SAGRA. Must di Stagione. TRA RICORDI E RITORNI
Pubblicato da Redazione a settembre 1, 2009 · Lascia un Commento
E’ estate, si ritorna a casa.Anche se solo per qualche giorno, gli italiani non resistono al richiamo della terra natia. In Italia resiste ancora il “fascino del ritorno”: ripercorrere anche solo per qualche manciata di passi i bei tempi andati nella piazzetta del paesello in compagnia di un vecchio amico è un must.Come fare però a far coincidere il ritorno, il divertimento o il relax estivo? Come far combaciare l’afflusso di migranti che ritornano per le ferie e lo sviluppo delle realtà locali (con popolazione dimezzata per buona parte dell’anno) ormai quasi abbandonate all’inesorabile destino dell’estinzione?
Una semplice idea, ma capace di apportare vantaggi in entrambe le direzioni esiste: la festa paesana. Un tempo, momento di gioia e riposo dalle fatiche campestri, diventa oggi “luogo” di ritrovo. Migranti e autoctoni rivivono una “seconda giovinezza”, condividono quello che un tempo era comune, ma che la l’industrializzazione, il progresso e la globalizzazione hanno diviso. Le sagre paesane, fungono da continuum generazionale. La tavola diventa quindi pretesto per entrare in sintonia con la vecchia realtà rurale attraverso la concezione ludico-gastronomica della realtà dei tempi moderni.
Alla base di questo fenomeno vi sono due motivazioni, la prima è l’esigenza di scoprire o riscoprire le proprie radici culturali, di ricostruire la propria identità. Questo è dovuto essenzialmente al fatto che la modernizzazione prima e la globalizzazione dopo, hanno sradicato strada facendo il vecchio concetto di appartenenza. La fluidità dei movimenti migratori, della moneta, della cultura in generale hanno con il passare degli anni affievolito il concetto di appartenenza facendolo diventare un concetto di “comodo” amministrativo.
Un esempio potrebbe essere l’immigrazione degli italiani in un contesto estero da diversi anni. Per motivi di lavoro o affettivi si tende a dire di essere italiani per dare una collocazione geografica o di identità alla propria persona, ma in realtà ci si sente scarsamente attaccati a quello che è ormai solo un ricordo del passato.
Altra motivazione e più importante per la società post moderna, è quella di dar luogo ad una realtà che risponda a precisi bisogni: passato e presente, tradizione e innovazione. L’omologazione culturale se da un lato “annulla” i confini, presentando un aumento di scambi economico-sociali, cultura appiattita dagli stessi usi e costumi, dall’altro aumenta ed esaspera ancor di più il sentimento di mancata appartenenza.
Di conseguenza la riscoperta dell’identità perduta è non solo una risposta al processo di omologazione culturale, ma anche un bisogno primario nella propria esistenza globalizzata.
Il risultato che scaturisce della mediazione tra passato e presente o tra tradizione e innovazione è una “nuova cultura di appartenenza”. La diversità delle manifestazioni dipende dall’assetto storico geografico oltre che culturale. Vi sono, infatti, diverse tipologie di manifestazioni, alcuni eventi pongono l’accento sul carattere storico, altri su valori emergenti come l’ecologia, la pace etc. altre feste invece, sono temporanee e organizzate senza un preciso scopo socioculturale, ma che fungono lo stesso da aggreganti sociali come ad esempio “Fiesta” in terra capitolina.
La professoressa Gioia Di Cristoforo Longo -docente di Antropologia Culturale alla facoltà di Sociologia di Roma “La Sapienza”- intuendo il progressivo riavvicinarsi alla cultura di appartenenza, nonché alle trasformazioni che avvenivano e che avvengono nell’organizzare eventi di questo tipo, ha istituito a Monterotondo (Rm) un osservatorio permanente per lo studio della cultura e delle tradizioni popolari nelle società complesse, per verificare e studiare come si snoda il concetto culturale dell’ appartenenza secondo i canoni dell’ Action Antropology nelle tradizioni culturali italiane. Il fenomeno sociale preso in considerazione per lo studio è l’insieme dei momenti festivi e d’incontro collettivo che coniugano tradizione e innovazione, in quella che è chiamata cultura postmoderna.
Le sagre e le manifestazioni (soprattutto estive) hanno quindi potere aggregante, ma non investono solo gli emigranti. Negli ultimi anni si è assistito a un fenomeno non proprio sporadico, che volgarmente viene definito come “giro delle sagre”. Grazie alla riduzione del periodo vacanziero e alle ristrettezze economiche ecco che il popolo cittadino nel weekend gravita intorno ai paesini della provincia a caccia di serate diverse dal solito, fuori dalla calura estiva e dalla “solita” passeggiata sul lungomare affollato.
La gastronomia locale, spinge anche i più pigri dei cittadini a cercare nuovi stimoli culinari. Non male quindi se si pensa al fatto che anche la cucina con la modernità e la globalizzazione hanno subito forti cambiamenti. La McDonalizzazione o l’import-export forzato di prodotti culinari tipici se per un verso hanno messo in moto un’economia redditizia e un’omologazione culturale ad ampio spettro, ha senz’altro danneggiato fortemente tradizioni culinarie non d’avanguardia ma che se abbinate a prodotti più conosciuti continuano a riscuotere un certo successo, vedesi ad esempio la carne di capra cotta “all’acqua sala” (brodo speziato) abbinato al più conosciuto caciocavallo “podolico” tipiche della tradizione culinaria delle montagne del Gargano, in terra Pugliese. In altre parole, il potere magico delle sagre è quello non solo di riportare indietro nel tempo, ma di essere al contempo motore di sviluppo economico “parastatale”. Non rare sono le sagre usate per fini di sviluppo o organizzate per raccolta fondi.
Queste (quasi la maggior parte), di “competenza” delle associazioni di volontariato o di qualche personaggio dall’occhio lungo capace di capire come si può giocare sullo sviluppo di un paese senza incappare nel farraginoso meccanismo politico toccandolo soltanto lievemente, hanno il “gravoso” compito di portare a casa il risultato, sia in termini di fondi che in termini di successo, in quanto non avendo radici rispetto alle più blasonate contadine, sono sempre sul filo del rasoio in termini di sparizione dal carnet di eventi del prossimo anno. Il fenomeno sociale della sagra o dell’evento in particolare, non ha interesse accademico di per se, ma per quanto riguarda le manifestazioni culturali collettive tradizionali, assume importanza se vi è una certa localizzazione centrata, ovvero appartenente ad una determinata comunità. Per esempio, le manifestazioni storico religiose, dove si intrecciano fede e laicismo in un legame indissolubile dato da secoli di storia, ogni anno nonostante le varianti dettate dalla modernità e dal cambiamento dei valori, vengono celebrate in maniere similare al passato.
L’Italia è ricchissima di esempi di questo tipo. Un altro esempio di feste particolari sono le feste di partito. Specialmente nei piccolissimi centri urbani, dove appurata la bassissima densità di popolazione e il mancato virtuoso giro economico, queste diventano occasione per coadiuvare propaganda politica e intrattenimento che per mancanza di fondi si sarebbero perse nella notte dei tempi come la sagra del gallo ruspante della piana emiliana. E’ interessante inoltre notare come le feste vengono classificate per poterle studiare dal punto di vista sociale. La distinzione è netta e fa capire come in un modo o nell’altro essendo l’uomo un animale sociale, trova sempre un modo per poter riportare a livelli ottimali il suo equilibrio interiore. La distinzione si opera in tradizioni vere e tradizioni inventate.
Le tradizioni vere si suddividono in feste religiose e feste volte a recuperare la cultura popolare di una comunità, mentre quelle inventate sono quelle che Hobsbawnm definisce insieme di pratiche in genere regolate da norme apertamente o tacitamente accettate e dotate di una natura rituale e simbolica, che si propongono di inculcare determinati valori e norme di comportamento ripetitive, nelle quali è implicita la continuità con il passato, un passato storico opportunamente selezionato.
Hobsbawnm propone riferendosi a tradizioni inventate nel periodo successivo alla rivoluzione industriale, diversi tipi di eventi come quelle che fissano o simboleggiano la coesione sociale, quelle che fondano o legittimano un’istituzione oppure quelle finalizzate alla socializzazione.
Citandone alcune, viene in mente come queste siano il naturale continuum modernizzato della classica sagra paesana, che aldilà della novità non hanno nessun motivo per soppiantare la cara vecchia “festa del cinghiale” o la festa del “Vino di Montepulciano”. Le tradizioni inventate legate all’attualità svolgono un’azione di coesione di un gruppo sociale. Come ad esempio il banchetto che è stato organizzato a S. Benedetto del Tronto nel 1987 per 4000 persone e la festa dei 50enni a Lecce dei Marsi o il Mario’s day a Chicago ogni 10 marzo. Anche se i tempi cambiano, la cara vecchia sagra non cambia, noi fieri di questo beviamo un’ombra di vino accompagnandolo con il cinghiale, le orecchiette il pane cotto e pane nutella e se ancora non contenti, il tagliere dei salumi e dei formaggi è sempre li sul tavolo in fondo che aspetta il nostro affondo.
di Angelo Giuliani
Gli utenti che hanno letto questo articolo, hanno letto anche ...
Author: Redazione (935 Articles)