Una società multiculturale che finge di non esserlo

Per capire quanto la nostra società sia ormai profondamente multiculturale, non bisogna studiare macrosistemi o grandi processi economico-sociali. Basta un semplice sguardo alla propria vita quotidiana, agli oggetti e le azioni che vengono compiute ogni giorno.
Apro la mia dispensa. E di prodotti, alimenti italiani al 100% ce ne sono pochissimi. La pasta è fatta con grano ucraino, la verdura viene dall’Argentina, i pompelmi dal Marocco, il riso dalla Thailandia. Non va meglio, a ben guardare, neanche con i pomodori pugliesi, che sono stati raccolti da braccianti stagionali extracomunitari; non inciderà sul gusto, ma sulla “purezza” del prodotto italico si. L’esempio alimentare è solo uno dei tanti che è possibile fare: si sarebbe potuto guardare agli elettrodomestici, ai mobili, agli accessori per la casa e l’ufficio, all’abbigliamento.
I consumi, la produzione, l’economia e la cultura sono già multiculturali da decenni, e non vi è alcuna possibilità di cambiamento, di ritorno al passato. E ciò ha modificato ormai irreversibilmente l’assetto di ogni nazione ed il suo ruolo nella geopolitica mondiale.
La modernità liquida, la globalizzazione, processi economici sempre più isterici ed estremizzanti, hanno generato una realtà in cui il benessere di pochi si basa sul malessere di molti altri, e il sistema può reggere solo attraverso il sacrificio di quest’ultimi. Una società complessa e interdipendente come quella nella quale viviamo ha quindi bisogno di ricchi ma anche di poveri, di regolari e di irregolari, di tutele e di diritti negati. Solo nel difficile equilibrio e permanenza di tutti questi elementi è possibile non far crollare in mille pezzi il nostro modo di vivere e le nostre abitudini. Le esigue pensioni che si assicureranno gli immigrati con i loro contributi servono oggi a pagare le nostre pensioni a quattro cifre; senza manodopera straniera si fermerebbero i forni del pane, le cucine dei ristoranti, la raccolta della frutta e della verdura, i trasporti su strada delle merci.
Un ritorno ad un’Italia pura e quasi incontaminata dalla presenza straniera, necessiterebbe così di un grosso impegno e sacrificio da parte di molti neoborghesi, che dovrebbero tornare ad occuparsi di lavori degradanti, umili, da tempo accantonati nei sogni e nelle speranza delle nuove gioventù. Si dovrebbero nuovamente formare contadini, badanti, e non più medici, avvocati o ingegneri; si dovrebbe considerare la scuola come uno dei tanti percorsi possibili per un adolescente, e non come un obbligo fondamentale per la costruzione del cittadino di domani; sarebbe impossibile mantenere gli stessi consumi, ricchezza, servizi attualmente presenti nel paese.
Per questi motivi economici, se non per più alte motivazioni etiche o per buon senso, la presenza straniera, nella nostra società o come società altre con le quali rapportarsi, è indispensabile e non eliminabile. Benché la politica, per mero calcolo elettorale, richiami da tempo età dell’oro legate a tradizioni e razze pure, la nostra realtà è già andata oltre un punto di non ritorno, verso una complessità glocalizzata che non è più risolvibile o spiegabile attraverso modelli e strutture arcaiche.
Fingere di vivere in un sistema che aspira all’autarchia, e che non ha né i mezzi, né le capacità, né la vera volontà per farlo, significa mentire alle persone, agli elettori, a coloro che non si rendono conto che l’immigrato che delinque e la pasta che viene messa in tavola ogni sera fanno parte dello stesso sistema. Perché la trasformazione, che sia ancora in atto o che sia sostanzialmente già avvenuta, non permette suggestioni o melanconie del passato, ma solo soluzioni e correzioni per il futuro. Molto può essere fatto per garantire la permanenza di caratteri, tradizioni, elementi della cosiddetta “italianità”. Certo non fingendo di vivere in un mondo statico, che può bloccare e rifiutare il contatto con l’altro.

Author: Redazione (935 Articles)