DECRESCERE PER USCIRE DALLA CRISI


01_07_09 girasoli decrescita cammarata.jpgdi Carlo Cammarata

Il re è nudo. La crisi ha scoperto le debolezze del nostro sistema economico ed è tempo, una volta per tutte, di fermarci a riflettere. La speranza diffusa è quella che il lungo treno dell’economia globale, deragliato dai suoi binari, prenda a marciare verso nuove destinazioni.


La direzione potrebbe essere quella suggerita dall’Associazione Movimento per la Decrescita Felice, nata nel 2007 dall’idea del suo presidente, l’esperto in tecnologie ambientali Maurizio Pallante.
È possibile, viene da domandarsi, uscire dalla crisi attraverso la decrescita?
Dipende da cosa si intende per decrescita.
Decrescere non significa rinunciare alla tecnologia, alle scienze, alle conoscenze fino ad ora acquisite; decrescere significa abbracciare uno stile di vita più sobrio in grado di farci avvicinare quanto più possibile alla felicità.
Sobrietà, e quindi produrre da sé quanto più si riesce (tutto ciò che può derivare dalla coltivazione o dall’allevamento domestico, come ad esempio frutta e verdura, ma anche latte e yogurt), rifuggire dall’acquisto smodato di prodotti impostici dalla pubblicità, tornare a forme di scambio dei beni al di fuori dell’intermediazione del denaro.
Ciò comporta necessariamente una decrescita del prodotto interno lordo (PIL).
Siamo stati istruiti a credere che vi sia una relazione direttamente proporzionale tra la crescita del PIL e la diffusione del benessere e quindi della felicità. Ma è davvero così?
Se iniziassimo a coltivare nei nostri orti frutta e verdura a sufficienza per il nostro fabbisogno  avremmo prodotti più sani, qualche abilità in più, un contatto con la natura che si sta sempre più perdendo, avremmo bisogno di meno denaro e, di conseguenza, potremmo lavorare qualche ora in meno ogni mese. Ma il PIL ne soffrirebbe.
Il sistema impone un comportamento diverso. Siamo impegnati almeno otto ore al giorno con la nostra attività lavorativa, sappiamo compiere un lavoro sempre più specializzato e parcellizzato che ci fa perdere la visione d’insieme di ciò che si fa. Al di fuori del nostro lavoro frazionato abbiamo sempre meno abilità e cultura.
Siamo in grado di fare solo cose che si possono comprare. Non sappiamo coltivare, allevare, costruire, tessere. Abbiamo perso il contatto con le abilità manuali, eppure proprio esse hanno permesso all’uomo di primeggiare tra le varie specie. Addirittura molti di noi spesso  non sanno mangiare e divertirsi senza il tramite del denaro. Sappiamo solo pagarlo, l’otium.
Al mito del lavoro, che ci libera dalla povertà (bisogna capire da quale povertà), abbiamo sacrificato perfino i nostri affetti familiari. Così anziché lavorare di meno per passare più tempo coi nostri figli  o coi nostri parenti più anziani, preferiamo alienarci con il lavoro e guadagnare denaro con il quale delegare la cura dei nostri cari a baby sitters e badanti.
Questi comportamenti fanno crescere il PIL. Lo stesso è a dirsi per i prodotti che noi stessi potremmo coltivare prima di portare sulle nostre tavole e che invece ci ostiniamo a comprare.
Essi richiedono molti passaggi che la produzione “fai da te” non contempla: l’utilizzo di prodotti chimici, il trasporto attraverso gli  stabilimenti destinati alle diverse fasi della produzione e distribuzione, il confezionamento, la pubblicità etc. Molti di questi passaggi per di più, oltre a far lievitare il prezzo finale del prodotto, sono dannosi per l’ambiente, ma non per il PIL.
Vi sono aspetti della crescita dal PIL sui quali non si riflette mai abbastanza: più alto è il fatturato delle società che compiono lo smaltimento dei rifiuti, più naturalmente il nostro Prodotto Interno Lordo sale, ma assieme ad esso sale l’inquinamento ambientale.
Anche i “prodotti inutili” fanno crescere il PIL. Ad esempio la produzione di pupazzi vestiti da Babbo Natale, quelli che vengono appesi sulle ringhiere dei balconi da novembre a gennaio, fa crescere il PIL, eppure non si vede come ciò possa contribuire a far crescere la felicità dei consociati.
Del resto lo diceva anche Bob Kennedy: “Il PIL misura qualsiasi cosa, tranne quello che può renderci felici”.
Siamo diventati dipendenti dall’acquisto sfrenato di cose inutili. La tecnologia sta seguendo di pari passo i principi imposti da questa economia offrendoci ogni giorno prodotti più nuovi di quelli usciti dalle fabbriche pochi giorni prima. L’obsolescenza di ciò che era nuovo ieri trascina il nostro PIL, e la propensione al continuo cambiamento delle merci diventa un valore essenziale.
Il disagio che accompagna la maggior parte delle persone che posseggono un telefonino “vecchio” un anno o due, la dice lunga sul fatto che abbiamo perso la bussola: non è più importante che l’apparecchio funzioni, ciò che conta è che esso sia alla moda e che abbia numerosissime funzioni tra cui niente meno che  la livella (riesce davvero difficile credere che un muratore preferisca utilizzare un telefonino da 500€ anziché un ordinario attrezzo da lavoro).
Ovviamente questa mentalità non può che riflettersi sui rapporti sociali. La centralità dei rapporti commerciali e competitivi determina una sostituzione della solidarietà e della collaborazione con l’amicizia fondata sull’interesse e sulla reciproca diffidenza (proprio quei principi a cui sono ispirate le trattative nel commercio). È raro oggi vedere amicizie disinteressate, tant’è vero che appena si cambia lavoro, o finiscono gli studi, quegli amici che chiamavano sempre per chiedere un passaggio, o gli appunti, misteriosamente si dissolvono.
Non tutti i mali vengono per nuocere, e questa crisi ci sta dando l’opportunità per riflettere sullo stato attuale. Lo stress è sempre più diffuso e l’ambiente sempre più offeso, è davvero questo il mondo in cui vogliamo vivere?
Chi vi scrive, una mattina di qualche mese fa, durante una gita in  montagna si trovò di fronte ad una casa di legno isolata e coperta da una coltre di neve. Sopra all’ingresso, lunga una decina metri, un insegnamento di Sofocle recitava pressappoco così: “Lascio che gli altri si affannino tutta la vita  ad accumulare denari e case per poi preoccuparsi dell’inflazione e dei ladri. Io voglio vivere felice al riparo del calore del mio focolare”. e="font-family: arial;">
Se circa duemila e cinquecento anni fa era ben chiaro che le ricchezze materiali non conducono alla felicità, perché ancora oggi gli altri di cui parlava Sofocle debbono essere così tanti?
Tentare di vivere secondo i dettami del Movimento per la Decrescita Felice non è impossibile, perché non provare? Proviamo almeno per un periodo a rinunciare ad acquistare abiti se non ce n’è un vero e proprio bisogno; a non comprare nuova tecnologia se quella che già abbiamo è ancora funzionante; a reintrodurre anche le serate a casa degli amici, e a smettere di trovarci sempre e solo nei locali di tendenza solo perché è cool; nelle uscite in compagnia iniziamo ad utilizzare il minor numero di automobili possibile; sfruttiamo i trasporti pubblici; se abbiamo spazio coltiviamo frutta e verdura; viviamo in maniera semplice e rispettosa dell’ambiente; cerchiamo la felicità invece che il divertimento massificato.
Probabilmente ci servirà meno denaro e soprattutto avremo più tempo per noi stessi e per i nostri cari. Ci svincoleremo dalle finte necessità consumistiche che monopolizzano i nostri pensieri e inizieremo a vivere in maniera più  rilassata e felice.

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