Che Peccato…di gola


abbuffataPeccati di gola. Salati o dolci, tradizionali o etnici non importa. Il gusto pervade i nostri sensi, stimola estasi e sinestesie. Nessuna scena alla “Harry ti presento Sally”, nessun orgasmo causato da un piatto di bucatini o da un panino alla fontina e prosciutto crudo. Ma il cibo, la buona cucina, il profumo di qualcosa che ci piace o ci ricorda avvenimenti lieti della nostra esistenza possono influire sul nostro umore, sul modo in cui vediamo la vita e ci relazioniamo agli altri. Chiedere conferma a Marcel Proust, a cui una piccola madeleine provoca una riflessione sulla sua condizione di uomo e sull’influenza della memoria personale nel dotare di significato ogni oggetto o esperienza. O a Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, Marcello Mastroianni e Philippe Noiret, che ne “La Grande Abbuffata” (1973) riescono a fare l’amore e mangiare per interi giorni, chiudendosi in una villa dalle mille tentazioni e piaceri. O, ancora, ai commensali di Babette, che saranno inebriati e travolti da un pranzo tanto delizioso quanto elaborato.

Il cibo non è solo fame, istinto di sopravvivenza, bisogno primario. È una scelta alle volte estetica, alle volte erotica, alle volte identitaria, di ciò che si vuole mangiare, di come accostare sapori e profumi, di chi scegliere per condividere questo momento di convivialità. Può essere consumato in fretta, in modo casuale oppure seguendo una lunga e accurata preparazione, può essere leggero, piccante, sostanzioso, dai sapori semplici.

Dimmi ciò che mangi e ti dirò chi sei. Forse è vero, forse no. Perché ormai, in società talmente complesse e ibridizzate come quelle in cui noi viviamo, è difficile non trovare sovrapposizioni continue fra gusti ed habitus differenti, correnti alle volte antitetiche alle volte coerenti di valori e modelli di comportamento che l’individuo assimila e utilizza senza pensarci troppo. Un involtino primavera accanto ad una polpetta svedese, per intenderci. O una birra giapponese ad accompagnare un primo di paccheri e melanzane. In un mondo che incoraggia il consumo, sempre e comunque, e il fondersi glocalizzato di stili e abitudini, tutto, anche la gastronomia, diviene terreno di conquista per nuovi trend e soluzioni.

Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da due tendenze assolutamente divergenti, che hanno comunque trovato punti di contatto e di vicinanza. Da una parte, la ricerca ossessiva della naturalità e del contatto con le tradizioni: torna di moda mangiare fiori, bacche, radici, il più possibile crudi e non lavorati, quasi come appena raccolti. Anche il pesce, e persino la carne, devono essere appena scottati in padella, accompagnati da verdure appena colte e rigorosamente di stagione. C’è chi si spinge anche oltre, consigliando il recupero di cibi ormai quasi perduti, come la pera cocomerina, e boicottando le multinazionali e i prodotti già confezionati. Vero must di questa tendenza sono poi i semi di lino, i semi di cotone, i semi di qualsiasi cosa. Da mangiare al naturale o con un velo leggero di olio e limone. Anche perché, altrimenti, scomparirebbero rapidamente alla vista annegando nel condimento.

Dall’altra parte, la lavorazione più lussuosa, l’artificiosità più totale, la decomposizione e ri-strutturazione del cibo e degli alimenti. Panini con scaglie d’oro, enormi arrosti trasformati in delicate mousse, piccole sfere rotonde che di volta in volta dovrebbero avere gusti diversi e sostituire pranzi, colazioni e cene. Tutto deve essere rivisto, ripensato, adattato alla vista e all’estetica. Se una persona può ricoprire un isolotto con un tessuto rosa e definirsi un genio dell’arte contemporanea, cosa impedisce ad un cuoco di fare una melanzana a forma di pollo e un pollo a forma di melanzana, e di metterci sopra un sugo rosso che sembra pomodoro, sa di pomodoro, ma in realtà non è pomodoro? Assolutamente nulla.

Certo, fra questi due estremi esiste un mondo che mangia e vive il cibo in maniera differente. Ma se un buon pasto è prima di tutto un desiderio di essere, di apparire, o addirittura di peccare, di conquistare, cosa vieta che un seme di lino abbia la stessa dignità di una lasagna? Entrambi, per palati, gusti, obiettivi diversi, sono cibi che possono nutrire anima e corpo, rispondere al desiderio di voler essere e voler apparire.

Il vero peccato del cibo è quello che chiunque può leggere in esso un desiderio di cambiamento e di trasformazione. Sia esso una bacca, un cosciotto di anatra fatto di pere cocomerine o un classico spaghetto al pomodoro.

di Marco Meloni

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    Che Peccato…di gola…

    Peccati di gola. Salati o dolci, tradizionali o etnici non importa. Il gusto pervade i nostri sensi, stimola estasi e sinestesie. Nessuna scena alla “Harry ti presento Sally”, nessun orgasmo causato da un piatto di bucatini o da un panino alla fontina …



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