UN BIANCONIGLIO NON E’ DI QUESTO MONDO


bianconiglio.jpgSento “Buon giorno, signore”. Mi giro e vedo un grosso
coniglio appoggiato a un lampione. E io mi stupisco,
perché quando abiti in una città così tanto quanto ci ho abitato io,
conosci tutte le facce dei tuoi concittadini.


(da “Harvey”, H. Koster, 1950)

Harvey, protagonista dell’omonimo film, è il personaggio interpretato da James Stewart, un po’ fuori di zucca, avente per amico…un immaginario coniglio alto come un giocatore da basket. Sua sorella lo fa ricoverare, cercando di risolvere l’anomalia sociale. Ma Harvey sta tanto bene così: il suo amico immaginario gli permette di vivere in società senza difficoltà di rapporti.

Negli studi psicologici, la preferenza o l’affetto di una figura come il coniglio bianco sta ad indicare una forma di anomalia nell’affermazione del sé. Il bianco è un colore anomalo, che azzera gli altri colori: chi lo sceglie, è perché ha paura di essere giudicato, e vuole difendersi da una realtà, a suo modo di vedere, aggressiva. Il coniglio bianco, nel caso del personaggio di Harvey, sta ad indicare dunque un supporto della propria coscienza, che rende un personaggio, altrimenti debole e impacciato, sicuro della propria vita sociale. E’ una figura di compensazione: il silenzio, la tenerezza e la neutralità di un personaggio simile fanno vedere le cose da un punto di vista protettivo. Prendiamo ad esempio Barney, il personaggio beone de I Simpson: ha anche lui un coniglio immaginario per amico (omaggio di Matt Groening al personaggio di James Stewart).

Il coniglio bianco, apparso per la prima volta come personaggio di finzione nel racconto “Alice’s adventures underground” di Lewis Carroll (1862), è oggi il simbolo di un universo immaginario legato all’evasione, alla distorsione dello spaziotempo, all’interazione con un mondo capovolto e stravagante.

L’arlecchino del mondo reale. Descritto dalla penna di Carroll come l’araldo della Regina di cuori,  viene ritratto come un personaggio stanco, fiscale, imperscrutabile. L’ignoto che permea un personaggio simile non nasce dall’indecifrabilità della sua figura, tutt’altro: nasce dal fatto che la sua figura, per l’inconscio umano, fa risalire ad un punto neutro delle percezioni, ad un annullamento dei canoni di figurazione così come siamo abituati a recepirli nella nostra cultura. La forza suggestiva del bianconiglio di Carroll sta nel fatto che esso va oltre la figurazione psicologica, per diventare personaggio attivo, performante. In un mondo dove il territorio ed il tempo sembrano essere andati “in tilt”, il bianconiglio è l’unico personaggio che detta i tempi, che dice cosa fare all’orario esatto. In questo sta anche la sua stravagante familiarità: il bianconiglio “rassicura” Alice in quanto esegue la scansione dei compiti e dei doveri, come il più scontato dei burocrati del nostro mondo “normale” farebbe.

Tutti questi attributi rendono il coniglio bianco l’angelo custode di un immaginario “interdimensionale”. L’accesso a realtà parallele, distorte, di cui forse “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie” è, non a caso, il prodromo narrativo, ha più volte utilizzato questa figura per fare da ponte percettivo tra i due territori, quello della realtà e quello del fantastico, dell’onirico.

Nel film “Donnie Darko” (R. Kelly, 2004), seguiamo la storia di Donnie, adolescente che vive due volte gli ultimi 28 giorni della sua vita: la prima volta “normalmente”, inconsapevole della morte che verrà; la seconda volta “vive il presagio”, viene ingoiato da premonizioni e strani comportamenti dei personaggi che lo circondano. Citando il libro “La filosofia dei viaggi nel tempo” della studiosa Roberta Sparrow, il film teorizza l’esistenza di un universo tangente, dove la consapevolezza inconscia delle cose rende l’esperienza del vissuto più angosciante. La figura simbolo di questo viaggio interdimensionale, così come ricordata da Donnie secondo il procedimento dell’“ultima immagine vista prima di morire”, è un grosso coniglio dalle sembianze umane.
Dalla pelliccia scura, con il petto bianco, il coniglio di nome Frank ha le sembianze della morte. I lineamenti del suo volto sono scheletrici, gli occhi sono d’una luce bianca senza profondità, e le due orecchie somigliano ad un paio di corna d’un demonio ossuto. In questo caso, la figura del coniglio idealizza l’immagine della morte. Il passaggio, perfettamente stereotipato dalla “filosofia dei viaggi del tempo”, da una dimensione normale, in vita, ad una diversa, spostata dalle percezioni ordinarie: la dimensione del viaggio verso la morte, verso la fine delle cose.

Il parallelismo tra dimensioni diverse dell’esistenza è nato nella letteratura di fine 800, primi anni del 900. “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie” è, ad ogni modo, una storia assolutamente non influenzata dall’immaginario scientifico che influenza i mondi narrativi della letteratura occidentale dei decenni a seguire (pensiamo agli universi di H. P. Lovecraft). L’immaginario carrolliano nasce dal boom di impulsi, sapori, esperienze, costumi che l’Europa degli anni del colonialismo andava conoscendo in quegli anni.

Nel secolo successivo, le dimensioni parallele al nostro mondo sono diventate mondi oscuri, dal quale stare alla larga. Pensiamo allo stesso Lovecraft, o al romanzo del secolo scorso che, per suggestioni e situazioni, più di ogni altro si avvicina al “Le avventure di Alice” di Carroll: “Il Talismano”, scritto nel 1983 da Stephen King e Peter Straub. In quel romanzo, il dodicenne Jack Sawyer trova accesso ad un mondo “delle meraviglie” attraverso un portale sito in un Luna Park dell’America dell’Est.
Quella dimensione, chiamata “I Territori”, è una perfetta realtà alternativa, dove ci sono lupi al posto dei guardiani e dei farabutti, strane creature angeliche al posto degli uccelli, e versioni deformate di personaggi che nella realtà “normale” sono tutt’altro. I Territori sono un posto malvagio, sono anch’essi nelle mani di una Regina, e Jack vi si avventura perché è venuto a conoscenza che, in quel mondo, esiste un talismano dai poteri magici che potrebbe curare sua madre, malata terminale nel mondo reale.

Anche “Il Talismano” recepisce l’ampio respiro dell’immaginario di Alice e del suo Paese delle Meraviglie. Lo trasforma in una interdimensionalità dell’assurdo, più crudele, feroce, dispersiva. Se il mondo parallelo di fine Ottocento, forte del benessere che anticipava la società della globalizzazione e della multiculturalità, era un mondo si bizzarro, ma anche interessante, fatto di orologi a cucù, zollette di zucchero e giardini colorati, i mondi paralleli di oggi sono delle vere e proprie forme di dannazione esistenziale.

Sono l’anticamera della Morte, il Pordenone della vita senza anima: si tratti de I Territori, del Matrix, dei Mari dei Caraibi dove fantasmi di pirati aztechi tornano  in vita in cerca di vendetta, il Paese delle Meraviglie di oggi è nuvoloso, nero, pericoloso. I conigli son diventati lupi, gli amici sono fantasmi, e le regine hanno l’aspetto di clown, clown ridenti, spettrali, con denti a punta, giocolieri di un parco giochi senza luce elettrica…

di Alessio Di Lella

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