LA RIUNIONE FA LA FORZA


01_09_09_speciale_blur at hyde park_ alice sivo.jpgBlur @ Hyde Park e altre reunion –

È di moda la reunion. Torna di moda ciò che era passato di moda. Soprattutto a Londra e dintorni. E così i gruppi che si erano sciolti perché non avevano più niente da cantare, tornano insieme per la gioia dei fan cresciuti. Ma c’è reunion e reunion.


Le Spice Girls e i Take That danno l’impressione di essere tornati insieme per tentare di recuperare un successo che le carriere dei singoli componenti non erano riuscite a toccare. E la puzza di pura operazione commerciale finalizzata a vendere nuovi singoli e greatest hits è nell’aria. In questo senso i due gruppi sono coerenti con il loro passato, con la molla che li ha creati come prodotti di marketing di largo consumo. Ma la sensazione è quella che si sia cercato di contraffare la data di scadenza di un prodotto già scaduto. Non per niente l’ex Take That Robbie Williams, l’unico che uscito dal gruppo è riuscito veramente a sfondare, ha gentilmente rifiutato l’invito. La prossima mossa potrebbe essere quella di una tournee mista della boyband e della girlband, con tanto di scambio di pezzi: il cicciobombo dei Take That (credo sia Gary Barlow ma bisognerebbe chiedere conferma a Elio e le storie tese) che canta il girl power e le cinque sgallettate che intonano (?) Take That & Party.

E poi ci sono i Blur. Che in questi anni hanno fatto altro e che poi hanno deciso di ritrovarsi. Come una riunione tra vecchi amici. Come a volersi fare un regalo e a volerlo fare alle centomila e passa persone che hanno assistito alle due date di Hyde Park. All the people, so many people, they all go hand in hand, hand in hand through their parklife. Io sono tra le people del 2 luglio che è la seconda data ma anche la prima. Cioè il concerto doveva essere il 3 luglio ma dopo l’immediato sold out è stata aggiunta la data del 2. La zona del parco adibita per il concerto è un allegro baraccone. Prima dell’inizio quello che più incuriosisce è la filosofia dell’attesa del pubblico inglese. Pochissime sigarette, poche canne ma un numero impressionante di bottiglie di birra pro capite, tenute in mano e bevute contemporaneamente. Un sorso da una bottiglia, uno da un’altra. Non ho capito bene perché, forse  gli inglesi cercano di moltiplicare all’infinito la sensazione del primo sorso che, si sa, è sempre il più buono.

E il concerto è stato un po’ come una moltiplicazione di primi sorsi. Di una birra che temevo potesse essere calda e invece è fresca e va giù che è un piacere. I quattro ragazzi  sono diventati quattro splendidi quarantenni e il rischio che la reunion possa essere una minestra riscaldata fatta di nostalgia, noia, stecche e facce imbolsite in realtà non è nemmeno nell’aria. E infatti quando salgono sul palco si capisce subito che sono ancora dei gran fichi. Che nella battaglia del britpop con gli Oasis (che pure hanno fatto bei singoli, onore agli sconfitti) avevo scelto di combattere dalla parte giusta. I fighetti hanno battuto i maledetti. Secondo me.

Damon Albarn (Dan Abnormal, not normal at all), con l’aria da ragazzino e la solita polo a maniche corte, che bisogna saperla portare e lui la sa portare. Graham Coxon, che riesce a non essere nerd nonostante gli occhialioni da vista con la montatura nera. Alex James, con la solita riga di lato, che bisogna saperla portare e lui la sa portare. Dave Rowntree, quello roscio che suona alla batteria, che non sta nei Blur perché è fico ma è fico perché sta nei Blur.

Quando attaccano She’s so high è subito chiaro che nel caso dei Blur la riunione fa la forza. Cinquantamila voci che sembrano dirette da un maestro del coro (accidenti che pubblico intonato sono gli inglesi!) fanno risuonare nell’aria l’ispirata nenia british, che prepara il delirio disco punk di Girls and boys, tra salti e pogate. Girls who are boys who like boys to be girls who do boys like they’re girls who do girls like they’re boys. Un po’ come noi. I quattro proseguono pescando dal passato remoto (si fa per dire) di There’s no other way (dal primo album Leisure, 1991) a quello recente di Out of time (da Think tank, 2003). Passando per i coretti di Country house e le trombette di quella meraviglia di End of a century (e così ogni tanto sembra la reunion dei Beatles, buttala via!). Generosi i Blur, due ore e venti di musica, una scaletta ricchissima, piena di certezze e di sorprese. Ci salutano con The universal. Yes it really really really could happen… Il 2 luglio (e il 3) è successo. Chissà se succederà ancora.

di Alice Sivo

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