G8 chiama Italia. Riflessioni
L’Aquila 08 luglio 2009. Otto anni dopo Genova, l’incontro tanto atteso e tormentato dei grandi della Terra a presidenza italiana; per discutere dei problemi che affliggono l’odierna società, proporre soluzioni, infondere coraggio e alternative per un futuro migliore.
E’ stato soprattutto questo, l’intento naturale e profondamente sperato, che si celava tra le macerie di una città che cerca in tutti i modi di voler ripartire e sotto la non meno importante grande coltre di polemiche che ha attanagliato l’intero summit. L’inizio dei lavori, ha visto riuniti i leader degli otto grandi – Italia, Usa, Gran Bretagna, Germania, Francia, Russia, Canada e Giappone – più il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso; il presidente di turno della Comunità europea, lo svedese Fredrik Reinfeldt e quello dell’Unione africana, il leader libico Gheddafi che ha soggiornato nella sua tenda beduina montata nel caserma di Coppito. Ha dovuto abbandonare l’incontro il presidente cinese Hu Jintao, rientrato a Pechino per la crisi nel Xinjiang.
Nato sotto una cattiva stella mediatica il “G8summit made in Italy” con il passare delle ore e dei giorni sia d’attesa che effettivi, ha sempre cercato nuova linfa e nuovi appigli per rendere l’incontro dei grandi un incontro fruttuoso nel senso quanto più ampio del termine. Le giornate, scandite al secondo, hanno visto coinvolte tutte le realtà intorno la cittadina abruzzese. Iniziare a lavorare avendo la distruzione negli occhi poteva essere un input non indifferente per i protagonisti dell’incontro. Affrontare con più umiltà una simile occasione, in definitiva doveva far sperare in meglio, auspicare e raggiungere quei vantaggi che il popolo no-global della vigilia ha preteso, ma che allo stesso tempo ha affogato nella “violenza” e nei disordini di Roma. Con occhio critico e fortemente polemico la vigilia dell’incontro ha aperto squarci nella rete delle alleanze dei paesi. La piaga mediatica di una stampa pronta a portare alla ribalta rancori e frasi di dubbia provenienza, nonché basse affermazioni di un potere agognato, non è stato altro che un subdolo motivo di destabilizzazione. Da qui parte l’analisi di questo incontro-scontro. In un’Europa fortemente unita idealmente, ma divisa sul fronte pratico, prende piede l’arroganza di una “vittoria non meritata”.
Il Guardian ad esempio ha sparato a zero sull’altezza degli italiani ad organizzare e tenere sul proprio suolo un grande evento come questo. La ribattuta del governo in particolare del presidente del consiglio è stata eloquente “penso che gli articoli della stampa estera di questi giorni non condizioneranno nella maniera più assoluta i lavori del summit, perché io ho un rapporto continuativo e costante con i miei colleghi che conoscono bene i giornali e sanno valutarli”.
A dare man forte alle affermazioni del primo ministro italiano, è stata anche la voce di un’autorevole politico dell’opposizione che in un’intervista radiofonica rilascia dichiarazioni che pesano e che suffragano l’orgoglio nazionale decantato da Berlusconi. Massimo D’Alema, ha asserito in modo non equivoco il proprio intento di non essere d’accordo sulle angherie “lanciate” dalla stampa estera: “Non esiste la possibilità, neppure tecnicamente, di espellere qualcuno dal G8, quindi non esiste questo problema. Naturalmente i paesi possono avere maggiore o minore influenza a seconda del maggiore o minore prestigio che hanno i loro governanti. Questo fa parte della realtà democratica, ma il cartellino rosso non è previsto dal regolamento”. Obama, a tal proposito, ha smentito efficacemente il fiume di parole speso dal New York times, con un segno di gratitudine e plauso a tutta l’organizzazione italiana, mentre le sue adorate figliolette in un laboratorio di gelateria italiano hanno imparato l’arte del dolce italiano, l’impegni in agenda hanno continuato a fare scena.
L’agenda aquilana è stata molto ricca, ha toccato vari punti che sono andati dall’economia globale all’accesso all’acqua, passando per i cambiamenti climatici al “People first” novità del G8summit italiano. Al motto “La gente prima di tutto” il messaggio del vertice nell’agenda di questo summit. Obbligo di tutti i governi è considerare la dimensione sociale e porre le persone al primo posto nelle azioni dei governi. Utilizzare politiche capaci di ridare fiducia e benessere ai cittadini assicurando l’efficacia dei sistemi protezione sociale. Un impegno che non è facile da perseguire. Con la crisi economica globale, l’intero sistema economico è sul filo del rasoio. Il ministro dell’economia italiano Tremonti ha messo in guardia: “la crisi è un’arma a doppio taglio da un lato la popolazione soccombe i danni della recessione, dall’altro gli speculatori accatastano e raccolgono i “frutti amari” diventando sempre più ricchi e danneggiando sempre più l’economia mondiale. Obama, ha inoltre tenuto a precisare il suo impegno affinché questo non accada, in accordo con gli altri grandi firmano la prima intesa.
Non meno spinosa è stata la questione clima e armi nucleari. Obiettivo primario del summit era quello di arrivare a un accordo sincero fra le parti. Si è negoziato a lungo sull’anno entro il quale le emissioni di anidride carbonica devono necessariamente diminuire, ma la mancata del presidente cinese causa qualche problema, in quanto la Cina insieme all’India sono le due neo potenze economiche che in nome del loro sviluppo, non scendono a compromessi. In effetti, è necessario definire una risposta globale in cui alla leadership e all’impegno dei Paesi industrializzati si affianchi il contributo attivo dei Paesi emergenti e in via di sviluppo secondo una condivisione equilibrata delle responsabilità. La prima “stoccata” è stata data, il resto si vedrà in dicembre a Copenaghen. Per quanto riguarda le armi nucleari, è storico l’accordo raggiunto tra il presidente degli States e della Russia sul proprio arsenale nucleare. Le testate in loro possesso saranno dismesse rispettivamente da 10000 a 1000 e da 17000 a 1700. Senz’altro un accordo senza precedenti visto che è dato da fatti l’eterna guerra tra le due potenze industrio-militari.
Il vero problema è sulla questione mediorientale, Iran e Gaza, in questo G8 molte erano le aspettative, Repubblica in un articolo di Guido Rampoldi mette in risalto l’atteggiamento defilato degli 8 grandi. “Ragionevole. Però ora si avverte nei cosiddetti Grandi un eccesso di attese nei confronti del carismatico presidente americano. Soprattutto gli europei sembrano confidare che da qui all’autunno il ciclone Obama riesca a movimentare il panorama immobile che corre da Teheran fino a Gaza, convinca il regime iraniano a mostrarsi duttile (anche sul nucleare), Israele ad accettare la soluzione dei due Stati (auspicata dagli Otto), i palestinesi a ritrovare una qualche unità… Ma l’autunno è vicino, e quell’incastro di stalli difficile da sbloccare”.
L’incontro dei grandi è ormai terminato, le violenze e le manifestazioni della vigilia sono un ricordo visto che i manifestanti andati a L’Aquila per manifestare sono stati tutto sommato “bravi ragazzi” qualche lancio di bottiglie, qualche schiamazzo di troppo, qualche carica della polizia accennata. Alla fine dei lavori, dei convenevoli e dei “viaggi” nei paesi fantasma, rimane da dire è se tutte le promesse e fiumi di carta siglati dagli otto saranno mantenuti e che tutto non si riduca ad uno dei tanti incontri formali, questa volta tenuto sul suolo italiano. Berlusconi può ritenersi soddisfatto, dopo il primo giorno di mutismo forzato ha in complesso avuto la sua bella vittoria, meritata.
Rimane solo l’unica cosa, importantissima, Repubblica con un articolo di Vittorio Zucconi ha dato un anticipo, credo universalmente condiviso, “glorioso, ma stantìo, reperto diplomatico di un mondo che non esiste più, il Gruppo degli Otto saltella sulla roulette della storia, da gruppo dei 4, divenuti poi 6, poi 7, poi 8, ora 14+1, o addirittura 20, spinto dalla ormai evidente constatazione che esso non rappresenta più quel mondo che pretenderebbe di governare. Barack Obama lo ha chiamato un organismo “in transizione” che è un modo gentile per dire che è finito, Berlusconi lo ho difeso soltanto come ultimo “club” delle democrazie, dimenticando che democrazie sono anche Brasile, Sudafrica e Spagna sempre esclusa. Ma oltre le formule il consenso è chiaro: è arrivato il momento di staccare la spina.
Se ancora sopravviverà “pro forma” anche nel 2010 in Canada, è soltanto perché nessuno sa bene con che cosa sostituirlo, senza cadere nell’equazione micidiale di tutte le grandi assemblee, come l’Onu, dove la efficacia è inversamente proporzionale al numero dei partecipanti. Per questo, vuole ucciderlo, ma si propende per una dolce morte. Una “eutanasia del G8″ che a L’Aquila ha visto il suo ultimo guizzo”.
Secondo il detto “dare a Cesare quel che è di Cesare” l’Italia ha mostrato il suo carattere diplomatico nella risoluzione dei grandi problemi, ma a quanto una soluzione seria e non solo sulla carta?
di Angelo Giuliani

Author: Redazione (935 Articles)