranno il mondo. E noi, moriremo lentamente. Dentro le nostre macchine. Forse conviene credere ai Maya, non crede?” La vecchia si volta verso di me. Mi osserva stranamente divertito e beatamente sereno. “Ah, vedo che non è minimamente preoccupato….” Rido, in effetti no, non lo sono. O meglio, Si, sono terribilmente preoccupato ma… “Sa che c’è bella signora? La cosa non mi riguarda….” “A no?” No. Io non ce l’ho la macchina. Vado a piedi.

Author: Redazione (935 Articles)