Fulla, la Barbie islamica.

Fulla – la piccola ragazza che indossa abiti modesti. Le sue più alte priorità sono il rispetto per se stessa e per tutto ciò che c’è intorno a lei ed essere gentile con gli amici e giusta. Siamo orgogliosi di promuovere quelle virtù che aiuteranno le ragazze ad essere migliori oggi così da crescere ed essere le donne che faranno la differenza domani. [estratto da www.fulla.us]
Prodotta dalla Dubai NewBoy, anch’essa concorrente dell’americana Mattel, la bambola col velo e l’abaya (il lungo mantello nero di tessuto leggero, che si mette sulla testa e si tiene chiuso con la mano sotto il mento) rappresenta un discorso ludico-mediatico alternativo, e addirittura antagonistico, a quello mezzo-secolare del fenomeno Barbie.
Le caratteristiche fisiche, accessorie, promozionali dei due giocattoli sono portatrici di quel substrato di valori che proprio in epoca post-moderna sono sotto analisi; il pudore, il rispetto, il consumismo, il cambiamento, la giustizia. Insomma non si sa da che parte stare, se da quella con cui molti di noi sono cresciuti, quella della Barbie all’ultimo grido, o se da quella della bellezza alternativa, anche lei altolocata, ma portatrice di un cambiamento.
E il cambiamento inizia dalle piccole cose; la rivalsa delle more, tutte le Fulla sono corvine; la bellezza non denudabile, le Fulla indossano un costume non asportabile; la riscoperta della religione come attività giornaliera, chi ha mai visto una Barbie pregare; e poi ancora la dimostrazione di una moda alternativa, quella dello hijab. Certo è che, tralasciando per un momento l’estremismo delle regole musulmane, il fenomeno incuriosisce. Incuriosisce, soprattutto, la vendibilità di un messaggio basato sulla modestia degli abiti, il rispetto delle diversità e la dichiarazione di una missione morale da parte di un soggetto, che è bene ricordare, è un soggetto di profitto, agente in un paese a prevalenza islamica. Ecco che sotto questo punto di vista, le due azioni di mercato non sembrano poi così diverse, allineate entrambe alla tendenza di massa, una occidentale e l’altra orientale. Insomma il vendibile sarebbe per entrambe le case produttrici, l’agire più consono e socialmente accettato, il legittimo (di norma e religione) auspicato dalla maggioranza delle famiglie-target; ecco allora che per essere comprata, Fulla, aveva bisogno di un kit islamico-compatibile che superasse sia l’approvazione dei genitori sia l’immagine di bellezza auspicabile dalle giovani musulmane. Fulla allora è alla moda e vestita elegantemente quando è in casa ma rispettosa delle norme religiose non appena esce di casa; Fulla si occupa sì dei lavori domestici ma in una casa lussuosa e moderna; Fulla obbedisce alle commissioni materne ma ha anche lei un mondo segreto di amicizie. Un prodotto, quindi, posizionato sulla base di un desiderio di sicurezza, quello dei genitori, e di uno di inedito, quello delle giovani.
Non mancano le Fulla-professioni e i Fulla-gadget, in cui bisogna dare adito esiste una sorta di apertura; dall’insegnante al dottore, dalla casalinga al set “preghiera del mattino”, dallo zainetto per andare a scuola allo stereo per ascoltare musica, dagli oggetti da cartoleria al microfono per cantare.
Concludendo, oltre le caratteristiche di prodotto, a creare il successo (successo oltretutto anche extra-islamico) è stata l’offerta di un’alternativa all’eccesso fisico e attitudinale della Barbie; un fornire un’opportunità reale, e in tutto concorrenziale, a chi per esigenze sociali, religiose o altro, subiva quell’esclusione infantile-adolescianziale tipica di chi non ha ciò che la massa ha. Non resta che sperare in un futuro di integrazione anche a livello di gioco, un futuro in cui figli islamici e figli occidentali si scambieranno vestiti e accessori di Barbie e Fulla.

Author: Redazione (935 Articles)