E' possibile vivere senza Facebook?


01_04_09_ facebook_copyright_margherita.jpgdi Lorenza Fruci
Gli studiosi la chiamano fase di “maggioranza primaria” ed è quella in cui un numero di persone che partecipa ad una innovazione tecnologica è tale da creare un fenomeno sociale stabilizzato: Facebook è proprio in questa fase e gli sarà difficile tornare indietro. Il noto social network, con i suoi numeri, è ormai nelle vite di molti ed è entrato a far parte del linguaggio comune invece di tutti, anche di quelli che non vi si sono iscritti.

Il fenomeno è dilagato nei “costumi” e ha coinvolto anche i veri duri che non hanno ceduto alla sua “schedatura virtuale” rendendolo un “uso”.
Il dato è tratto e Facebook è arrivato ad occupare spazi nelle librerie – Facebook. Tutti nel vortice di Marco Liorni, Armando Curcio Editore, L’amore ai tempi di Facebook di Mattia Carzaniga e Giuseppe Civati edito Baldini Castaldi Dalai, Lovebook di Simona Sparaco edito Newton Compton, Facebook: Domani Smetto di Alessandro Q. Ferrari pubblicato da Castelvecchi – a farsi largo tra le proiezioni cinematografiche (Feisbum di Marco Scaffardi), oltre che ad ispirare battute ai comici, vedi Fiorello che esorta i cinquantenni per pietà a “non chiedere l’amicizia!”.
Perché la sua forza è nella socializzazione, nella possibilità di avere amici, conoscenti, figurine che alla fine servono solo a fare numero. La sua forza è nel ritrovare pezzi del proprio passato che poi restano tali. La sua forza è nell’avere una sorta di palcoscenico dove proiettare noi stessi, o quei noi stessi che vorremmo essere. La sua forza è quella del chiacchiericcio e della leggerezza che ci distrae dalla crisi e dal mutuo che ci affligge. La sua forza è nell’avere la possibilità di sapere cosa stanno facendo gli altri e far sapere agli altri cosa sto facendo io. Fino a quando non vengo taggato in quella situazione poco signorile o poco inerente al mio status di persona sposata o di dirigente di banca, e allora il gioco inizia a ritorcermisi contro nella vita reale. Perché Facebook non è solo uno spazio ludico, un luogo di svago e di socializzazione, ma anche una nostra fotografia proiettata nell’etere.
Ed oggi l’etere è molto più reale del virtuale e quello che diciamo e documentiamo su Facebook è una polaroid di noi potenzialmente messa a disposizione di tutti. Così, nel momento in cui arriva lo scontro con la realtà, si scopre il senso della privacy e se ne riscopre il valore e l’importanza. E si ripensa a tutte le battute e le frasi sciocche lasciate sulle bacheche e si inizia a riflettere sull’immagine superficiale che abbiamo dato di noi, perché confessiamolo, su Facebook lasciamo spesso libero l’infante che è in noi.
Andiamo a rivedere le nostre conversazioni, i nostri status e notiamo che è come se, negli ultimi mesi, fossimo stati seduti dal parrucchiere ad aspettare il nostro fantomatico turno e nel frattempo avessimo solo spettegolato e inciuciato. Perché, mentre io venivo taggato e prendevo coscienza della coincidenza tra finzione e realtà, anche io taggavo in un esilarante gioco al massacro dettato dal voyeurismo che ha reso Facebook la Novella 3000 dei poveri.
Il meccanismo che ci fa tanto interessare ai vip, lo abbiamo semplicemente traslato alle vite nostre e dei nostri amici, e ci siamo ritrovati a rivivere la mentalità provinciale e paesanotta del cicaleccio da bar e del gossip di bassa lega (senza però essere diventati dei vip). Poi però la leggerezza della chiacchiera inizia ad imporsi con tutta la sua pesantezza e lentamente ci si accorge che su Facebook non si parla di niente (a parte nei gruppi di discussione). I contenuti nella socializzazione sono pochi, fuggitivi e superficiali e sono quelli che mi permettono di sostenere la mia immagine virtuale ben costruita. Perché ho caricato una foto ritoccata o una che non mette a fuoco la cellulite o i miei pochi capelli e vi sopravvivo con baldanza.
Ma poi arriva sempre lo scontro con la realtà e quando dovrò andare a quell’appuntamento la mia testa calva e il culetto flaccido verranno con me. Di certo non potrò portare con me il mio profilo Facebook che mi proteggeva. Perché il social network è anche un modo per evitare le emozioni forti e il coinvolgimento, la dimensione umana e quella più profonda che spesso crea squilibrio. È un altro tassello verso la sconfitta dettata da una mancata educazione sentimentale che non ci fa essere noi stessi. Altrimenti come si spiega che tutti gli iscritti a Facebook (o anche al MySpace) non hanno il rifiuto del format pre-impostato dal sito?
Non è aberrante che nessuno si sia indispettito dall’incasellamento della personalità e dalla definizione del profilo in base a elementi che ci rendono classificabili e omologati? Ma forse essere noi stessi ci spaventa e non siamo abituati a viverci, tanto che quando la nostra realtà virtuale taggata si scontra con quella reale è come se avessimo una dolorosa presa di coscienza che ci porta (in alcuni casi viste le conseguenze negative in famiglia o nel lavoro) a “uscire” da Facebook perché “alla fine mi ha creato molti problemi”.
Senza renderci conto che siamo stati noi stessi gli artefici delle nostre azioni. Questo è il nuovo trend, o volendo la controtendenza, che riguarda il fenomeno: l’indossare i panni del “pentito” del social network che quando incontra uno di quelli duri perchè ha resistito ad iscriversi, gli dice “Hai fatto bene”, con l’aria di un ex-tossico che lo ammira per la sua forza di volontà che non l’ha fatto entrare nel vortice.
Eppure anche il duro alla domanda “Si può vivere senza facebook?” risponderà di no perché alla fine anche lui è stato coinvolto dal fenomeno di costume ormai dilagato e affermato, non solo essendone stato influenzato nel linguaggio che ha fatto proprio utilizzando termini del lessico “facebookiano” come se vi fosse iscritto, ma anche nello stile di vita da “inciucio” (vedi il gioco online www.inciuciogame.com). Inoltre Facebook, nel suo lato serioso, ha dato dimostrazione di potersi considerare un vero e proprio strumento di democrazia elettronica con il quale creare gruppi di opinione intorno ai quali costruire dibattiti e movimenti (vedi il caso Daniela Martani a Sipario su Rete 4).
Quindi la domanda “Si può vivere senza Facebook?” di fatto è ormai superata. 
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