Good Vibrations
La vera storia del vibratore e del dildo.
Quando nel 1974 in alcune riviste femminili apparve un’immagine con scritto “Good Vibrations”, non si trattava di una réclame per il singolo dei Beach Boys uscito anni prima, ma di una delle tante pubblicità di un vibratore. Si poteva pensare che quella immagine fosse il risultato di un eccessivo “permissivismo”, in realtà si trattava solamente di un’icona che affondava le radici in due tradizioni distinte, unite da un unico elemento, il corpo femminile. Da una parte, quindi, le pratiche legate al piacere sessuale, e dall’altra la cura medica di specifiche patologie legate alla sessualità.
Per quanto riguarda le pratiche legate al piacere sessuale, il vibratore ed il dildo sono nati insieme alla tecnica, ed hanno accompagnato l’“uomo” nel corso della sua storia, come dimostrano i manufatti di forma fallica in pietra ed osso ritrovati in Acquitania – presumibilmente dei dildo paleolitici. Troviamo, inoltre, rappresentazioni di Sex Toys anche in diverse sculture ed affreschi babilonesi, cinesi ed indiani, dove spiccano tra le altre cose dei peni artificiali. E proprio dalla Cina proviene quello che viene comunemente definito come il primo vero dildo: esso risale a circa 6000 anni fa, è costruito in pietra di giada verde, ed è esposto al Museo dell’Antica Cultura Sessuale nei pressi di Shanghai, in Cina. Esempi di Sex Toys, infine, si ritrovano anche nella nostra cultura, specialmente presso i romani, che disponevano di una varietà di ammennicoli degni della tecnologia odierna.
Per quanto riguarda la cura medica, per secoli nella letteratura specialistica si è trattato di isteria, considerata come una sorta di disfunzione legata alla sessualità e curata soprattutto attraverso la manipolazione dei genitali femminili. Già al tempo di Ippocrate, gli antichi greci ritenevano che le donne prive di sfogo sessuale, specialmente le vedove, fossero particolarmente inclini all’isteria, definita anche “furia uterina”. La cura consisteva nel provocare una sorta di climax, che nessuno ammise mai potesse essere un orgasmo.
Le alternative alla masturbazione erano poche, e tra queste degna di nota era l’uso del cattivo odore: si trattava di una terapia fondata sulla credenza che l’isteria fosse associata ad un utero retratto. In questo senso i cattivi odori – tra cui molto usato era l’avvicinamento alla “malata” di un vaso di urina stantia – avevano lo scopo di disgustare l’utero, così da farlo tornare nella giusta posizione all’interno del corpo femminile. Questa terapia, presente per più di dieci secoli fino al secolo scorso, sia nella medicina tradizionale che in quella ufficiale, era fondata sulla convinzione che l’utero non fosse un organo come tutti gli altri, ma una sorta di creatura indipendente in grado di aggirarsi nel corpo femminile come un animale nel suo recinto.
L’idroterapia, ossia l’emissione di un getto d’acqua sui genitali, poteva essere usata in alternativa ai cattivi odori, e periodicamente ne prese il posto come terapia principale al fianco del “massaggio pelvico”, che nel frattempo sopravviveva anche alla pudica età vittoriana, periodo in cui al medico non era consentito guardare il corpo delle pazienti.
Il massaggio pelvico, quindi, rimaneva e riscuoteva anche un gran successo: i medici si resero conto che le donne dopo un po’ di tempo ritornavano per chiedere una ripetizione di quella cura così piacevole, ma fisicamente faticosa per i medici, che iniziavano a chiedersi se effettivamente quel climax ricercato attraverso la manipolazione non fosse proprio un orgasmo.
Nel 1880 un medico inglese, cercando di risolvere il problema di questi faticosi climax, inventò il primo vibratore elettrico: si trattava di un oggetto facilmente trasportabile e di piccole dimensioni, quindi comodo anche per gli interventi di pronto soccorso fuori sede.
I primi vibratori elettrici, quindi, fino alla metà del XX secolo non furono venduti alle donne, bensì ai medici, per facilitarne il lavoro: a seconda dell’abilità del medico e/o della levatrice, e del livello di inibizione delle donne, provocare manualmente un orgasmo in ambulatorio poteva richiedere anche mezz’ora, mentre con il vibratore il compito era ridotto a pochi minuti.
Il 1902 è l’anno in cui si incrociano la tradizione medica e quella “ludica”: quell’anno, ben prima del ferro da stiro, fu prodotto e commercializzato il primo vibratore per uso domestico, e, almeno negli Stati Uniti, sembra ci sia stato un vero e proprio “boom” delle vendite. La produzione incalzava, e si brevettavano modelli su modelli, nonostante le pubblicità fossero abbastanza oscure. Solo alcune facevano riferimenti diretti ai benefici dell’apparecchio dal punto di vista del piacere sessuale, altre per lo più si celavano dietro il paravento di vaghi benefici per la salute, ed alcune sembra fossero addirittura grottesche.
Tra il 1950 e il 1970 vennero pubblicizzati nei cataloghi alcuni vibratori dalle forme non troppo imbarazzanti, innocue: se nel 1916 nelle riviste potevamo trovare una giovane donna con un vibratore a coppa premuto sulla tempia, che spiega come questa attrezzatura possa portarla al successo sociale e negli affari, le réclame di quegli anni erano più sobrie e pubblicizzavano oggetti simili alla prolunga dell’aspirapolvere o ad un pettine. Sempre negli anni ’70, sulla scia del femminismo, nacquero dei “gruppi di masturbazione” rivolti alle donne che avvicinavano anche all’uso di questi oggetti magici. Infine, negli anni ’90 ci fu un nuovo “boom” dei vibratori anche grazie ad alcune politiche sanitarie che ebbero il merito di socializzare l’uomo medio all’uso di questi oggetti, come americana che, per far fronte al dilagare dell’Aids, ha previsto l’invio di alcuni opuscoli alle famiglie con un elenco delle pratiche sessuali considerate “sicure”, tra cui l’uso di vibratori e dildo.
Anche se oggi siamo costantemente sottoposti a flussi di immagini pornografiche e/o violente, effetto e ragion d’essere di un esibizionismo ambiente proprio della società contemporanea, che ci vuole tutti voyeurs, il discorso sembra essere diverso per quanto riguarda i Sex Toys, che – poco noti – restano ai margini della pubblicità veicolata dai media di massa tradizionali, rimanendo relegati nelle riviste specialistiche oppure in rete. Nonostante la sessualità si legga ovunque, raramente si fa riferimento ai “Sex Toys”, almeno nel nostro Paese. Oggi i vibratori vengono ancora venduti come “massaggiatori” alle persone che provano disagio di fronte ai “Sex Toys”, oggetti spesso associati ad un’idea di trasgressione e perversione dalla quale il cittadino medio non si sente rappresentato.
Ma forse le cose stanno cambiando: se da una parte non esistono ancora ricerche sociali degne di nota focalizzate intorno al Sex Toy inteso come oggetto sociale e culturale, dall’altra le politiche di marketing aggressive di alcune case di produzione hanno portato questi oggetti nelle farmacie, legittimandone in qualche modo l’acquisto, e decretando un nuovo “boom” delle vendite.
Alessandro Porrovecchio è dottorando in Scienze Umane presso l’Università degli Studi di Torino e si occupa di Sociologia del corpo, Sociologia della sessualità e Sociologia della comunicazione.

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