L’Accidia, peccato del nostro tempo


01_10_09_Speciale_Accidia_Vanessa_Cappella_foto3“La cosa più deliziosa non è non aver nulla da fare: è aver qualcosa da fare, e non farla!”

Marcel Achard

Dicono che l’indifferenza sia il male del nostro tempo. Dicono che gli sguardi che evitano di posarsi su chi invece ne avrebbe bisogno siano una prassi diffusa. Dicono che molto spesso c’è gente stanca di lottare, che alla prima difficoltà lascia la presa e cerca qualcosa di più facile.

Dicono che i sogni, nella nostra epoca, siano difficili da raggiungere: il lavoro, che non c’è e se c’è non va bene, i soldi, che non sono mai abbastanza, gli amici, che non sono come vorremmo, il partner, con cui c’è sempre qualcosa che non va. Tutto sembra remare contro tutti e, in questo mare grosso, in troppi preferiscono arrendersi alla corrente, accontentandosi passivamente di ciò che arriva e senza davvero rendersi conto di perdere qualcosa di grande mentre vengono trascinati verso la riva dalla quale sono partiti.

La nostra è un’epoca afflitta dall’Accidia, il settimo peccato capitale: il termine, che deriva dal greco ακεδια, sintetizza uno stato d’animo negligente, pigro, indolente, apatico, inerte, disinteressato nei confronti di se stesso e degli altri. Lo stato d’animo di chi si lascia vivere, di chi rinuncia ai propri obiettivi solo perché visti come troppo difficili da raggiungere, di chi non si cura del prossimo ed è indifferente o poco partecipe alle richieste di aiuto, di chi non si mette in discussione per migliorarsi e migliorare ciò che lo circonda, sia in termini materiali che in termini di rapporti interpersonali. Molto spesso sinonimo anche di depressione, l’accidia è il male di chi si piange addosso, ma non fa nulla per cambiare lo stato delle cose, e di chi ha una scarsa percezione del concetto di sacrificio, inteso come massimo impegno per raggiungere qualunque obiettivo in qualunque campo della vita. La Chiesa condannava gli accidiosi in quanto considerati indolenti nell’operare nel bene, nonché tendenzialmente indifferenti a problematiche che non li riguardano direttamente. L’accidioso vive in uno stato di continua ansietà, nell’incertezza e nello scontento di una condizione esistenziale avvertita come vuota e priva di senso: è questo che spiega l’incostanza nelle scelte di vita e la continua percezione di instabilità. Inevitabilmente, questi è anche un pessimista e spesso con giusta ragione: d’altronde, la causa delle sue sventure è nella maggior parte dei casi riconducibile al suo modo di essere e di vivere la vita.

Ma perché oggi questo peccato capitale è diventato, insieme alla lussuria, sinonimo del nostro tempo? Verrebbe da rispondersi, paradossalmente, che il motivo risiede nel fatto che oggi abbiamo tutto e che, a differenza dell’epoca dei nostri nonni e bisnonni, la vita è diventata più facile. Se vogliamo lavarci le mani, basta aprire il rubinetto di casa. Se vogliamo un’informazione, basta accendere la televisione o navigare su internet. Dobbiamo lavare la biancheria? C’è la lavatrice! E ai piatti sporchi ci pensa la lavastoviglie. Di notte, poi, grazie all’elettricità è sempre giorno. Se abbiamo voglia di chiacchierare con qualcuno, c’è il telefono che ci segue ovunque, in ogni nostro spostamento, oppure c’è la chat, attraverso la quale possiamo parlare in tempo reale e comodamente con chiunque. I rapporti diventano virtuali, impalpabili e viene meno la dimensione fisica: si finisce quasi per nascondersi dietro ad un monitor o alla cornetta di un telefono e le parole scritte o pronunciate sostituiscono malamente lo scambio vis-a-vis. Qualunque nostro bisogno più o meno elementare è facilmente e rapidamente appagabile, nella nostra era tecnologica. Un progresso, certo! Ma anche un enorme problema: si tende a dare per scontato che tutto possa essere a portata di mano, semplice da ottenere come spingere un pulsante o digitare qualche lettera su una tastiera. Ed è per questo che molte persone, quando si rendono conto che non tutti gli obiettivi si raggiungono così facilmente, alle prime difficoltà riscontrate si arenano e si bloccano: si autoconvincono che non ce la possono fare, che il tutto è al di sopra della loro portata, che non valga la pena o addirittura sia impossibile mettersi in discussione e cercare di modificare quegli aspetti di sé che impediscono il perseguimento del fine. Alzano le mani in segno di resa, abbandonano progetti e si lasciano trascinare dagli eventi, senza la forza di dare una direzione lineare alla propria esistenza.

Un male incurabile, quello dell’accidia? No, non lo è. La cura risiede nello scrollarsi di dosso il senso di inadeguatezza e inerzia che ci fa credere di essere incapaci ad agire bene nella vita: è necessario porsi un obiettivo e fare tutto il necessario per raggiungerlo, in modo da non avere mai alcun rimpianto. Non bisogna arrendersi alla corrente, ma dirigere la propria barca in modo da raggiungere la propria meta senza essere travolti dalle onde, né bisogna pensare che ad un problema qualsiasi ci penserà qualcun altro se noi per primi possiamo trovare una soluzione. Essere attivi nella vita, dotarsi di tanta pazienza e perseveranza, rifuggire l’indifferenza nei confronti del prossimo, mettersi in discussione e non dare mai nulla per scontato è il mix necessario per assaporare un’esistenza più intensa e degna di essere vissuta.

di Vanessa Cappella

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5 Responses to “L’Accidia, peccato del nostro tempo”
  1. hi everybody

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    Marcel Achard

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  2. diggita.it scrive:

    L’Accidia, peccato del nostro tempo…

    “La cosa più deliziosa non è non aver nulla da fare: è aver qualcosa da fare, e non farla!”
    Marcel Achard

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