C’era una volta in America
Pubblicato da Redazione a settembre 1, 2009 · Lascia un Commento
Sergio Leone, USA 1984.
Sarebbe più che mai riduttivo definire “C’era una volta in America” come il miglior gangster-movie di Sergio Leone. Sarebbe limitativo cercare di assimilarlo in una delle categorie con cui di solito si classificano i film. “C’era una volta in America” è una vertigine temporale,
è un film che si compone di esterni ed interni, di immagini reali e ricordi, di memorie perse e ritrovate, giorni andati e fantasmi che riemergono dal passato. Il tessuto narrativo scorre su due binari paralleli: la storia di Noodles (R. De Niro) e della sua banda da una parte e la grande storia della vita dall’altra. Due binari che divergono e si incrociano sotto la spinta della violenza e dell’amore, del dolore e del sogno della felicità, quando nessuno di questi sentimenti è antitesi dell’altro.
I fumi dell’oppio usato da Noodles per dimenticare si mescolano alla nebbia del passato in un film che si compone di salti temporali, flash più o meno lunghi che incollano lo spettatore allo schermo, creando un’insolita continuità narrativa. La vicenda abbraccia un arco di quasi mezzo secolo, diviso in tre momenti: 1922-23, quando i protagonisti sono ragazzini cresciuti sulle strade del Lower East Side, il quartiere ebraico di New York e costretti ad arrangiarsi con piccoli furtarelli per sopravvivere; 1932-33, quando sono diventati una banda di giovani gangster; 1968, quando Noodles, sulle note di Yesterday, ritorna a New York alla ricerca di quello che ha perduto.
In C’era una volta in America i salti temporali sono più importanti del racconto dell’ascesa che Noodles e i suoi compari compiono nell’arco che separa l’infanzia dalla vecchiaia. Il canto del cigno di Sergio Leone è una scatola cinese, un incastro colmo di significati che si rincorrono e si perdono gli uni negli altri. L’inesistente squillo del telefono della sequenza iniziale rimbalza di fotogramma in fotogramma, anticipando i leitmotive del tradimento e del rimorso che emergono nel corso della narrazione. Due stati emotivi che accompagnano i personaggi, sommandosi e battendosi dentro ciascuno di essi. L’amicizia, l’amore, la ricerca di una via di fuga dalla realtà, ogni azione è permeata di questo dualismo senza soluzione. L’amore che Noodles prova per Deborah si nutre della sacralità del Cantico dei Cantici ma si risolve nella violenza dello stupro che scioglie quell’incanto nell’amarezza e nella solitudine. Anche il rapporto tra Noodles e il suo amico Max è un riflettersi di opposti che rende indistinguibile la differenza tra bene e male. In tutto il film infatti l’amore ancor più dell’eros è declinato in chiave sado-masochista. Carol e Deborah, entrambe le donne che Noodles riesce ad avere con la violenza, diventano le amanti di Max, mentre il figlio di Max e Deborah porta lo stesso nome di Noodles. Questa continuità di violenza fisica e desiderio, di lacerazione interiore e gratitudine, di carnalità e spiritualità tessono le fila di un gioco che per sua stessa natura non ammette né vincitori né vinti e che risolve proprio nel gioco delle parti ogni conflitto. Il passato e il presente, il sogno e la realtà si confondono e riemergono negli sguardi dei protagonisti, nelle inquadrature che stringono sui loro occhi per penetrare negli orizzonti dell’inconscio. Una vena voyeurista che accompagna tutto il film, dal Noodles bambino che spia Deborah attraverso una mattonella rotta del bagno, al Noodles ormai vecchio che in quello stesso pertugio ritrova i giorni svaniti nel nulla. L’incomprensibilità della vita, la difficoltà dell’essere uomini nel senso pieno del termine sono interrogativi che coinvolgono tanto i protagonisti del film quanto gli spettatori, sono enigmi che lo stesso regista lascia aperti, un punto interrogativo che si mostra pieno nella scena finale, nel sorriso beffardo stampato sul volto di Noodles all’interno della fumeria d’oppio.
Questo è il testamento di Sergio Leone, un film che è tutto: pieno nella sua interezza, colmo di umanità e di tutti i significati che questa parola può avere, con immagini che toccano picchi di commozione altissima e con un’indimenticabile colonna sonora di Ennio Morricone, che regala sogno al sogno, colmando e descrivendo al tempo stesso lo spazio di un’inquadratura e l’animo umano.
Recensione a cura di Sara Iacoboni
Author: Redazione (935 Articles)