L’arte moderna è spazzatura?


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Di questi tempi, parlare di spazzatura è quanto mai attuale, forse addirittura banale se lo associamo ai recenti episodi politici e sociali in Italia. Se leghiamo invece i rifiuti alle forme d’arte, ecco che “la monnezza” assume tutto un altro significato.


Con l’immondizia si può fare di tutto: combustibili ecologici, riciclaggio, mattoni, fertilizzanti e, anche, opere d’arte. Di per sé l’arte è l’espressione delle emozioni di una persona, l’artista, attraverso forme creative di qualsiasi genere, che siano esse raccapriccianti o di sublime eleganza, ai più dei fruitori poco importa.
L’importante è che la forma d’arte trasmetta emozioni e un messaggio alle generazioni presenti e future.
Da diversi anni, due artisti britannici, legati anche nella vita, Tim Noble e Susan Webster, creano un’arte che mescola diversi stili tra moderno e post moderno e che proprio dall’immondizia, anche la peggiore, sono riusciti a creare opere così sintetizzate: “nulla è quello che sembra”.
I due artisti hanno realizzato nel corso degli anni una serie di sculture a partire da cumuli di spazzatura apparentemente ammucchiati in modo casuale ma che, una volta acceso un faretto in un punto preciso e solo a prima vista casuale, rivelano tramite la loro ombra delle immagini ben precise.

Real Life è Spazzatura (2002) è la loro opera più conosciuta: si compone di due distinti mucchi di rifiuti domestici generale su cui viene proiettata appunto una luce, creando l’ombra – autoritratto di Webster e Noble.  Il contrasto tra la spazzatura e il suo intricato assemblaggio e l’ombra contemplativa dei sue artisti sottolinea come l’opera d’arte sia, nella loro concezione, il frutto di una trasformazione fisica che va dalla spazzatura alla vita reale e viceversa.
Ancora, sempre dei della coppia di artisti le opere realizzate dalle carcasse degli animali, pezzi di computer e rifiuti non organici che i due artisti hanno cercato per tutta Londra addirittura per sei mesi. L’ombra proiettata è totalmente diversa da questi caotici mucchi di rifiuti: persone sedute che sorseggiano del vino o che sono pronte a lavorare, volti, oggetti come biciclette o moto, sagome dai contorni così precisi da chiedersi come ci siano riusciti.
La loro arte, anche se molto attuale, non è però una novità.
Già nel secolo scorso, da Picasso passando per il movimento dadaista fino a Andy Warhol, molti artisti hanno utilizzato i rifiuti per realizzare opere ironiche e dissacratorie, contro gli schemi dell’arte classica e accademica, per annullare la distanza fra il mondo dell’arte e quello della vita attraverso l’inserimento fisico di veri e propri frammenti di realtà quotidiana nel contesto dell’opera che, a questo punto, non rappresenta più il reale ma lo incorpora al suo interno.
Queste sculture che uniscono oggetti di scarto alla genialità degli artisti è definita trash-art, letteralmente arte-spazzatura. Con essa, l’immondizia non è più inutile o senza valore, anzi è proprio questa modalità artistica a divenire uno strumento di sensibilizzazione alla tutela dell’ambiente, al risparmio energetico e al problema della riduzione e del riciclaggio dei rifiuti.

E di questi tempi, l’arte-spazzatura può divenire sempre più il miglior mezzo per la salvaguardia dell’ambiente.
Tanto di cappello allora a Webster e Noble.

Di Patrizia Tonin

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