“State of Play”di Kevin Macdonald (USA 2009 )***


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Recensione  di Patrizia Lima

Washington D.C.:Stephen Collins (Ben Affleck ), rampante membro del congresso degli Stati Uniti, candidato nell’imminente corsa alla Casa Bianca, presiede la commissione per il controllo delle spese di un’organizzazione utilizzata per la difesa nazionale. Uno strano incidente lo rimette in contatto con il suo compagno studi e di stanza, il reporter d’assalto McCaffrey (Russell Crowe, Premio Oscar per Il Gladiatore) del Washington Globe (immaginario equivalente del quotidiano Washington Post).
“State of Play” che significa “Stato di finzione” non è un film per chi soffre di difficoltà di concentrazione. E’ un thriller, cioè un genere artistico derivato dal giallo, il racconto di un crimine che coinvolge diversi personaggi siano essi vittime o criminali.  Perciò, richiede attenzione. Del resto, è proprio la complessità dell’intreccio che rende interessante questo genere di film.
Kevin McDonald, dopo l’ottimo esordio con “L’ultimo re di Scozia”(UK, 2006), reinventa l’omonima miniserie della BBC del 2003, costruendo un’appassionante e serrata partita a guardie e ladri giocata su due mondi, politica e giornalismo d’inchiesta, che funziona, pur nel vortice di improbabili coincidenze.
Ottimo il casting, nonostante la solita  inespressività di Affleck che, comunque, nei panni del politico non stona. Straordinario Crowe, che incarna uno sciatto ed adiposo cronista, paladino della verità. Al suo fianco, Rachel McAdams, Della Frye, la giovane blogger, Helen Mirren (Premio Oscar per “The Queen”) direttrice della testata, Robin Wright Penn, moglie del deputato e Jason Bateman, il PR.
Brillanti i dialoghi di un copione capace di tener desta l’attenzione del pubblico, nonostante la progressiva complicazione dell’intrigante mosaico narrativo, firmato da un trio di assi, ovvero Matthew Michael Carnaham ( sceneggiatore di “Leoni per agnelli” di Robert Redford, Usa, 2007), Tony Gilroy (sceneggiatore e regista di Michael Clayton, Usa, 2007)  e Billy Ray (regista di Breach – L’infiltrato, Usa, 2007).
L’intreccio si sviluppa attorno a due tematiche principali: la crisi del giornalismo nella competizione fra carta stampata ed informazione della blogsfera e la questione politica legata alla privatizzazione della sicurezza.
Il  mondo del giornalismo è da sempre argomento di riflessione nella cinecultura americana. In questo film assistiamo allo scontro tra lo stereotipo del giornalismo rivelatore di un’autentica realtà , figurativizzato da McCaffrey, disposto a cercare la verità sotto la superficie della falsa informazione e quello targato terzo millennio: Della Frye che pesca notizie su Internet, per poi frullarle e ri-immetterle on line, senza verificarne la fonte, pur di inventare un gossip scandalistico in grado di soddisfare la pressante curiosità dei lettori. Magari il giornalismo fosse davvero del primo tipo!
La direttrice del Washington Globe sintetizza chiaramente la logica dell’informazione. Una logica che ha il volto del potere economico, dei condizionamenti pubblicitari, di distorti interessi editoriali che privilegiano sempre e comunque lo scoop (dall’inglese, il colpo di scopa, la notizia che gli altri non hanno) a tutti i costi, il titolo ad effetto, il servizio scioccante, ponendo in secondo piano l’approfondimento serio, l’analisi, la riflessione documentata. Purtroppo, questo secondo modo di fare giornalismo non paga.  Non paga in termini di vendita, non paga in termini di ritorno pubblicitario e non paga neanche in termini di carriera per chi ha il coraggio e la volontà di considerare i fondamenti etici, mettendo da parte tutti i risvolti negativi. Inoltre, Walter Lippmann docet, nel giornalismo non esiste la verità, esistono le notizie che possono coincidere soltanto per una piccola parte nel caso in cui “le condizioni  sociali assumano una forma riconoscibile e misurabile”.  I giornalisti svolgono il loro mestiere all’interno di circuiti di potere, politico o economico, sociale o culturale, per cui il giornalismo, anche quando è portavoce di un dissenso, è esercizio di potere (Asor Rosa).
Tuttavia, mentre il “Quarto potere” (il potere della stampa di limitare quello politico esponendolo all’opinione pubblica), così definito nel 1878 da Edmund Burke,  sopravvive  ancora circondato da un’aura romantica, ancorché pura utopia, c’è da riflettere sulle manifestazioni di rivolta degli utenti dei social networks ai fenomeni di sciacallaggio giornalistico e sull’enorme capacità della rete di divenire mezzo di diffusione di informazioni non necessariamente soggette ad alcun interesse di parte, perché rese pubbliche, per esempio su facebook, da gente comune che racconta e documenta in prima persona la propria storia.  Se la verità non è un’opinione, di fronte ad una tradita onestà intellettuale – emblematici gli scandali del giornalismo legati all’attuale tragedia in Abruzzo – il comune senso del pudore, la decenza, intrinsecamente presenti nella natura umana, si ribellano, attraverso nuovi strumenti, dando l’avvio ad un nuovo corso dagli esiti non ancora del tutto prevedibili.

Patrizia Lima

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