Essere giornalisti in Afghanistan
Il 27 ottobre 2007 il 23enne Sayed Perwiz Kambakhsh viene arrestato e condannato a morte per il reato di blasfemia. Il 21 ottobre, la pena di morte viene commutata in 20 anni di detenzione e ribadita l’accusa di blasfemia. La sua colpa: aver diffuso tra i compagni dell’Università articoli, scaricati da internet, molto critici sul ruolo della donna nel Corano. L’arresto sarebbe avvenuto a Mazar-i-Sharif, paese a Nord dell’Afghanistan.
Sayed oltre a studiare giornalismo all’Università, al momento dell’arresto scriveva, a titolo gratuito, per il giornale Jahan-e-Now. Egli si chiese “come mai se per l’Islam un uomo può avere 4 mogli, una donna non può avere 4 mariti?”
In Afghanistan dal 2001 esiste la Costituzione nella quale si afferma la libertà d’espressione, ma la tutela di tale diritto avviene sulla base del diritto islamico fondato sul Corano. E poiché, per la sharia, la blasfemia è un reato da punirsi con la morte, criticare il Corano equivale ad essere blasfemi dunque punibili con la fine della vita. Il Corano è al di sopra di tutto e di tutti e criticarlo non rientra nella libertà di espressione.
L’arresto e la condanna del giovane ha fatto il giro del mondo e dall’Onu all’associazione di giornalisti, vi è stata una mobilitazione internazionale per la sua scarcerazione. Più voci afgane si sono invece alzate per chiedere all’Occidente di non intromettersi in affari che non lo riguardano.
Ma la voce della libertà per una volta ha avuto la meglio anche in un paese in cui la libertà di stampa continua a rimanere un concetto aleatorio.
Il 7 settembre 2009 Reporter senza Frontiere (Rsf) annuncia la scarcerazione e il volontario esilio all’estero di Sayed Perwiz Kambakhsh.
Il rappresentante di Rsf ha dichiarato che “E’ molto significativo che ora gli sia stato permesso di ricostruirsi una vita dopo quasi due anni di detenzione. Per paura di rappresaglie è stato accolto da un paese straniero”. La scarcerazione sarebbe avvenuta una settimana prima della diffusione della notizia a seguito della firma del rieletto presidente Hamid Karzai, il quale aveva temporeggiato nell’esprimersi attendendo le elezioni. Temeva di perdere i voti dei pasthun e dei gruppi religiosi. Il caso Sayed è un caso politico.
L’Afghanistan, paese che vive ancora in stato di guerra e che è stato recentemente lo scenario dell’attentato che ha portato alla morte 6 militari italiani (17 settembre 2009), è una Nazione in cui vi è un costante peggioramento della libertà d’espressione. Nel solo 2008, due giornalisti afgani sono stati condannati e 50 minacciati.
Condanne come quella che era stata decretata per il giovane giornalista, emesse sulla “base del Corano”, non fanno altro che aggravare le tensioni con i paesi islamici. Affermare che qualcuno deve morire perché così scritto nel “testo sacro”, non fa che aumentare il divario tra Oriente ed Occidente e la visione distorta che si ha dell’Islam. Ad aggravare il tutto è la non divisione tra stato laico e capi religiosi. Nei paesi islamici l’autorità religiosa influisce nelle decisioni politiche; manca la distinzione tra comunità religiosa e comunità civile. Ma il Corano si interpreta e si dovrebbe perciò comprendere che non tutti i Paesi e non tutte le persone islamiche sono uguali.
Il caso Sayed ha avuto, fortunatamente, un lieto fine; ma quanti sono quei giovani, quei giornalisti che vorrebbero parlare, denunciare e non lo possono fare per timore? O quanti quelli che per battersi per una libera informazione finiscono dimenticati in un carcere in cui la morte gli accoglie prima della condanna?
Federica Rondino

Author: Redazione (935 Articles)